

Il cancro al seno è il termine comune per un insieme di sottotipi di tumore al seno con origini molecolari e cellulari distinte e comportamento clinico diverso. La maggior parte di questi sono tumori epiteliali di origine duttale o lobulare. In tutto il mondo, il cancro al seno è il cancro potenzialmente letale più frequentemente diagnosticato nelle donne e la principale causa di morte per cancro tra le donne.
La senologia diagnostica è quella branca della medicina che si occupa della diagnosi precoce e dello studio delle malattie del seno. Il termine senologia deriva da “seno”, parola che ormai viene utilizzata come sinonimo di mammella (nonostante in anatomia per “seno” si dovrebbe in realtà intendere il solco tra le due mammelle.
Se in passato la “senologia” era di pertinenza quasi esclusivamente della ginecologia poiché le mammelle erano considerate organi esclusivamente femminili (mentre in realtà la mammella è presente anche nel maschio, sia pure in forma rudimentale), con il tempo lo studio del seno nella sua complessità e delle sue patologie ha interessato un numero sempre maggiore di branche specialistiche, dall’endocrinologia, alla radiologia, all’oncologia, all’anatomia patologica.
Attualmente non esiste una scuola di specializzazione in “senologia”, ma da circa 20 anni a questa parte sono molti i tentativi che sono stati fatti per perfezionare e ufficializzare questo percorso specialistico, attivo soprattutto in ambito oncologico.
Nonostante si tenda a considerare il tumore come una malattia prettamente femminile, può interessare anche gli uomini anche se più raramente. Mentre nella donna può colpire anche in giovane età – negli ultimi anni si è verificata una maggiore incidenza nella fascia dai 25 ai 44 anni (Fonte: Airc) negli uomini tende a verificarsi più spesso in tarda età, dopo i 60 anni, legato, soprattutto alla naturale variazione ormonale, alla presenza della sindrome di Klinefelter causata da una maggiore produzione di ormoni femminili, familiarità per tumore mammario ed eventuale mutazione, il tumore alla mammella è anche quello che permette di registrare i più alti tassi di guarigione; infatti la sopravvivenza a 5 anni è in continuo aumento, dall’81% è arrivata all’87% negli ultimi 20 anni (fonte: Nastro Rosa – AIRC). Importante però è giocare sui tempi ricorrendo alla prevenzione secondaria attraverso la diagnosi precoce.
Il tumore al seno: un problema di salute in tutto il mondo
Tra il 20 e il 25% delle donne che sviluppano il tumore al seno morirà a causa dello sviluppo di metastasi.
Il rischio di metastasi e la prognosi generale sono legati sia alla biologia del tumore che al momento della diagnosi. Sebbene a volte siano possibili tempi di sopravvivenza molto lunghi, il carcinoma mammario metastatico rimane una malattia incurabile. Al momento, il carcinoma della mammella localizzato richiede comunque, nella maggior parte dei casi, trattamenti aggressivi e prolungati associati a complicanze biologiche e psicologiche a lungo termine. L’intensità e la pesantezza del trattamento sono chiaramente profondamente legate alla biologia del cancro, ma anche al momento diagnostico. Vi è quindi una grande necessità di prevenzione primaria e di prevenzione secondaria (la diagnosi precoce).

60 milioni di abitanti
12.700 morti all’annoStoricamente, il cancro era una condanna a morte. Il cancro era la morte, e anche una morte dolorosa. In Italia l’incidenza della maggioranza dei tumori continua a crescere: +1,4% nei maschi e +0,7% nelle femmine (2022 vs 2023). Il tumore alla mammella nel nostro Paese rappresenta il carcinoma più frequente tra le donne. A più di 2 milioni di persone a livello globale viene diagnosticato il cancro al seno ogni anno, causando oltre 600.000 decessi annuali. Benché possa insorgere anche in donne in giovane età, l’incidenza aumenta con il passare degli anni e nella maggioranza dei casi viene diagnosticato nelle pazienti sopra i 50 anni. Il rischio che nel corso della vita possa venir diagnosticato un tumore al seno è del 12,9%, più di una su 8 donne, con un’incidenza di circa 55.700 nuovi casi ogni anno. La sopravvivenza del tumore al seno, anche a lungo termine, è tra le più elevate in ambito oncologico: a 5 anni dalla diagnosi, essa si attesta al 90%, grazie al miglioramento delle tecniche diagnostiche e terapeutiche.

12.700 morti all’anno
Negli Stati Uniti, si prevede che circa 310.720 nuovi casi di cancro al seno invasivo nelle donne si verificheranno nel 2024, insieme a 2790 casi negli uomini. Tra le donne statunitensi nel 2024, oltre al cancro al seno invasivo, si prevede che saranno diagnosticati 56.500 nuovi casi di carcinoma duttale in situ (DCIS).L’incidenza del cancro al seno negli Stati Uniti è aumentata rapidamente dal 1980 al 1987, in gran parte come conseguenza dell’uso diffuso dello screening mammografico, che ha portato a un aumento del rilevamento di piccoli tumori mammari asintomatici. Dopo il 1987, l’aumento dei tassi complessivi di tumori al seno invasivi ha rallentato in modo significativo, in particolare tra le donne bianche di età pari o superiore a 50 anni. L’incidenza in questo periodo di tempo variava notevolmente a seconda del tipo istologico. I carcinomi duttali comuni sono aumentati modestamente dal 1987 al 1999, mentre i carcinomi lobulari e misti ducto-lobulari invasivi sono aumentati notevolmente durante questo periodo di tempo.

La curva di incidenza cresce esponenzialmente sino agli anni della menopausa (intorno a 50-55 anni) e poi rallenta con un plateau dopo la menopausa, per poi riprendere a salire dopo i 60 anni: tale andamento è legato sia alla storia endocrinologica della donna sia alla presenza e alla copertura dei programmi di screening mammografico. Il trend di incidenza del tumore della mammella in Italia appare in aumento mentre continua a calare, in maniera significativa, la mortalità (-1,3% per anno).
La malattia presenta un’ampia variabilità geografica, con tassi più alti, fino a 10 volte, nei Paesi occidentali. L‘incidenza del tumore al seno, cioè il numero di donne colpite ogni anno, è molto elevata, la più alta di tutti i tipi di tumore: nelle donne circa un tumore maligno su tre – il 29%, per l’esattezza – riguarda il seno (seguono i tumori al colon retto, 14%, e al polmone, 6%). Questa percentuale continua ad aumentare ovunque (sebbene possa variare molto a seconda dall’area geografica considerata). In base agli ultimi dati (Aiom-Airtum, “I numeri del cancro in Italia“), si stima che nell’anno 2016, in Italia, si siano ammalate di tumore della mammella circa 50 mila donne (erano 40.000 nel 2000) e 1100 uomini.
L’incidenza può essere espressa come rischio cumulativo: una misura che esprime il numero di persone che è necessario seguire nell’intero corso della loro vita perché una di queste abbia una diagnosi di tumore, nel caso del tumore della mammella una donna su 8. Si tratta di un’incidenza tra le più alte in Europa. Le più colpite sono le donne sopra i 64 anni: circa il 40% dei casi di tumore al seno riguarda queste pazienti. Alla fascia di età 50-64 anni si riferisce oltre il 30% dei casi, mentre il 20-30% dei casi riguarda donne under 50. Di cui circa il 5–7%, riguarda le under 40. A 50 anni il tasso annuo stimato è di 150 casi per 100.000 donne ed aumenta con l’età, fino ad arrivare a 60 anni con 200 casi per 100.000 donne ed a 300 casi per 100.000 donne a 70 anni, con tassi di 139 malate ogni 100.000 abitanti.
Una donna su 8 nel corso della vita |
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In Italia, il trend di incidenza del CM è in leggero aumento (+0.3% per anno) mentre la mortalità continua a ridursi. Globalmente, l’incidenza del CM è aumentata drammaticamente nel corso dell’ultimo secolo. Le ragioni di questo aumento sono probabilmente da ricercare nel cambiamento dello stile di vita e dell’ambiente sociale e culturale in cui vivono oggi le donne. In Italia il gradiente decrescente d’incidenza Nord-Sud, tradizionalmente riferibile al maggior numero di nascite al Sud (tassi di fecondità nel 1981 di 2,04 al Sud, 1,41 al Centro e 1,28 al Nord), si è andato rapidamente riducendo negli ultimi anni parallelamente alle differenze di tasso di fecondità (1,32 sia al Sud che al Nord nel 2005). Inoltre la diffusione su larga scala dei programmi di screening mammografico, dalla seconda metà degli anni ’90, ha contribuito a notevoli e differenti variazioni di incidenza tra le diverse Regioni per la diagnosi di un considerevole numero di lesioni prevalenti. Si stima che ogni anno siano 53.000 i nuovi casi di carcinoma mammario, circa 10.000 in donne con età inferiore ai 50anni, 15.000 tra i 50 e i 70 anni ed altri 12.000 nell’età più avanzata.
L’incidenza totale e specifica per età per il cancro al seno è bimodale, con il primo picco che si verifica a circa 50 anni e il secondo che si verifica a circa 70 anni. [13, 14] È stato proposto che questo modello bimodale possa riflettere l’influenza dell’età all’interno dei diversi sottotipi tumorali; la malattia di alto grado mal differenziata e tende a verificarsi prima, mentre i tumori sensibili agli ormoni e a crescita più lenta tendono a verificarsi con l’avanzare dell’età. La malattia, dunque, sembra in crescita tra le giovani, cioè in quella fascia di età non coperta dai programmi di screening pubblici (perché non sono sufficientemente efficaci, come abbiamo detto) e quindi, oltretutto, più a rischio di scoprire la neoplasia quando questa è già relativamente avanzata, nel malaugurato caso in cui non si riveli una delle forme più benigne. E non si tratta di tumori solo ereditari o legati alle alterazioni dei geni BRCA 1 e 2 ma, nella stragrande maggioranza dei casi (circa il 95 per cento), di tumori per così dire normali, che non si sviluppano in donne considerate particolarmente a rischio.
Rappresenta la neoplasia più frequentemente diagnosticata tra le donne in tutte le fasce di età: 40% tra le donne di età inferiore a 49 anni; 35% tra i 50 e 69 anni, 22% dopo i 70 anni.
La curva di incidenza cresce fino ai 50-55 anni e poi rallenta con un plateau dopo la menopausa, per poi riprendere a salire dopo i 60 anni. Il rischio di sviluppare un tumore della mammella è di 1 donna ogni 9, con differenze per fasce di età: il rischio è 1/40 nelle giovani, 1/20 nelle adulte e 1/25 nelle anziane. Le più recenti stime indicano che in Italia vivono circa 800.000 donne che hanno avuto, nel corso della vita, una diagnosi di tumore della mammella.

L’incidenza del carcinoma della mammella è direttamente proporzionale ai livelli economici del paese di appartenenza ed alle abitudini di vita verosimilmente alimentari, con differenze di 800 volte tra il nostro Paese e Paesi africani ed orientali ivi compreso il Giappone. Si prevede che l’incidenza di nuovi casi si potrà stabilizzare nel prossimo decennio. Gli studi epidemiologici hanno identificato una serie di fattori di rischio associati a un aumento del rischio di una donna che sviluppi il cancro al seno. Molti di questi fattori costituiscono la base degli strumenti di valutazione del rischio di cancro al seno attualmente utilizzati nella pratica clinica.
Fisiopatologia
Il cancro è come un insieme di circa 200 malattie, caratterizzate da un’abnorme crescita cellulare, svincolata dai normali meccanismi di controllo dell’organismo. Il processo di trasformazione di una cellula normale in cellula neoplastica avviene attraverso varie tappe, con accumulo di anomalie genetiche, funzionali e morfologiche. L’assetto molecolare dei tumori, nelle sue costanti variazioni, rappresenta il terreno di ricerca in cui si ripongono le maggiori speranze per le future ricadute cliniche. La proliferazione (divisione cellulare) è un processo fisiologico che ha luogo in quasi tutti i tessuti e in innumerevoli circostanze: normalmente esiste un equilibrio tra proliferazione e morte cellulare programmata (apoptosi). Le mutazioni nel DNA che conducono al cancro portano alla distruzione di questi processi ordinati: questo dà luogo a una divisione cellulare incontrollata e alla formazione del tumore. L’evento cancro richiede più di una mutazione a carico di diverse classi di geni. La perdita del controllo della proliferazione ha luogo solo in seguito a mutazioni nei geni che controllano la divisione cellulare, la morte cellulare e i processi di riparazione del DNA. Il nostro organismo è in grado, attraverso processi di riparazione e attivazione del sistema immunitario, di contrastare i processi di trasformazione ma, quando questa capacità viene meno, la cellula si trasforma, attraverso varie tappe, in cellula tumorale. Sono necessarie quindi sia l’attivazione dei geni che promuovono la crescita (oncogèni) sia l’inattivazione dei geni che inibiscono la crescita (oncosoppressori). La cancerogenesi è un processo lungo e complesso: raramente una singola alterazione genetica è sufficiente per lo sviluppo del tumore. In genere un agente cancerogeno agisce sul DNA cellulare e provoca un processo di Iniziazione (rapido e irreversibile), seguito da una fase di promozione della crescita neoplastica (lenta e irreversibile). Altri fattori devono intervenire per favorire la progressione della malattia: nella maggior parte dei casi questi processi richiedono diversi anni. Altri meccanismi sono essenziali per la crescita tumorale; uno è rappresentato dal cosiddetto microambiente, cioè tutto ciò che ruota attorno al tumore: cellule favorenti, fattori di crescita, ma anche cellule che fagocitano o uccidono la cellula tumorale. Ma un altro meccanismo è necessario alla progressione della malattia: il tumore potrebbe rimanere dormiente per molti anni finché non si accende una lampadina. cosiddetto switch angiogenico, cioè la capacità del tumore di costruire i propri vasi sanguigni tali da permettergli di crescere indisturbato.
La comprensione attuale dell’etiopatogenesi del cancro al seno è che i tumori invasivi sorgono attraverso una serie di alterazioni molecolari a livello cellulare. Queste alterazioni si traducono in cellule epiteliali mammarie con caratteristiche immortali e crescita incontrollata.
La profilazione genomica ha dimostrato la presenza di sottotipi di tumore al seno con storie naturali distinte e comportamento clinico. Il numero esatto di sottotipi di malattia e alterazioni molecolari da cui derivano questi sottotipi resta da chiarire, ma questi generalmente si allineano con la presenza o l’assenza di recettore degli estrogeni (ER), recettore del progesterone (PR) e recettore del fattore di crescita epidermico umano 2 (HER2). Questa visione del cancro al seno – non come un insieme di eventi molecolari stocastici, ma come un insieme limitato di malattie separabili di origini molecolari e cellulari distinte – ha alterato il pensiero sull’eziologia del cancro al seno, sui fattori di rischio specifici del tipo e sulla prevenzione e ha avuto un impatto sostanziale sulle strategie di trattamento e sulla ricerca sul cancro al seno.
Quattro sono i principali sottotipi di tumore al seno, con distinte aberrazioni genetiche ed epigenetiche [9] (vedi l’immagine qui sotto):
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Luminal A
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Luminal B
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Basale
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HER2-positivo
È degno di nota che il sottogruppo di tumori mammari basali condivide una serie di caratteristiche molecolari comuni ai tumori ovarici sierosi, compresi i tipi e le frequenze delle mutazioni genomiche. Questi dati supportano l’evidenza che alcuni tumori al seno condividono fattori eziologici con il cancro ovarico. I più convincenti sono i dati che mostrano che le pazienti con tumori al seno di tipo basale mostrano una reattività al trattamento simile a quella dei tumori ovarici.Gli ormoni influenzano il rischio di cancro al seno.
Il cancro al seno luminale A è un sottotipo di tumore al seno che si caratterizza per la presenza di recettori per gli estrogeni (ER) e per il progesterone (PR) e per la mancanza di espressione del recettore HER2. È generalmente un tumore a basso grado, con crescita lenta e una prognosi più favorevole rispetto ad altri tipi di cancro al seno. Il tumore luminale della mammella, positivo per i recettori ormonali, è il tumore al seno più comune e colpisce circa 40.000 donne l’anno solo in Italia.
Il termine “luminale B” si riferisce a un tipo di carcinoma mammario (tumore al seno) che è positivo al recettore degli estrogeni (ER) bassa positività’ al recettore per il progesterone e che può essere anche positivo o negativo al recettore HER2., e Ki67 alto, livello di proliferazione con più del 20 per cento. Questo tipo di tumore è generalmente più aggressivo rispetto al luminale A e può crescere più rapidamente. Ki-67 è un marcatore di proliferazione che indica la percentuale di cellule tumorali che si stanno dividendo e moltiplicando, un indice di proliferazione cellulare. Un valore elevato di Ki-67 suggerisce che il tumore è in crescita più rapidamente.
Cancro al seno triplo negativo
Il TNBC è un sottotipo aggressivo di tumore al seno che si verifica in circa il 15-20% dei casi. La sua caratteristica principale è l’assenza di espressione di recettori ormonali (estrogeni e progesterone) e di HER2, che sono i bersagli principali di molti trattamenti ormonali e anti-HER2
HER2, acronimo di “recettore 2 del fattore di crescita epidermico umano”, è una proteina sulla superficie delle cellule che svolge un ruolo importante nella crescita e nella divisione cellulare. In alcuni tumori, come il cancro al seno, le cellule possono avere troppe copie del gene HER2, portando a una sovrapproduzione della proteina, che può contribuire alla crescita incontrollata del tumore. Funzione: HER2 è una proteina recettore di membrana che si trova sulla superficie delle cellule e che è coinvolta in processi come la crescita e il differenziamento cellulare.
In alcuni tumori, come il cancro al seno, il gene HER2 può essere amplificato, cioè avere più copie del normale, causando una sovraespressione della proteina HER2. Questo può portare a una crescita più rapida e aggressiva del L’esame HER2 è importante per la diagnosi e il trattamento del cancro al seno, in quanto può aiutare a identificare i tumori HER2-positivi, che possono essere trattati con farmaci mirati come gli anticorpi monoclonali come il TrastuzumabI pazienti con livelli più bassi di linfociti infiltrati nel tumore avevano un rischio maggiore di recidiva e una sopravvivenza complessiva peggiore rispetto a quelli con livelli più alti,
Uno dei fattori più importanti da considerare con una diagnosi di cancro al seno è il sottotipo biologico. Ci sono tre principali sottotipi di cancro al seno: recettore del fattore di crescita epidermico umano simile a quello luminale, positivo al recettore del fattore di crescita epidermico umano 2 (HER2) e triplo-negativo, che sono identificati dall’espressione dei recettori ormonali (HR) e HER2 da parte delle cellule del cancro al seno. Da notare che questi sottotipi hanno caratteristiche biologiche, prognosi e risposta al trattamento diverse. Sebbene tutti i tipi di cancro al seno possano ricorrere nonostante il trattamento, quelli definiti come cancro al seno triplo negativo (TNBC), che non hanno obiettivi specifici per trattamenti efficaci, sono considerati ad alto rischio di recidiva. I dati hanno indicato che fino al 40% dei pazienti con stadio I-III TNBC sperimenterà una recidiva dopo il trattamento standard.
I tumori HR-positivi, che esprimono recettori degli estrogeni (ER) e/o recettori del progesterone (PR), sono definiti come luminali, tipicamente meno aggressivi e con una prognosi più favorevole. I tumori mammari HER2-positivi sono tumori biologicamente aggressivi, ma il risultato è notevolmente migliorato con le terapie mirate anti-HER2.
• In media, gli individui che ospitano una mutazione germinale BRCA1 hanno un rischio del 72% di sviluppare cancro al seno all’età di 80 anni; per quelli con una mutazione germinale BRCA2, il rischio è del 69%. I più alti tassi di mutazioni BRCA1 si verificano tra gli individui di discendenza ebraica ashkenazita.
A causa dell’alto rischio per tutta la vita di cancro al seno nei portatori di mutazione BRCA della linea germinale, entrambe le linee guida americane, brasiliane ed europee raccomandano di prendere in considerazione la chirurgia profilattica, come la doppia mastectomia. Altri individui ad alto rischio di sviluppare il cancro al seno a causa di una predisposizione ereditaria possono optare per l’imaging frequente.
Scopri di più sulle mutazioni BRCA1 e BRCA2.
Il rischio di recidiva di un tumore HER2-positivo dipende generalmente dalle dimensioni del tumore, dalla presenza di linfonodi ascellari positivi, dal grado tumorale e da altri fattori istologici e del paziente. Prima dello sviluppo di efficaci terapie anti-HER2, come trastuzumab, nuovi inibitori della tirosina chinasi anti-HER2 o coniugati anticorpo-farmaco, la positività HER2 era associata a una prognosi sfavorevole. Il grado di positività HER2 (cioè, immunoistochimica [IHC] 2+/fluorescenza ibridazione in situ amplificata rispetto a IHC 3+) non è generalmente correlato al rischio di recidiva, sebbene possa essere associato a una maggiore reattività alle terapie anti-HER2. I pazienti con tumori HER2 positivi in fase iniziale con linfonodi clinicamente positivi sono di solito candidati per un trattamento sistemico neoadiuvante con chemioterapia e pertuzumab più trastuzumab.
I pazienti vengono selezionati per la terapia adiuvante con un inibitore della poli polimerasi (ADP-ribosio) (PARP) per il trattamento del carcinoma mammario delero HER2-negativo, ad alto rischio, in fase iniziale, deleterio o sospetto tratto germinale mutato BRCA-deleterio deleterio o adiuvante dopo il trattamento con chemioterapia neoadiuvante o
• Test di accompagnamento diagnostico per lo stato germinal eBRCA
Neoangiogenesi
‘Angiogenesi significa letteralmente la creazione di nuovi vasi sanguigni. La formazione di nuovi vasi all’interno del tumore da altri pre-esistenti (angiogenesi) garantisce al tumore l’apporto di ossigeno e nutrienti, come pure l’eliminazione di metaboliti, senza i quali la crescita tumorale sarebbe bilanciata dalla necrosi del tumore. I vasi sanguigni costituiscono il veicolo tramite il quale l’ossigeno e i vari nutrienti raggiungono i tessuti. L’angiogenesi è un processo multifasico, che promuove la formazione di nuovi vasi sanguigni dalla rete vascolare preesistente. Tale fenomeno prevede l’attivazione, la proliferazione e la migrazione di cellule endoteliali (EC), la distruzione della membrana basale vascolare, il rimodellamento della matrice extracellulare dei tessuti, la formazione di vasi e di una rete vascolare, il reclutamento di cellule di supporto, come le cellule muscolari lisce e i periciti e, infine, la connessione con la rete vascolare preesistente
Come i tessuti sani, anche quelli tumorali hanno bisogno di ossigeno e nutrienti per crescere, così come di un sistema che consenta loro di espellere l’anidride carbonica e i rifiuti metabolici che via via producono. Nei tessuti sani questo viene realizzato dal sistema vascolare, che con la sua rete intricata di vasi e capillari è in grado di raggiungere tutte le cellule dell’organismo. Si stima, infatti, che ogni cellula abbia nell’arco di circa 100μm un capillare sanguigno a sua disposizione (Alberts et al., Molecular Biology of the Cell, 2000). Il processo che porta alla creazione di nuovi vasi, l’angiogenesi, è regolato con grande precisione: generalmente è molto attivo durante lo sviluppo embrionale e post-natale, per accompagnare e sostenere la crescita dell’organismo. Nell’adulto, invece, l’angiogenesi è per lo più quiescente: viene attivata in modo temporaneo e solo in momenti specifici, come ad esempio quando è necessario ricostruire i vasi lesionati dopo un trauma oppure durante il ciclo mestruale quando l’endometrio deve essere rigenerato. Le ricerche sviluppate negli ultimi trent’anni, dapprima da Folkman e poi da molti altri scienziati in tutto il mondo, hanno identificato nell’angiogenesi uno dei tratti distintivi che caratterizzano tutte le cellule (e i tessuti) tumorali (Folkman, 1997). Durante la progressione neoplastica, a un certo punto le cellule tumorali spingono il sistema vascolare quiescente a creare nuovi capillari. Il grado di vascolarizzazione che si ottiene da questa stimolazione è variabile. Ciò che accomuna la vascolarizzazione nei tumori, e che allo stesso tempo la differenzia da quella dei tessuti sani, è la sua architettura (Nagy et al., 2010). I vasi presenti nei tumori sono frequentemente distorti, eccessivamente ramificati e lassi rispetto alla controparte sana. Questo provoca, di conseguenza, maggiori micro-emorragie, una ridotta capacità del sistema vascolare di frapporsi come barriera alla disseminazione di cellule tumorali, e un’alterata capacità delle molecole chemioterapiche di raggiungere efficacemente il tumore, come vedremo in maniera più diffusa nel capitolo dedicato all’angiogenesi. Quando accade tutto questo? E soprattutto, quali meccanismi utilizzano le cellule tumorali per promuovere l’angiogenesi? Se all’inizio gli scienziati ritenevano che l’attivazione dell’angiogenesi fosse importante solo per sostenere la crescita nelle fasi tardive della progressione tumorale, quando ormai il tumore ha una massa macroscopica, l’analisi istologica di lesioni pre-tumorali non ancora invasive (come nel caso di alcune displasie e di diversi tipi di carcinomi umani) ha evidenziato già segnali di attivazione dell’angiogenesi (Raica et al., 2009), suggerendo l’importanza di questo processo anche nelle fasi iniziali della formazione di un tumore.
Tra le strategie utilizzate per riattivare la vascolarizzazione ci sono: 1. La modificazione dell’equilibrio tra fattori che promuovono e inibiscono l’angiogenesi. Generalmente nei tessuti la formazione di nuovi vasi sanguigni è mantenuta bassa, o nulla, tramite il bilanciamento tra fattori anti e pro-angiogenici, a favore dei primi. In molti tumori, invece, l’equilibrio viene stravolto nella direzione opposta (Volpert et al., 1997), per esempio aumentando l’espressione dei fattori che favoriscono l’angiogenesi (come il VEGF, il fattore di crescita dell’endotelio vascolare) o riducendo i livelli di molecole che la frenano (è il caso della trombospondina o del β-interferone); 2. La variazione della bio-disponibilità dei fattori che attivano o bloccano l’angiogenesi, tramite una diversa regolazione delle proteasi che li modificano. Le proteasi sono enzimi capaci di degradare le proteine, e di cambiare la quantità di questi fattori o il loro livello di attività.
Le angiopoietine sono fattori implicati nell’angiogenesi, sono prodotti da piastrine, macrofagi e cellule endoteliali.
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sono dei fattori di crescita che promuovono la formazione di nuovi vasi sanguigni, sia in condizioni fisiologiche (ad esempio, per la crescita dei tessuti durante lo sviluppo embrionale) che in condizioni patologiche (ad esempio, nella crescita tumorale)Il VEGF è prodotto principalmente dalle cellule endoteliali, che rivestono l’interno dei vasi sanguigni.
L’angiopoietina fa parte di una famiglia di fattori di crescita vascolare che svolgono un ruolo nell’angiogenesi embrionale e postnatale. La segnalazione dell’angiopoietina corrisponde più direttamente all’angiogenesi, il processo attraverso il quale si formano nuove arterie e vene da vasi sanguigni preesistenti. L’angiogenesi procede attraverso la germinazione, la migrazione delle cellule endoteliali, la proliferazione e la destabilizzazione e stabilizzazione dei vasi. Sono responsabili dell’assemblaggio e dello smontaggio del rivestimento endoteliale dei vasi sanguigni.[1]
Per una neoplasia sarebbe molto difficile continuare a crescere in assenza di nuovi vasi sanguigni poiché virtualmente ogni cellula dell’organismo deve trovarsi entro 100 µm da un capillare per ricevere un adeguato apporto di ossigeno. Nell’angiogenesi tumorale sono coinvolti gli stessi mediatori (es. VEGF) che sono responsabili dell’angiogenesi fisiologica, ma la loro produzione è sregolata, cosicché i vasi che vengono formati sono anormali, presentando un andamento tortuoso ed una permeabilità eccessiva che generano un flusso sanguigno irregolare.
Varie evidenze supportano l’ipotesi secondo la quale lo sviluppo di nuovi vasi sanguigni indotto dalle neoplasie non avviene solamente per angiogenesi, ma anche attraverso altri meccanismi, quali il richiamo di cellule progenitrici derivanti dal midollo osseo (vasculogenesi) o la formazione si strutture vascolari da parte delle stesse cellule tumorali[5][4] (“vascular mimicry”). Sembra inoltre che, in certi casi, le cellule neoplastiche riescano a sopravvivere e proliferare localizzandosi in prossimità di vasi preesistenti senza la necessità che se ne creino di nuovi (“vessel co-option”)[6]. Alcuni studi hanno indicato che i vasi formati all’interno dei tumori sono più irregolari e di dimensioni maggiori, il che è anche associato a una prognosi peggiore[7][8][9].
Diverse linee di ricerca nel mondo si focalizzano sull’angiogenesi tumorale e sono orientate sia a comprendere appieno questo fenomeno, identificando i fattori coinvolti e i contributi dei singoli attori (tra cui le cellule del micro-ambiente, come sempre di più sta emergendo – paragrafo 2.7), sia a individuare molecole capaci di bloccare la formazione di nuovi vasi per “affamare” il tumore.
In un tessuto sano, le cellule utilizzano due programmi metabolici a seconda della disponibilità di ossigeno. In condizioni aerobiche (ossia in presenza di ossigeno) la cellula demolisce il glucosio in due passaggi: nel citoplasma, mediante la glicolisi, genera piruvato che nei mitocondri viene poi completamente ossidato ad anidride carbonica, consumando ossigeno e producendo grandi quantità di ATP, la molecola che veicola l’energia per tutti i processi cellulari. In carenza o assenza di ossigeno (anaerobiosi), come avviene ad esempio nelle cellule muscolari sotto sforzo, l’ossidazione mitocondriale non avviene e il piruvato, prodotto dalla glicolisi, è parzialmente ossidato in lattato. Questo processo genera meno ATP, ma può avvenire anche in assenza di ossigeno. Le cellule tumorali, invece, riprogrammano il loro metabolismo verso l’utilizzo della sola glicolisi anche in presenza di ossigeno, tramite la cosiddetta “glicolisi aerobica” o “effetto Warburg” (Warburg, 1956).
Perché una cellula che prolifera di più e più velocemente utilizza il metabolismo glicolitico che garantisce una produzione energetica inferiore L’apparente contraddizione in realtà svela un meccanismo che favorisce la proliferazione tumorale. La glicolisi, anche se meno efficiente dal punto di vista energetico, fornisce un numero maggiore e più variegato di intermedi metabolici, cioè molecole che possono essere impiegate per produrre acidi nucleici, proteine e gli organi necessari per la crescita cellulare. Per sostenere una maggiore glicolisi, le cellule tumorali espongono sulla loro membrana un maggior numero di recettori per il glucosio rispetto alle cellule sane, in modo da aumentarne l’incorporazione. Il maggior consumo di glucosio è il principio alla base delle tecniche diagnostiche come la PET per l’identificazione di masse tumorali. Perché una cellula che prolifera di più e più velocemente utilizza il metabolismo glicolitico che garantisce una produzione energetica inferiore. L’apparente contraddizione in realtà svela un meccanismo che favorisce la proliferazione tumorale.
La tomografia a emissione di positroni, PET (Positron Emission Tomography) è una tecnica diagnostica che individua i tumori sfruttando l’effetto Warburg. Il paziente assume una molecola radioattiva, il 18-fluoro-desossiglucosio, che è incorporato maggiormente dalle cellule tumorali. La PET identifica la massa tumorale rivelando una maggiore radioattività, indicativa di un maggior tasso di consumo metabolico di glucosio. Tale tecnica consente l‟individuazione di lesioni primarie e metastatiche con una sensibilità vicina al 90% (Czernin J and Phelps ME, 2002) e perciò viene utilizzata per diagnosticare e seguire l‟evoluzione di molti tipi di tumore nei pazienti.
I vasi tumorali formati costituiscono, inoltre, la via principale per la disseminazione di cellule metastatiche. Lo studio della capacità di un tessuto neoplastico di indurre la formazione di una nuova rete vasale è uno dei principali obiettivi della ricerca oncologica. Così più alta è la presenza di nuovi vasi sanguigni all’interno di alcuni tumori, più alto è il rischio di metastasi di quel tumore.
Un ruolo biologico fondamentale per la sopravvivenza e proliferazione delle cellule tumorali, per l’appunto, è attribuito all’angiogenesi. Il microambiente dei tumori solidi è caratterizzato da un’eterogeneità nella distribuzione dell’ossigenazione. Cellule tumorali ad una certa distanza dai vasi sanguigni subiscono uno stress di tipo ipossico. La formazione di nuovi vasi all’interno del tumore fornisce da un lato l’ossigeno ed i nutrienti necessari alla sua crescita e, dall’altro, rimuove le scorie metaboliche dal sito tumorale. I vasi tumorali formati costituiscono, inoltre, la via principale per la disseminazione metastatica. Cos’è che attiva lo switch angiogenetico? Molti fattori: oltre allo stress inteso in senso generale, l’infiammazione che accompagna il tumore ed il particolare ambiente presente nella massa tumorale che si trova in condizioni di ipossia, di acidità ed ipoglicemia (stress metabolico).
L’ipossia induce il fattore HIF (Hypoxia Inducible Factor 1) che stimola la secrezione di molecole VEGF e dunque lo sprouting vascolare o anche lo splitting. I nuovi vasi formati oltre ad essere dilatati, tortuosi, irregolarmente distribuiti, eccessivamente ramificati ed a scarsa tenuta, sono anomali anche per la composizione di quello che dovrebbe essere lo strato endoteliale costituito da un mosaico di cellule endoteliali e cellule tumorali. Si tratta di vasi anomali, lo ripetiamo, attraverso cui il passaggio di sangue (e farmaci) non è agevole che di fatto non risolvono la situazione di ipossia ed anzi perpetuano il processo di neoangiogenesi. I VEGF (Nota 3) sono in genere iperespressi e, oltre a determinare l’incremento della permeabilità dei vasi tumorali, mantengono l’ attività proliferativa delle cellule endoteliali, garantendone nel contempo la sopravvivenza (Fig. 3).
Lo switch angiogenico può verificarsi in qualsiasi fase della progressione tumorale (in base al tipo di tumore); ma è attribuibile ad uno stadio precoce, costituendo così un evento chiave nello sviluppo del fenotipo maligno [Papetti M et al, 2002]. Nel processo angiogenico si possono individuare alcune tappe essenziali, che vedono come protagoniste le cellule endoteliali (Fig. 1). Inizialmente, si verifica una destabilizzazione dei vasi pre-esistenti, dovuta ad un aumento della permeabilità vasale e perdita delle connessioni tra le cellule endoteliali. Segue una fase di migrazione e proliferazione (sprouting) di tali cellule verso il punto tissutale che richiede la formazione di nuovi vasi. Questa tappa richiede un complesso rimodellamento della matrice extracellulare (ECM). Successivamente, l’arresto della proliferazione delle cellule endoteliali, e la loro differenzazione, conduce alla formazione di capillari primitivi. La maturazione funzionale di quest’ultimi è caratterizzata dal reclutamento finale di cellule periendoteliali di supporto (periciti e cellule muscolari lisce) [Milkiewicz M et a, 2006]. I vasi sanguigni tumorali non presentano però l’organizzazione della normale microvascolatura.
L’angiogenesi tumorale è di fatto un processo altamente complesso poichè richiede un cross-talk tra cellule endoteliali, tumorali e stromali; frutto di uno squilibrio tra fattori promuoventi ed inibenti l’angiogenesi (Fig. 2). L’endotelio che normalmente si trova in uno stato quiescente (spento) viene “attivato” da stimoli ipossici, infiammatori o di stress meccanici, mediante l’azione autocrina-paracrina di fattori di crescita e citochine prodotti nel microambiente tumorale [Weis SM et al, 2011]. I fattori che attivano la proliferazione e migrazione delle cellule endoteliali sono principalmente ligandi dei recettori tirosina chinasi, quali VEGF, FGF, EGF, HGF. Possono essere prodotti dalle cellule tumorali (caratterizzate da un’alterata espressione degli oncogeni o dei geni soppressori della crescita), e si legano ai recettori presenti sulle cellule endoteliali. In questo modo alterano, a valle, l’espressione di molecole di adesione e marcatori di superficie dell’endotelio tumorale in crescita (integrine e caderine). Le cellule endoteliali secernono anche fattori di crescita che mantengono il loro stato attivato e facilitano la proliferazione delle cellule tumorali stesse.
Altri tipi di cellule che si trovano nello stroma tumorale possono contribuire localmente allo sviluppo dell’angiogenesi, come fibroblasti e cellule infiammatorie. I fibroblasti sono i mediatori chiave nel riparo tissutale. Quelli associati al microambiente tumorale (Tumor associated Fibroblasts, TAF) secernono i fattori EGF (Epidermal growth factor), HGF (Heptocyte growth factor), IGF-1 e 2 (Insulingrowth factor), e gli enzimi MMP (Matrix metalloproteinases), promuovendo l’invasione sia delle cellule tumorali sia endoteliali.
In queste, infatti, compare il fenomeno denominato “effetto Warburg” noto anche come glicolisi aerobica (Warburg O, 1956), che consiste nella tendenza delle cellule cancerose a convertire il glucosio ad acido lattico anche in presenza di ossigeno, conferendo loro un fenotipo glicolitico più marcato. A prima vista potrebbe apparire controverso e svantaggioso questo adattamento acquisito dalle cellule tumorali, considerando che la glicolisi produce solo 2 molecole di ATP per glucosio, a fronte delle 38 molecole di ATP con la completa ossidazione. E‟ stato tuttavia dimostrato che tale fenomeno è fondamentale per favorire la sopravvivenza delle cellule tumorali sia durante la carcinogenesi, sia nelle fasi più avanzate del tumore metastatico. La carcinogenesi precoce, infatti, avviene in un ambiente non vascolarizzato, poiché l‟epitelio iperplastico è fisicamente separato dallo stroma vascolarizzato dalla membrana basale. I substrati metabolici, l‟ossigeno e il glucosio, devono perciò diffondere dai vasi attraverso la membrana basale e gli strati di cellule tumorali, ed il limite di diffusione dell‟ossigeno risulta 100-150 μm. Le cellule neoplastiche, avendo acquisito delle mutazioni geniche che fanno perdere loro i normali controlli sulla proliferazione, continuano a riprodursi e la popolazione di cellule si allontana sempre di più dalle riserve di sangue. Tali cellule si trovano ripetutamente vicino al limite di diffusione dell‟ossigeno in seguito alle fluttuazioni nell‟emodinamica dei vasi sanguigni e vengono, così, a trovarsi a contatto con cicli di ipossia. L‟ipossia periodica sembra avere un ruolo importante nel selezionare cellule nelle quali il metabolismo glicolitico anaerobico è regolato positivamente, poiché esse possono sopravvivere in assenza di ossigeno. Le cellule tumorali devono inoltre fronteggiare l‟acidità dell‟ambiente intracellulare conseguente all‟aumento della glicolisi. Esse si adattano al pH acido sovra-esprimendo trasportatori di membrana che hanno la funzione di riportare il pH intracellulare a valori fisiologici, a spese del pH extracellulare (Pouyssegur J et al, 2006). L‟acquisizione del fenotipo glicolitico, inoltre, favorisce la progressione tumorale, poiché l‟acidità extracellulare che ne risulta è mutagena per le cellule attigue al tumore (Morita T, 1992). Questo comportamento amplifica l‟evoluzione della popolazione tumorale promuovendo la progressione maligna e l‟adattamento alle strategie terapeutiche. Come conseguenza di tali effetti, l‟aumento della glicolisi è spesso associato allo sviluppo di metastasi (Brizel DM, 2001; Walenta S, 2000). Le cellule che migrano in 7 tessuti distanti viaggiano in capillari e arteriole precapillari e durante il loro percorso vanno incontro a episodi di ipossia o anossia, poiché proliferando possono occludere lo spazio intravascolare. Per questo motivo il processo di metastatizzazione tende a selezionare cellule capaci di sopravvivere anche in assenza di ossigeno, quindi quelle più glicolitiche e resistenti all‟apoptosi indotta da ipossia e da acidità (Figura
Il tumore induce la formazione di una propria rete di vasi collegata a quella normale dell’organismo. Questi vasi portano nutrimento al tumore in crescita e costituiscono un’ottima via di disseminazione del tumore. Infatti, le cellule tumorali, utilizzando i vasi presenti nel tumore, entrano in circolo e, trasportate dalla circolazione, raggiungono altri organi dove, localizzandosi, danno luogo alle metastasi. L’angiogenesi tumorale è la proliferazione di una rete di vasi sanguigni che penetra nelle crescite cancerose, fornendo sostanze nutritive e ossigeno e la rimozione dei metaboliti tossici. L’angiogenesi tumorale comincia con le cellule del tumore che rilasciano molecole (VEGF etc) che inviano segnali al tessuto circostante normale. Questo segnale attiva alcuni geni nel tessuto ospite che, a sua volta, attiva la crescita di nuovi vasi sanguigni.
Non necessariamente la crescita dei tumori segue un’evoluzione spontanea fulminante • Alcuni tumori possono restare in uno stato di quiescenza per anni, probabilmente per l’espressione di un’elevata quantitá di fattori antiangiogenici (endostatina, angiostatina, ecc.).
Carcinomi della mammella
I vari tipi di tumori al seno sono elencati di seguito per percentuale di casi:
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Il carcinoma duttale infiltrante è il tumore al seno più comunemente diagnosticato e ha la tendenza a metastatizzare attraverso i linfati; rappresenta il 75-85% dei tumori al seno
Il DCIS è un cancro al seno non invasivo allo stadio 0 che inizia nei dotti. In situ significa nella sua sede di sua insorgenza. La condizione è non invasiva perché non è diffusa oltre i dotti in altri tessuti sani. Il DCIS non è pericoloso per la vita, ma le persone a cui è stata diagnosticata la condizione hanno un rischio superiore alla media di sviluppare un cancro al seno invasivo nel corso della vita. Secondo l’American Cancer Society, circa il 20% dei nuovi tumori al seno sono DCIS.
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Negli ultimi 25 anni, l’incidenza del carcinoma lobulare in situ (LCIS) è raddoppiata, a 3,19 per 100.000 persone/anno; il picco di incidenza è nelle donne di età ≥50 anni.
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Il carcinoma lobulare infiltrante rappresenta meno del 15% dei tumori al seno invasivi
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Il carcinoma midollare rappresenta circa il 5% dei casi e si verifica generalmente nelle donne più giovani
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Il carcinoma mucinoso (colloide) si osserva in meno del 5% dei casi di cancro al seno invasivo
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Il carcinoma tubulare della mammella rappresenta l’1-2% di tutti i tumori al seno
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Il carcinoma papillare si vede di solito nelle donne di età superiore ai 60 anni e rappresenta circa l’1-2% di tutti i tumori al seno
- Il cancro al seno metaplastico rappresenta meno dell’1% dei casi di cancro al seno, tende a verificarsi nelle donne anziane (età media di insorgenza nel sesto decennio).
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CODICE EUROPEO CONTRO IL CANCRO
Non consumare nessuna forma di tabacco.
Rendi la tua casa libera da inquinanti. Sostieni le politiche che promuovono un ambiente libero dal fumo sul tuo posto di lavoro.
Attivati per mantenere un peso regolare.
Svolgi attività fisica ogni giorno. Limita il tempo che trascorri seduto.
Segui una dieta sana:
Consuma molti e vari cereali integrali, legumi, frutta;
Limita i cibi ad elevato contenuto calorico (alimenti ricchi di zuccheri o grassi) ed evita le bevande zuccherate;
Evita le carni conservate; limita il consumo di carni rosse e di alimenti ad elevato contenuto di grassi saturi.
Se bevi alcolici di qualsiasi tipo, limitane il consumo. Per prevenire il cancro è meglio evitare di bere alcolici.
Evita un’eccessiva esposizione al sole. Usa protezioni solari. Non usare lettini abbronzanti.
Osserva scrupolosamente le istruzioni in materia di salute e sicurezza sul posto di lavoro per proteggerti dall’esposizione ad agenti cancerogeni.
Accerta di non essere esposto a concentrazioni naturalmente elevate di radon. Fai in modo di ridurre i livelli elevati di radon.
A seguito dell’introduzione dello screening mammografico tra il 2005 e il 2009, i tassi di nuovi casi mostrano una tendenza tipica con un aumento significativo all’inizio del programma e un conseguente lento declino. È stato dimostrato che a meno donne nella fascia d’età di screening sono stati diagnosticati tumori avanzati rispetto a prima dell’introduzione dello screening. Dalla fine degli anni ’90, i tassi di mortalità per cancro al seno sono diminuiti continuamente, più recentemente più bruscamente tra le donne di età compresa tra 60 e 69 anni.I progressi nella terapia hanno sostanzialmente migliorato le possibilità di sopravvivenza delle persone con diagnosi di cancro al seno, e questo ha portato anche a una diminuzione dei tassi di mortalità. Entro pochi anni, dovrebbe essere possibile valutare la misura in cui lo screening ha portato a un’ulteriore riduzione.
Essendo l’incidenza di questo tumore così elevata, per prevenire l’insorgenza, è consigliato intervenire sui fattori di rischio così detti ‘modificabili’, che riguardano dunque il nostro stile di vita ed alimentare. I fattori di rischio legati agli stili di vita ed alimentari sono modificabili e l’adozione di un corretto stile alimentare può contribuire ad una diminuzione del livello di rischio individuale.L’esercizio fisico ha un grande impatto sul rischio di cancro al seno. Le donne che praticano attività fisica per 4 o più ore alla settimana avevano un rapporto di rischio aggiustato di 0,65 per il rischio di cancro al seno rispetto alle donne che non praticano esercizio fisico. Essendo l’incidenza di questo tumore così elevata, per prevenire l’insorgenza, è consigliato intervenire sui fattori di rischio così detti ‘modificabili’, che riguardano dunque il nostro stile di vita ed alimentare. I fattori di rischio legati agli stili di vita ed alimentari sono modificabili e l’adozione di un corretto stile alimentare può contribuire ad una diminuzione del livello di rischio individuale.
In Italia l’incidenza della maggioranza dei tumori continua a crescere gli oncologi continuano ad indicare i corretti stili di vita e l’attività fisica come prioritari per la prevenzione del cancro anche se, seguendo queste indicazioni, l’incidenza non è andata migliorando negli ultimi 20 anni (lotta contro il fumo a parte).
I genetisti chiedono di rendere più accessibili i test genetici (prodotti dalle companies) per identificare le persone sane con mutazione dei geni BRCA1- 2, al fine di valutare la sorveglianza intensiva ed anche eventuali interventi chirurgici profilattici per prevenire, forse, qualche centinaio di neoplasie rispetto alle 390.000 diagnosticate ogni anno.
Una vasta letteratura scientifica ed un recente studio condotto con Intelligenza Artificiale dimostrano che la causa principale dei tumori in Italia è l’inquinamento ambientale (in particolare quello dell’aria a cui si somma quello per i pesticidi)
Il Parlamento Europeo emette Direttive buone ma le cui applicazioni sono rimandate … a date da destinarsi.
Non essendo stato adeguatamente finanziato e protetto negli ultimi decenni, il nostro Sistema Sanitario appare fortemente provato dalla pandemia e dalle difficoltà economiche legate anche alle guerre. L’ Italia resta all’ultima posizione per la spesa sanitaria pro-capite in Europa (inferiore alla metà di quella della Germania).
Il Parlamento Europeo ha spesso comportamenti contraddittori, proponendo buone direttive che vengono poi modificate, stravolte o annullate nell’iter della loro approvazione. Ha recentemente approvato una Direttiva indicata dalla Commissione Ambiente per definire i valori limite dei principali inquinanti dell’aria secondo le raccomandazioni dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) del 2021: un limite massimo per il PM10 di 15 μg/m2 (attualmente è in vigore un limite di 50 μg/m2) e uno di 5 μg/m2 per il PM2,5 (è tuttora in vigore un limite di 25 μg/m2). Tuttavia ilprocesso legislativo che ne consegue prevede la sottomissione al Consiglio Europeo, per ilpronunciamento di tutti i Governi dei 27 Paesi della UE ed ha, comunque, obiettivi alquanto lontani nel tempo: i valori limite “intermedi” sono previsti per il 2030 e quelli “definitivi” per il 2035.
È di qualche mese la decisione della Commissione Europea di ritirare la proposta di legge sul taglio all’uso dei pesticidi chimici in agricoltura e nelle aree verdi urbane, per le proteste degli agricoltori. Il regolamento del progetto di dimezzare l’uso dei pesticidi nell’Unione entro il 2030 era stato presentato per la prima volta nel 2022 (ed avrebbe colpito anche il glifosato). La bozza del regolamento era già stata bocciata nel novembre scorso dal Parlamento europeo per le divergenze tra gli stati membri…. ed ora una nuova sospensione, che permette al glifosato ed a tanti altri “veleni” di rimanere in vendita in tutta Europa. Il Sistema Sanitario Italiano poi ,già ultimo da almeno 15 anni per la spesa sanitaria pro-capite in Europa, è in sofferenza, con una deriva che sembra avviarsi verso il privato.
Uno studio delle Università di Bologna e Bari con il CNR (Centro Nazionale Ricerche) che si è avvalso dell’intelligenza artificiale, pubblicato nel gennaio 2023, ha dimostrato che in Italia la più elevata mortalità per cancro si registra là dove è maggiore l’inquinamento (atmosferico ed ambientale), anche se in quella stessa area gli “stili di vita” sono quelli più salubri. È una conferma di una vasta letteratura, già esistente da anni, che indica l’inquinamento dell’aria, dell’acqua e del cibo come causa principale della maggioranza dei tumori. Il concetto di Prevenzione Primaria cioè “la presa di coscienza e la conoscenza delle cause delle malattie al fine di attuare misure per ridurne l’incidenza” è sempre rimasta la cenerentola nei vari piani sanitari, anche per la mancanza di interesse di possibili profitti. È stata prediletta la Prevenzione Secondaria (diagnosi precoce), perché consente un business legato a strumentazioni dai costi elevati e a dispositivi vari ed ha raggiunto sicuramente risultati apprezzabili, con l’aumento delle guarigioni e della sopravvivenza anche grazie agli screening. Con la Prevenzione Secondaria abbiamo comunque delle persone che fanno i conti con un tumore, sottoposti ad interventi chirurgici o a terapie talora pesanti, con un carico di ansia per loro e per i loro familiari. La Prevenzione Primaria è ben diversa: tende a non fare ammalare le persone, ad avere una società più sana e con meno malati. Secondo l’Oms sono quattro i “Big” che causano la mortalità tra i cittadini. Tabacco, alimenti ultra-processati, combustibili fossili e alcol causano 19 milioni di morti all’anno a livello globale, ovvero il 34% di tutti i decessi. Nella sola Europa queste industrie sono responsabili, in tutto o in parte, di 2,7 milioni di morti all’anno.
“Quattro industrie uccidono ogni giorno almeno 7000 persone nella nostra Europa. Le stesse grandi entità commerciali bloccano la regolamentazione che proteggerebbe il pubblico da prodotti e marketing dannosi e proteggerebbe la politica sanitaria dall’interferenza dell’industria”, ha dichiarato Hans Henri P. Kluge, Direttore Regionale dell’OMS per l’Europa. Il sistema alimentare globale mina i fondamenti della salute, oltre che degli esseri umani, anche del pianeta e degli animali.
Penso che fino a quando il Prodotto Interno Lordo (PIL) valuterà solo riscontri economici e non il benessere o la salute dei cittadini.… la Prevenzione Primaria resterà un sogno e…l’incidenza dei tumori continuerà a crescere.
Possibili cause del tumore al seno
Sono sospetti di favorire il carcinoma mammario certi pesticidi, come il DDT, le diossine, certi plastificanti costituenti dei materiali a contatto con gli alimenti come il bisfenolo A, gli ftalati. Queste sostanze attive sul sistema endocrino sono interferenti ormonali ad attività estrogenica. Gli esseri umani e gli animali possono essere esposti, attraverso la dieta e altre fonti, a un’ampia varietà di sostanze attive sul sistema endocrino, naturali (ad es. i fitoestrogeni presenti nella soia) o artificiali. Alcune sostanze attive sul sistema endocrino sono utilizzate intenzionalmente nei medicinali (pillole anticoncezionali, sostituti degli ormoni tiroidei) per i loro effetti endocrini.
Le sostanze attive a livello endocrino (EAS) sono sostanze in grado di interagire o interferire con la normale azione ormonale. Quando ciò provoca effetti avversi, si parla di “interferenti endocrini”. Il sistema endocrino è importante per la salute dell’uomo e degli animali, perché regola e controlla il rilascio di ormoni. Gli ormoni sono i messaggeri chimici dell’organismo e sono essenziali per funzioni come il metabolismo, la crescita e lo sviluppo, il sonno e l’umore. La regolazione ormonale è di particolare importanza nelle fasi critiche dello sviluppo, ad esempio per il feto o durante l’infanzia. Il sistema endocrino è molto complesso e la regolazione della secrezione ormonale dipende da molteplici fattori. Le conoscenze scientifiche in quest’area sono ancora in evoluzione; pertanto la comprensione di che cosa sia una sostanza attiva sul sistema endocrino continua a essere oggetto di dibattito scientifico.
Conosciamo relativamente poco i fattori capaci di alterare gli oncogeni e gli oncosopressori che regolano la proliferazione delle cellule epiteliali mammarie. Il loro DNA può essere infatti danneggiato da fattori esterni (radiazioni ionizzanti, virus, sostanze cancerogene) ma anche da fattori interni (i radicali liberi o metaboliti mutageni degli ormoni sessuali). Probabilmente molte sostanze chimiche cancerogene per la mammella negli animali di laboratorio (idrocarburi aromatici policiclici, ammine eterocicliche, n-nitrosocomposti, composti organo clorurati) 12,13 , lo sono anche per l’uomo, ma i dati epidemiologici sono ancora scarsi. Si sospetta che interferenti endocrini (come certi pesticidi, in particolare il DDT, le diossine e certi plastificanti, come il bisfenolo A e gli ftalati), favoriscano i tumori mammari per la loro attività ormonale estrogenica, ma i dati disponibili per ora non sono conclusivi. Su altri cancerogeni, invece, i dati epidemiologici sono convincenti.
È noto ad esempio che le radiazioni ionizzanti sono un importante fattore di rischio per il CM soprattutto se l’esposizione si è verificata in giovane età. Le bambine sopravvissute alla bomba di Hiroshima hanno poi avuto un rischio doppio di ammalarsi di CM una volta diventate adulte 14. Le bambine e le ragazze irradiate per un linfoma di Hodgkin mediastinico hanno poi avuto un rischio altissimo di sviluppare un CM: fino al 30% delle pazienti irradiate entro l’età di 20 anni si sono ammalate nei successivi 30 anni. Il rischio aumenta anche nelle donne irradiate a 30 e 40 anni, ma apparentemente non oltre 15-17. Le adolescenti controllate frequentemente con schermografie per tubercolosi hanno avuto un rischio doppio di CM negli anni successivi 18,19. Le donne che lavoravano come tecnici di radiologia fino agli anni ’50 si sono ammalate di più delle loro coetanee20. Le ripetute radiografie della colonna vertebrale per il controllo clinico della scoliosi aumentano il rischio fin quasi a raddoppiare nelle ragazze che hanno ricevuto una dozzina o più di radiografie21 . È la dose dell’esposizione che ha un impatto sul rischio e dunque esami radiologici ripetuti nelle adolescenti dovrebbero essere effettuati solo se strettamente necessari. Verosimilmente tuttavia, i tumori causati da radiazioni non sono che una piccola minoranza dei CM totali.
Inoltre è importante ricordare che per il CM sporadico diagnosticato entro i 45 anni, la radioterapia nel trattamento del carcinoma primario non si associa ad un aumentato rischio di tumore secondario22. Una recentissima meta-analisi su oltre 40000 donne con una diagnosi di CM assegnate al trattamento radioterapico o ad un braccio di controllo ha confermato che gli attuali protocolli terapeutici sono sicuri rispetto all’insorgenza di un tumore polmonare o di danni cardiologici23. Tuttavia, per le fumatrici, i rischi assoluti della radioterapia moderna a lungo termine sono ancora alti e promuovere la cessazione del fumo in seguito al trattamento è importante23 . Solo da poco è stato chiarito che il fumo di tabacco è cancerogeno anche per la mammella. La relazione del tabacco con il cancro della mammella è stata a lungo oscurata da un effetto duplice del fumo di tabacco: da un lato il tabacco espone a sostanze cancerogene che possono causare tumori, come dimostrato dalla capacita di idrocarburi aromatici policiclici, nitrosammine e ammine aromatiche di causare tumori mammari in modelli animali24; dall’altro riduce il rischio esercitando un effetto tossico sull’ovaio, riducendo la produzione di estrogeni e anticipando la menopausa25,26. Lo studio EPIC (European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition), con 300.000 donne reclutate in 10 paesi europei, ha mostrato che rispetto alle donne che non hanno mai fumato e che non sono state esposte a fumo passivo, il rischio di sviluppare un tumore mammario è del 16% più alto nelle fumatrici, del 14% più alto nelle ex-fumatrici e del 10% più alto nelle donne esposte a fumo passivo27. Una recente meta-analisi ha anche confermato come l’abitudine al fumo sia anche un fattore prognostico sfavorevole aumentando sia la mortalità generale che CM specifica28 .
Fattori importanti per il CM sono quelli riproduttivi legati all’esposizione ormonale che accompagna la vita della donna. Ed è noto da tempo che avere figli conferisce una certa protezione, tanto più quanto si hanno in età molto giovane. La minore lunghezza dei cicli mestruali, con cicli più ravvicinati (dunque complessivamente più numerosi nell’arco della vita fertile), sembra associarsi a un aumento del rischio di CM. L’analisi congiunta di tutti gli studi sulla relazione fra vita riproduttiva e CM pubblicata nel 2002 dall’ Università di Oxford (50.000 casi di cancro mammario e 100.000 donne sane di controllo) ha concluso che per ogni 12 mesi di allattamento il rischio diminuisce del 4,3% (in più rispetto alla diminuzione del rischio del 7% per ogni figlio). Se da un lato il rapporto WCRF/AICR riporta l’allattamento come unico fattore di protezione convincente sia per il CM prima che dopo la menopausa 31, d’altra parte, diversi studi più recenti sembrano evidenziare come l’effetto protettivo valga soprattutto per i CM luminali e tripli negativi e per le donne con mutazione BRCA32. L’effetto protettivo dell’allattamento sarebbe ancora più forte nel caso dell’allattamento esclusivo33 . L’aumentata densità mammografica è un fattore indipendente predittivo di maggior rischio di CM, con un incremento di 4-6 volte per le donne con una densità del 75%. Si ritiene che la relazione causale stia nell’esposizione di un maggior numero di cellule mammarie agli stimoli cancerogeni. Il grado di densità mammaria e inversamente correlato con l’aumento dell’età, il numero di gravidanze e il peso corporeo e si riduce dopo la menopausa è con l’uso di Tamoxifene; aumenta invece assumendo terapie ormonali sostitutive in menopausa.
.Il rapporto WCRF/AICR 201831 conferma l’alcol come unico nutriente associato a un maggior rischio di CM. Nello studio EPIC è emerso che per ogni 10 g aumento/giorno nel consumo di alcol (pari circa a un bicchiere di vino, una lattina di birra, un bicchierino di liquore o di distillato) il rischio di CM era aumentato del 4,2% (95% CI: 2,7-5,8%)35 . Molto sappiamo oggi su come l’ambiente interno, ormonale e metabolico, possa favorire la crescita dei tumori mammari: le donne con alti livelli plasmatici di ormoni sessuali, sia maschili sia femminili, di insulina, di glucosio, di fattori di crescita (in particolare di IGF-I, fattore di crescita insulino-simile di tipo uno) e di molecole dell’infiammazione, si ammalano di più, sia prima che dopo la menopausa36. Dopo la menopausa le donne sovrappeso e obese si ammalano di più di CM, con un rischio dell’ordine del 50% in più rispetto alle donne normopeso37 . Gran parte del rischio e spiegato dalla associazione del sovrappeso con una maggiore produzione periferica di estrogeni (per l’attività aromatasica nel tessuto adiposo) e con una maggiore biodisponibilità degli estrogeni (nelle obese la concentrazione nel sangue della globulina che lega gli ormoni sessuali, la SHBG, è più bassa). L’obesità e il sovrappeso sono anche associate a cattiva prognosi. Una meta-analisi di 19 studi ha mostrato un rischio di mortalità pari a 1,47 volte superiore nelle pazienti obese rispetto alle normopeso 37 . Un’importante meta-analisi che ha valutato l’indice di massa corporea prima della diagnosi di CM, entro 12 mesi e dopo 12 mesi dalla diagnosi di CM ha confermato l’effetto prognostico sfavorevole di sovrappeso/obesità sia per la mortalità generale che CM specifica38. Anche l’obesità addominale è un fattore di rischio importante39. Questa, generalmente valutata misurando la circonferenza vita, contribuisce verosimilmente al rischio aumentando i livelli di insulina, che, riducendo la sintesi di SHBG, aumenta la concentrazione di estradiolo libero di agire. L’obesità addominale è infatti indicatore di resistenza all’insulina. Oggi sappiamo che la sindrome metabolica, una sindrome di insulino-resistenza, favorisce la comparsa di molte patologie cronico-degenerative tra cui il CM.
La sindrome metabolica è definita dalla presenza di almeno tre dei seguenti fattori: adiposità addominale (circonferenza vita maggiore di 80 cm), iperglicemia (maggiore di 100mg/100ml), ipertrigliceridemia (maggiore di 150 mg/100ml), bassi livelli plasmatici di colesterolo HDL (inferiori a 50 mg/100ml), pressione arteriosa maggiore di 85/130 mm Hg. La relazione causale ha a che fare con l’iperinsulinemia, l’iperglicemia e lo stato infiammatorio che accompagnano generalmente la sindrome. Per quanto concerne il CM prima della menopausa le cose sono Collegio Italiano dei Senologi: indicazioni per la miglior pratica clinica Epidemiologia del carcinoma mammario (ultimo aggiornamento ottobre 2019) 6 poco chiare, ma dopo la menopausa la coorte ORDET ha mostrato che le donne con sindrome metabolica hanno un rischio del 50% superiore di ammalarsi di CM rispetto alle donne con meno di tre dei fattori che definiscono la sindrome40. Più meta-analisi hanno confermato questa associazione di rischio, sempre in postmenopausa41,42 . Ciascuno dei fattori che definiscono la sindrome metabolica è risultato associato al CM in molti studi epidemiologici. La glicemia elevata, pur entro l’intervallo di normalità, aumenta sia il rischio di sviluppare il CM43,44 sia, in chi si è ammalata, il rischio di sviluppare metastasi45,46. Lo studio DIANA-5, su 2000 pazienti con precedente diagnosi di CM, ha mostrato che la presenza di sindrome metabolica è un significativo fattore prognostico negativo: le pazienti con sindrome metabolica hanno un rischio di sviluppare metastasi a distanza 2,4 volte superiore (limiti di confidenza al 95% 1,3-4,7) rispetto alle pazienti senza segni di sindrome metabolica47 . L’iperinsulinemia caratterizza la sindrome metabolica ma anche in assenza di sindrome metabolica aumenta il rischio di ammalarsi48 e in chi si è ammalata, il rischio di recidiva49. L’insulina stimola la sintesi di androgeni nell’ovaio e numerosi studi prospettici hanno coerentemente dimostrato che alti livelli plasmatici di androgeni, in particolare di testosterone, sono associati a un alto rischio di ammalarsi, sia prima sia dopo la menopausa50-52. Le pazienti con testosterone alto, inoltre, hanno un rischio doppio di recidiva53,54 . Tutti questi fattori metabolici, antropometrici ed ormonali che agiscono sul rischio e la prognosi del CM possono essere modificati agendo sullo stile di vita. Studi prospettici hanno suggerito ad esempio che i principali alimenti che favoriscono l’obesità sono, in ordine di importanza, patatine, patate, carni lavorate, carni rosse fresche, bevande zuccherate, dolciumi e farine raffinate, succhi di frutta, mentre aiutano a non ingrassare frutta, verdura, cereali integrali e semi oleaginosi55 . Per quanto riguarda il ruolo dei singoli nutrienti si può oggi affermare, alla luce dei risultati contrastanti di numerosi studi, che nessun alimento può definirsi “protettivo” e nessuno “cancerogeno” e che l’associazione è sicura solo per obesità, aumento di peso e alcool31. Esiste tuttavia una sempre maggiore evidenza (prevalentemente da studi osservazionali) che l’aderenza ad un pattern alimentare di tipo Mediterraneo sia protettivo per il CM, anche per i CM recettori negativi56,57. Al contrario modelli alimentari caratterizzati da alimenti con proprietà e sostanze pro-infiammatorie sarebbero associati ad un maggior rischio di CM58 . Numerosi studi hanno coerentemente mostrato che le donne che praticano regolarmente esercizio fisico si ammalano di meno31. Una recentissima meta-analisi, sommando i risultati di ben 38 studi prospettici, ha evidenziato una riduzione del rischio di CM del 3% per ogni 10 MET- ora / settimana di incremento (circa due ore/settimana di camminata veloce a 5 Km/ora oppure un’ora di corsa a 10 Km/ora), del 9% per ogni 30 METora di incremento e una riduzione del 15% per ogni incremento di 50 MET- ora / settimana59 . Questa meta-analisi ha inoltre evidenziato una protezione sia per i CM in post-menopausa che per il CM in pre-menopausa59 . È emerso inoltre recentemente che anche l’attività fisica dopo una diagnosi di CM sia associata ad una ridotta mortalità sia generale che CM specifica60 . Il meccanismo protettivo è complesso, verosimilmente include l’effetto dell’attività fisica sul peso corporeo e sulla massa grassa, sulla sensibilità insulinica, su ormoni e fattori di crescita e molto altro. Gli studi DIANA (Dieta e Androgeni) suggeriscono che nel volgere di pochi mesi e possibile ridurre significativamente il peso corporeo, la circonferenza vita, l’insulina, la glicemia, il colesterolo, i trigliceridi, gli ormoni sessuali e aumentare significativamente la SHBG con una dieta mediterranea-macrobiotica43: cereali integrali, legumi, verdure, semi oleaginosi, dolci senza zucchero e senza latticini61 . Collegio Italiano dei Senologi: indicazioni per la miglior pratica clinica Epidemiologia del carcinoma mammario (ultimo aggiornamento ottobre 2019) 7 Le raccomandazioni nutrizionali AICR/WCRF 201831 per la Prevenzione del Cancro, riguardano la prevenzione del cancro in generale, ma molte sono pertinenti al CM:
Gli studi prospettici che hanno classificato i questionari delle partecipanti in funzione della aderenza alle raccomandazioni del WCRF hanno coerentemente riscontrato una protezione tanto maggiore quanto maggiore è l’aderenza. Nello studio EPIC il rischio di sviluppare un cancro mammario diminuisce del 5% per ogni punto di aderenza alle raccomandazioni62. Nella coorte americana VITAL63 il rischio di ammalarsi decresce con il numero delle raccomandazioni rispettate: chi rispetta 5 o più delle raccomandazioni ha un rischio pari al 40% di chi non ne rispetta alcuna. Recentemente nella corte svedese, l’aderenza a 6-7 raccomandazioni è stata associata ad una riduzione del rischio pari al 50% rispetto a chi ne rispetta 0-2 64 . L’aderenza alle raccomandazioni WCRF, d’altro canto, è associata a una minore prevalenza di sindrome metabolica65, che è uno dei principali fattori di rischio di CM.
Il cancro al seno si sviluppa e si verifica a causa di diversi fattori interni ed esterni.[ 1–3] Le scelte di stile di vita scadenti, i fattori ambientali e i fattori socio-psicologici sono tutti legati al suo verificarsi. È stato dimostrato che dal 5% al 10% dei tumori al seno può essere attribuito a mutazioni genetiche e storia familiare, e dal 20% al 30% dei tumori al seno può essere attribuito a fattori che possono essere modificabili. Le cellule mammarie sono dove si sviluppa per la prima volta il cancro al seno. Una raccolta di cellule tumorali nota come tumore canceroso è in grado di diffondersi e distruggere i tessuti vicini. Oltre a diffondersi in tutto il corpo, può. Le cellule del seno subiscono occasionalmente cambiamenti che impediscono loro di crescere o di comportarsi normalmente. Condizioni mammarie non cancerose, iperplasia e cisti atipiche possono derivare da questi cambiamenti. Inoltre, possono provocare tumori benigni come papillomi intraduttali.
Tuttavia, il cancro al seno può occasionalmente derivare da cambiamenti alle cellule mammarie. Il cancro al seno inizia tipicamente nelle cellule che rivestono i dotti, che sono i tubi che trasportano il latte dalle ghiandole al capezzolo. Il carcinoma duttale è il nome dato a questo sottotipo di cancro al seno. Le cellule dei lobuli, che sono le raccolte di ghiandole produttrici di latte, possono anche dare origine al cancro. Il carcinoma lobulare è il nome di questo tipo di cancro. Sia i carcinomi duttali che quelli lobulari possono essere in situ, il che significa che il cancro è ancora presente nell’area in cui è apparso per la prima volta e non si è diffuso ai tessuti adiacenti. Possono anche essere invasivi, il che indica che si sono diffusi nei tessuti che li circondano.[ 8] Il cancro al seno può anche manifestarsi in forme meno comuni. Questi includono il cancro al seno triplo negativo, la malattia di Paget al seno e il cancro al seno infiammatorio. Il linfoma non-Hodgkin e il sarcoma dei tessuti molli sono forme non comuni di cancro al seno.[ 9] Nonostante abbia una bassa incidenza di cancro al seno, gli studi dimostrano che è in costante aumento in Cina. Entro il 2022, il numero di donne cinesi che avranno la malattia supererà i 100 su 100.000 e ci saranno 2,5 milioni di donne con la malattia in generale, di età compresa tra 35 e 49 anni. Pertanto, è fondamentale ricercare i fattori di rischio del cancro al seno per ridurre l’incidenza della malattia.[ 10] A causa della grande popolazione cinese e dell’alta incidenza di cancro al seno, che è al primo posto a livello globale ed è aumentato negli ultimi anni (17,6% e 15,6%, rispettivamente), anche se l’incidenza del cancro al seno (36,1/105) e la mortalità (8,8/105) sono entrambe relativamente basse in tutto il mondo. Il peso della malattia sta aumentando insieme all’incidenza del cancro al seno a livello globale, che è diventato un problema significativo per la salute pubblica globale.[ 11] Il cancro al seno è una malattia multifattoriale con importanti componenti genetiche, ambientali e comportamentali/di stile di vita. L’obiettivo della revisione attuale era quello di indagare l’epidemiologia e i fattori di rischio associati del cancro al seno a livello globale per comprendere la sua prevalenza e aiutare nella diagnosi precoce. I principali fattori di rischio per il cancro al seno sono i fattori genetici, in particolare la storia familiare; la dieta e l’obesità, man mano che la qualità della vita nel nostro paese migliora, le donne stanno diventando sempre più obese e la loro dieta tende ad essere sempre più ricca di grassi; fumo e bere; l’altro è la radiazione ionizzante; ancora, in particolare, le mestruazioni, l’orso e se l’allattamento, questi fattori possono anche influenzare l’insorgenza del cancro al seno. Per ridurre l’impatto che gli ormoni esogeni hanno sul corpo, dovremmo cercare di evitare di usare cosmetici che contengono estrogeni nella nostra vita quotidiana. Intorno a questi appelli, c’è stato molto dibattito. Di conseguenza, è essenziale esaminare a fondo i fattori di rischio per il cancro al seno utilizzando meta-metodi per dirigere la prevenzione clinica e il trattamento.[12] Abbiamo condotto una meta-analisi dei fattori di rischio del cancro al seno nelle donne cinesi nell’attuale studio raccogliendo letteratura pertinente dal 2001 al 2021, anche se gli studiosi cinesi lo hanno già fatto.[ 13] Il nostro obiettivo era quello di fornire informazioni fondamentali per la prevenzione del cancro al seno nelle donne cinesi. Qualcosa che aumenta la possibilità di contrarre il cancro è un fattore di rischio. Un’abitudine, una sostanza o una malattia potrebbero essere il colpevole. Numerosi fattori di rischio contribuiscono alla maggior parte dei tumori. Tuttavia, il cancro al seno può occasionalmente svilupparsi nelle donne che non hanno nessuno dei fattori di rischio elencati di seguito. Le donne hanno maggiori probabilità degli uomini di sviluppare il cancro al seno. Le donne hanno maggiori probabilità di sviluppare il cancro al seno quando gli estrogeni e il progesterone sono esposti alle loro cellule mammarie.
Alcuni tumori al seno sono aiutati nella loro crescita da questi ormoni, in particolare gli estrogeni, che sono stati collegati al cancro al seno. Il Canada, gli Stati Uniti e alcune nazioni europee sono esempi di nazioni sviluppate ad alto reddito in cui il cancro al seno è più diffuso. L’età aumenta la probabilità di contrarre il cancro al seno. Le donne di età compresa tra 50 e 69 anni sono la fascia demografica più comune per il cancro al seno.[ 14] Il cancro più frequentemente diagnosticato nelle donne e un importante problema di salute globale è il cancro al seno. I ricercatori hanno trovato diversi fattori di rischio che possono aumentare la probabilità di una donna di contrarre il cancro al seno, anche se la causa precisa della malattia è ancora sconosciuta. Per la diagnosi precoce, la prevenzione e la gestione efficiente del cancro al seno,[14] è essenziale comprendere questi fattori di rischio. Con più di 1 su 10 nuove diagnosi di cancro ogni anno, il cancro al seno è il cancro più comune nelle donne. In tutto il mondo, è la seconda causa più tipica di morte correlata al cancro nelle femmine. Le ghiandole produttrici di latte si trovano davanti alla parete toracica sull’anatomia del seno. Posano sul muscolo pettorale maggiore e il seno è sostenuto da legamenti che lo uniscono alla parete toracica. Il seno è composto da 15 a 20 lobi disposti in cerchio. La dimensione e la forma del seno sono determinate dal grasso che copre i lobi. Ogni lobo è composto da lobuli che contengono le ghiandole che producono latte quando gli ormoni sono stimolati. Il cancro al seno progredisce sempre sottilmente. La maggior parte dei pazienti apprende di avere la propria malattia mentre si sottopone ai loro controlli regolari. Altri possono mostrare secrezione del capezzolo, un cambiamento di forma o dimensione del seno o un nodulo al seno scoperto involontariamente. La mastalgia non è insolita, però. La diagnosi del cancro al seno richiede un esame fisico, un’imaging, in particolare una mammografia e una biopsia tissutale.[ 14]
La diagnosi precoce aumenta la probabilità di sopravvivenza. La prognosi sfavorevole e le metastasi a distanza sono causate dalla propensione del tumore a diffondersi linfaticamente ed emologicamente. Questo chiarisce ed evidenzia il significato dei programmi per lo screening del cancro al seno.[15] Tutto ciò che solleva la possibilità di sviluppare il cancro è un fattore di rischio. Potrebbe essere un’abitudine, una sostanza o una malattia. Molti fattori di rischio si combinano per causare la maggior parte dei tumori. Le donne hanno maggiori probabilità degli uomini di sviluppare il cancro al seno. Le donne hanno maggiori probabilità di sviluppare il cancro al seno quando gli estrogeni e il progesterone sono esposti alle loro cellule mammarie. Il cancro al seno è più diffuso nelle nazioni sviluppate ad alto reddito come il Canada, gli Stati Uniti e alcune nazioni europee. Questi ormoni, in particolare gli estrogeni, sono legati alla malattia e ne promuovono la crescita. Man mano che invecchi, aumenta il rischio di sviluppare il cancro al seno. La maggior parte dei casi di cancro al seno nelle donne viene diagnosticata tra i 50 e i 69 anni.[ 14]
Fattori di rischio per lo sviluppo del cancro al seno tra le donne
2.1. Storia personale di cancro al seno
Un aumento del rischio di recidiva del cancro al seno esiste nelle donne che lo hanno sperimentato in precedenza. Il secondo cancro al seno può comparire nello stesso seno del primo o in un seno diverso. Sebbene la maggior parte delle donne che hanno un carcinoma duttale in situ o un carcinoma lobulare in situ non si ripresenta, queste donne sono a maggior rischio di farlo.[ 16]
2.2. Seno e altri tipi di cancro nella storia familiare
La presenza di cancro al seno in uno o più parenti stretti indica che la malattia è in famiglia. Più casi di cancro al seno di quanto si possa prevedere si verificano casualmente in alcune famiglie. Può essere difficile determinare se la storia di cancro di una famiglia sia il risultato di una coincidenza, di uno stile di vita comune, di geni trasmessi dai genitori ai figli o di una combinazione di questi fattori.[ 17]
2.3. Mutazioni nel gene BRCA
Un gene alterato è indicato come mutazione genetica. Alcuni tipi di cancro possono essere più propensi a svilupparsi a causa di alcuni cambiamenti genetici. Un genitore può trasmettere mutazioni genetice ereditarie alla sua prole. Solo una piccola percentuale di tumori al seno (circa il 5%-10%) è causata da mutazioni genetici ereditarie. La normale fisiologia umana include sia BRCA1 che BRCA2, che sono geni del cancro al seno. Come risultato di quello che sembra essere il loro coinvolgimento nella regolazione della crescita delle cellule tumorali, questi geni sono noti come soppressori tumorali. Le mutazioni del gene BRCA1 o BRCA2 possono far sì che perdano la loro capacità di regolare lo sviluppo del cancro. Raramente si verificano queste mutazioni. Circa 1 persona su 500 li sperimenta. Un gene BRCA mutato può essere ereditato sia da uomini che da donne dalla madre o dal padre. Anche i figli di coloro che portano la mutazione genetica possono ereditarla. Un bambino ha il 50% di possibilità di ereditare la mutazione genetica se 1 delle 2 copie del gene BRCA ha la mutazione in 1 o entrambi i genitori. Un bambino ha anche una probabilità del 50% di non ereditare la mutazione genetica. Secondo gli studi, le donne che ereditano le mutazioni del gene BRCA1 o BRCA2 hanno un rischio dell’85% per tutta la vita di sviluppare cancro al seno. Inoltre, rispetto ad altre donne, coloro che portano queste mutazioni ereditarie sono a maggior rischio di sviluppare il cancro al seno all’inizio della vita. Il cancro al seno in entrambi i seni ha maggiori probabilità di colpire le donne che hanno la mutazione del gene BRCA. Hanno maggiori probabilità di avere il cancro nell’altro seno se hanno il cancro in un seno. Il cancro ovarico può colpire una donna a qualsiasi età se è portatrice di una mutazione del gene BRCA.[ 19]
2.4. Seno grande
Rispetto al tessuto adiposo, i seni densi hanno più dotti lattiferi, ghiandole e tessuto connettivo. La densità del seno è un tratto genetico. Rispetto alle donne con poco o nessun tessuto mammario denso, le donne con tessuto mammario denso hanno un rischio più elevato di sviluppare il cancro al seno. La densità del seno può essere rilevata solo da una mammografia, ma il seno denso rende anche l’immagine più difficile da interpretare. In una mammografia, il tessuto denso appare bianco, come i tumori, mentre il tessuto adiposo appare scuro, nascondendo un tumore.[ 20]
2.5. La menopausa tardiva
Il livello di ormoni del corpo, principalmente estrogeni e progesterone, inizia a diminuire quando le ovaie smettono di produrli, con conseguente menopausa. Il ciclo mestruale di una donna viene interrotto a causa di questo. Le tue cellule sono esposte agli estrogeni e ad altri ormoni per un periodo più lungo se entri in menopausa più tardi nella vita (dopo l’età di 55 anni). Questo aumenta la possibilità di cancro al seno. Allo stesso modo, il tessuto mammario è esposto agli estrogeni e ad altri ormoni per un periodo più breve quando la menopausa si verifica prima nella vita. Un minor rischio di cancro al seno è associato alla menopausa precoce.[ 21]
2.6. Che ci siano gravidanze tardive o no
L’esposizione delle cellule mammarie agli estrogeni circolanti viene interrotta durante la gravidanza. Riduce anche il numero complessivo di cicli mestruali che una donna sperimenta nel corso della sua vita. Il rischio di cancro al seno di una donna è leggermente più alto di quanto non lo sia per una donna che ha almeno una gravidanza a termine prima dei 30 anni. Il rischio ridotto di cancro al seno è associato alla gravidanza precoce. Una donna è più protetta dal cancro al seno più figli ha. Il rischio di cancro al seno è aumentato se una donna non concepisce mai.[ 22]
2.7. Trattamento ormonale sostitutivo
Secondo lo studio della Women’s Health Initiative (WHI), l’estrogeno da solo ha aumentato il rischio di cancro al seno di circa l’1% all’anno e la terapia ormonale sostitutiva combinata (HRT) ha aumentato il rischio di circa l’8% all’anno. Lo studio ha anche scoperto che, rispetto a un placebo, il rischio è aumentato anche con un uso relativamente breve di una STR combinata. Dopo aver interrotto la terapia ormolesss per alcuni anni, il rischio più alto sembra essere scomparso. Lo studio WHI ha anche rivelato che, tra le donne canadesi di età compresa tra 50 e 69 anni, c’è stato un notevole calo del numero di nuovi casi di cancro al seno tra il 2002 e il 2004. L’uso di HRT combinato è diminuito contemporaneamente a questo calo. Anche altre nazioni in tutto il mondo, come Stati Uniti, Australia, Germania, Paesi Bassi, Svizzera e Norvegia, hanno notato questa tendenza. I rischi associati all’uso a lungo termine della terapia orastrale combinata sono ora pensati per superare i vantaggi.[ 23]
2.8. Essere in sovrappeso
Nelle donne in post-menopausa, l’obesità aumenta il rischio di sviluppare il cancro al seno. Secondo gli studi, le donne con un indice di massa corporea di 31,1 o superiore che non hanno mai usato la terapia ormoortale hanno 2,5 volte più probabilità di sviluppare il cancro al seno rispetto a quelle con un indice di massa corporea di 22,6 o inferiore. In particolare, gli estrogeni delle ovaie svolgono un ruolo significativo nel cancro al seno. Si ritiene che molti fattori di rischio per il cancro al seno siano causati dalla dose cumulativa di estrogeni che il tessuto mammario assorbe nel tempo. La maggior parte degli estrogeni del corpo è prodotta dalle ovaie, ma dopo la menopausa, il tessuto adiposo produce solo una piccola quantità di estrogeni. Un livello più elevato di estrogeni può derivare dall’avere più tessuto adiposo, il che aumenta il rischio di cancro al seno.[ 24]
2.9. Estrogeno
Il rischio di cancro al seno è legato agli estrogeni, sia endogeni che esogeni. Nelle donne in premenopausa, l’ovaio produce tipicamente estrogeni endogeni e la rimozione ovarica può ridurre il rischio di cancro al seno. La terapia ormolesi e i contraccettivi orali sono le principali fonti esogene di estrogeni. Dagli anni ’60, i contraccettivi orali sono stati ampiamente utilizzati e le loro formulazioni sono state migliorate per ridurre al minimo gli effetti collaterali. Tuttavia, il rapporto dispari è ancora superiore a 1,5 per le popolazioni femminili iraniane e afroamericane. I contraccettivi orali, tuttavia, non aumentano il rischio di cancro al seno nelle donne che smettono di usarli per più di 10 anni. Per le donne in menopausa o in postmenopausa, la terapia ormonale sostitutiva comporta la somministrazione di estrogeni esogeni o altri ormoni. L’uso della terapia ormonale può aumentare il rischio di cancro al seno, secondo diversi studi. Secondo il Million Women Study nel Regno Unito, c’è un rischio relativo di 1,66 tra coloro che attualmente usano la terapia ormonale e coloro che non l’hanno mai usata. Uno studio di coorte su 22.929 donne asiatiche ha rilevato che dopo aver usato la terapia ormolessi per 4 e 8 anni, rispettivamente, sono stati riscontrati rapporti di pericolo (HR) di 1,48 e 1,95. Dopo 2 anni di arresto della terapia ormonale è stato dimostrato che il rischio di cancro al seno diminuisce significativamente. Con un 3,6 HR per un nuovo tumore al seno, il tasso di recidiva è alto anche tra le sopravvissute al cancro al seno che assumono la terapia ormonale sostitutiva. Gli effetti negativi della terapia ormonale sostitutiva sono stati rivelati nel 2003 sulla base dello studio controllato randomizzato WHI, dopo lo studio c’è stata una diminuzione del 7% del tasso di incidenza del cancro al seno in America.[ 25]
3. Cancro al seno: diagnosi precoce
I tumori al seno in genere iniziano come tumori benigni o anche carcinomi metastatici a causa dell’iperproliferazione duttale, che viene poi costantemente stimolata da vari fattori cancerogeni. Il cancro al seno è iniziato e progredisce in modo diverso a seconda del microambiente del tumore, come le influenze stromali o i macrofagi. Quando solo lo stroma della ghiandola mammaria del ratto è stato esposto ad agenti cancerogeni, non la matrice extracellulare o l’epitelio, le neoplasie potevano essere indotte. Un microambiente infiammatorio mutageno che i macrofagi possono creare può incoraggiare l’angiogenesi e aiutare le cellule tumorali a evitare il rigetto immunitario. Sono stati osservati diversi modelli di metilazione del DNA tra i microambienti tipici e associati al tumore, suggerendo che i cambiamenti epigenetici nel microambiente tumorale possono incoraggiare la carcinogenesi. Le cellule staminali tumorali (CSC), una nuova sottoclasse di cellule maligne all’interno dei tumori, sono state recentemente identificate e collegate all’inizio, alla fuga e alla recidiva del tumore. Questa piccola popolazione di cellule, che può provenire da cellule staminali o cellule progenitrici in tessuti sani, può rigenerarsi ed è resistente ai trattamenti tradizionali come la chemioterapia e la radioterapia. Ai Hajj è stato il primo a identificare le cellule staminali del cancro al seno (bCSC) e i topi immunocompromessi potevano sviluppare nuovi tumori da appena 100 bCSC. A differenza delle cellule staminali basali, i progenitori epiteliali luminali hanno maggiori probabilità di essere la fonte di bCSC. L’auto-rinnovamento, la proliferazione e l’invasione dei bCSC sono mediati da percorsi di segnalazione che includono Wnt, Notch, Hedgehog, p53, PI3K e HIF. Tuttavia, sono necessarie ulteriori ricerche per comprendere i bCSC e creare nuovi metodi per la loro completa eradicazione.[ 19]
La teoria CSC e la teoria stocastica sono 2 teorie speculative su come inizia e si diffonde il cancro al seno. Secondo la teoria sui CSC, tutti i sottotipi di tumori discendono dalle stesse cellule staminali o dalle cellule che amplificano il transito. Una varietà di fenotipi tumorali sono causati da mutazioni genetiche ed epigenetiche acquisite nelle cellule staminali o nelle cellule progenitrici. Secondo la teoria stocastica, un singolo tipo di cellula è la fonte di tutti i sottotipi di tumore. Qualsiasi cellula mammaria può gradualmente sviluppare mutazioni casuali e quando si sono accumulate abbastanza mutazioni, la cellula mammaria può trasformarsi in una cellula tumorale. Anche se entrambe le teorie hanno molti dati a sostegno di loro, nessuna delle due può spiegare completamente come si è sviluppato per la prima volta il cancro al seno umano.[ 26]
4. Prevenzione del cancro al seno basata sulla biologia (anticorpi monoclonali)
Per migliorare la qualità della vita delle pazienti con cancro al seno, è stata recentemente sviluppata la prevenzione biologica, nota principalmente come anticorpi monoclonali per la malattia. Questi anticorpi monoclonali hanno il recettore del fattore di crescita epidermico umano 2 (HER2) come uno dei loro obiettivi primari. La proteina HER2 è sovraespressa o il gene HER2 è amplificato in circa il 20%-30% di tutti i casi di cancro al seno. Il primo farmaco mirato all’HER2 a ricevere l’approvazione della FDA è il trastuzumab (Herceptin), un anticorpo monoclonale umanizzato ricombinante. Può interagire direttamente con la regione C-terminale del dominio IV nella regione extracellulare di HER2. Il meccanismo antitumorale di Trastuzumab non è stato ancora completamente compreso. Trastuzumab può inibire la crescita e la proliferazione delle cellule tumorali attraverso diversi possibili meccanismi, tra cui l’attivazione del sistema immunitario contro le cellule tumorali attraverso un effetto noto come citotossicità mediata dalle cellule dipendenti dagli anticorpi, l’inibizione delle vie MAPK e PI3K/Akt e l’arruolamento dell’ubiquitina per interiorizzare e degradare HER2. Con un tasso di risposta oggettivo del 26%, trastuzumab è stato inizialmente utilizzato per trattare il carcinoma mammario metastatico. Trastuzumab interagisce favorevolmente con altri farmaci antitumorali, tra cui nimotuzumab, carboplatino, 4-idrossiciclofosfamide, docetaxel e vinorelbina, secondo studi in vitro. Secondo gli studi HERA e TRAIN, la chemioterapia somministrata in combinazione con trastuzumab adiuvante per un anno può prolungare la sopravvivenza libera da malattie nelle pazienti con cancro al seno HER2+ (HR = 0,76). Trastuzumab più docetaxel ha dimostrato di essere più efficace del docetaxel da solo nel trattamento del carcinoma mammario metastatico HER2-positivo, con un tasso di risposta oggettiva del 50% contro il 32%, in uno studio randomizzato di fase II condotto da Marty. I pazienti che hanno ricevuto trastuzumab, tuttavia, hanno anche avuto effetti avversi come insufficienza cardiaca congestizia e un declino della loro frazione di eiezione ventricolare sinistra.[ 4]
5. Tecniche strumentali di diagnosi
5.1. Mammografia
La mammografia diagnostica è una radiografia che crea un’immagine del seno utilizzando basse dosi di radiazioni. È usato per seguire i risultati inaspettati da un esame clinico del seno o da una mammografia di screening. È anche possibile utilizzare la mammografia durante una biopsia per identificare un’area anormale.[ 27]
5.2. Ultrasuoni
Un’ecografia crea immagini di varie parti del corpo utilizzando onde sonore ad alta frequenza. È usato per determinare se un nodulo nel seno è un tumore solido o una cisti. Inoltre, gli ultrasuoni possono essere utilizzati dai professionisti medici per indirizzarli al sito della biopsia. Un’ecografia può essere eseguita su donne con cancro al seno avanzato per determinare se si è verificata una metastasi epatica.[ 28]
5.3. Biopsia
Il cancro al seno può essere identificato con precisione solo attraverso una biopsia. Lo scopo di una biopsia è rimuovere tessuti o cellule dal corpo del paziente per test di laboratorio. Il rapporto del patologo determinerà se le cellule tumorali sono state scoperte o meno nel campione. Il tipo di biopsia eseguita dipenderà dal fatto che il nodulo sia palpabile, il che significa che puoi sentirlo, o non palpabile, il che significa che non puoi. Per individuare l’area da testare, il medico può utilizzare ultrasuoni o mammografia. La maggior parte delle biopsie vengono eseguite in ospedale e, una volta completate, puoi andare a casa.[ 29]
5.4. La biopsia VABB
Rimuove il tessuto dal corpo utilizzando un ago cavo unico. È impiegato dai medici per ottenere un campione da una regione del seno che si ritiene sia sospetta. Durante la procedura, potrebbero prendere diversi campioni dall’area. Per rimuovere più tessuto attraverso l’ago cavo, i medici usano occasionalmente un aspirapolvere speciale. La biopsia del nucleo assistito da vuoto è il nome di questo metodo.[ 17]
5.5. Una biopsia dei linfonodi
Una biopsia dei linfonodi è una procedura chirurgica che prevede la rimozione dei linfonodi in modo che possano essere esaminati al microscopio per determinare se contengono il cancro. Le cellule del cancro al seno possono separarsi dal tumore e muoversi attraverso il sistema linfatico. I linfonodi sotto il braccio sono dove potrebbero diffondersi per primi. Per aiutare a determinare lo stadio del cancro al seno, i medici contano il numero di linfonodi che contengono la malattia.[ 30]
5.6. Aspirazione dell’ago fine
Rimuove una piccola quantità di tessuto da un nodulo usando una siringa e un ago molto sottile. Aiuta i medici a determinare se un nodulo è una cisti o un tumore solido. Se un cancro non è invasivo o invasivo non può essere determinato dall’aspirazione con ago sottile (FNA).[ 31] Durante la procedura, un operatore sanitario inserisce un ago sottile nel nodulo del seno, guidato da tecniche di palpazione o imaging come l’ecografia. Una siringa attaccata all’ago viene utilizzata per aspirare cellule o liquidi dal nodulo. Queste cellule o campioni di fluidi vengono poi esaminati al microscopio da un patologo per determinare se sono cancerosi (maligni) o non cancerosi (benigni). La FNA è una procedura minimamente invasiva che può fornire preziose informazioni sulla natura del nodulo al seno. Aiuta nella diagnosi del cancro al seno analizzando le caratteristiche delle cellule, aiutando a determinare la presenza di cellule tumorali e guidando ulteriori procedure diagnostiche o terapeutiche. Tuttavia, a seconda della situazione, possono essere raccomandati test aggiuntivi come una agobiopsia o una biopsia chirurgica per una valutazione più completa.
6. Misure preventive e sforzi di ricerca in corso
Certamente, le misure preventive e gli sforzi di ricerca in corso sono componenti cruciali nella lotta contro il cancro al seno.
7. Misure preventive
Incoraggiare le donne a sottoporsi a mammografie regolari e screening basati sull’età e sui fattori di rischio può aiutare nella diagnosi precoce, portando a migliori risultati del trattamento.[ 32] Promuovere uno stile di vita sano che includa il mantenimento di una dieta equilibrata, l’esercizio fisico regolare, la limitazione del consumo di alcol, l’evitare di fumare e il mantenimento di un peso sano può ridurre il rischio di sviluppare il cancro al seno. Incoraggiare l’allattamento al seno, che ha dimostrato di avere effetti protettivi contro il cancro al seno, può essere promosso come misura preventiva.[ 33] Fornire un’educazione completa e accessibile sui rischi del cancro al seno, sui sintomi e sull’importanza della diagnosi precoce può consentire alle persone di adottare misure proattive e cercare cure mediche tempestive. Per gli individui con una storia familiare o mutazioni genetiche note (come BRCA1 o BRCA2), la consulenza e i test genetici possono aiutare a valutare i rischi e prendere decisioni informate sulle misure preventive.[ 34] Comprendere i rischi associati a determinate terapie ormonali e discutere le alternative con gli operatori sanitari, in particolare per i sintomi della menopausa, è importante.
8. Sforzi di ricerca in corso
La ricerca continua a sviluppare terapie mirate che si concentrano su specifiche mutazioni genetiche o marcatori molecolari associati al cancro al seno, migliorando l’efficacia del trattamento riducendo gli effetti collaterali.[ 35] Indagare sul ruolo dell’immunoterapia nel trattamento del cancro al seno, sfruttando il sistema immunitario del corpo per colpire le cellule tumorali, è un’area di ricerca attiva. La ricerca in corso mira a sviluppare metodi di screening più sensibili e specifici oltre la mammografia, tra cui l’imaging molecolare e i biomarcatori a base di sangue, per una diagnosi precoce e più accurata. Studiare i fattori genetici ed epigenetici che influenzano lo sviluppo del cancro al seno aiuta a identificare nuovi obiettivi per la terapia e a comprendere la suscettibilità individuale.[ 36] La ricerca si concentra sull’identificazione di ulteriori modifiche dello stile di vita, farmaci o interventi che possono ridurre ulteriormente il rischio di sviluppare il cancro al seno. Le iniziative di ricerca collaborativa tra paesi e istituzioni mirano a condividere dati, risorse e competenze, facendo progredire la nostra comprensione del cancro al seno e migliorando i risultati del trattamento a livello globale. Continuando a dare priorità alla prevenzione attraverso modifiche dello stile di vita, alla diagnosi precoce attraverso uno screening efficace e investendo in ricerche all’avanguardia, la speranza è di ridurre l’incidenza, la morbilità e la mortalità associate al cancro al seno in tutto il mondo.
9. Conclusione
Il cancro al seno rimane una significativa preoccupazione per la salute globale, che colpisce milioni di persone ogni anno. Questa revisione ha sottolineato la natura sfaccettata del cancro al seno, evidenziando vari fattori di rischio e approcci diagnostici cruciali per comprendere e gestire questa malattia. Inoltre, i progressi nelle tecniche diagnostiche hanno migliorato in modo significativo i risultati di diagnosi precoce e trattamento. La mammografia, insieme a tecnologie emergenti come la risonanza magnetica e i test molecolari, svolge un ruolo fondamentale nell’identificare il cancro al seno nelle sue fasi iniziali, consentendo un intervento rapido e migliorando potenzialmente le prognosi dei pazienti. Andando avanti, rimane imperativa la continua ricerca sull’identificazione di ulteriori fattori di rischio, sul miglioramento dei metodi di screening e sullo sviluppo di terapie mirate. Inoltre, promuovere la consapevolezza, sostenere una maggiore accessibilità allo screening e promuovere la collaborazione globale tra professionisti medici e ricercatori è fondamentale nella lotta in corso contro il cancro al seno. Un approccio globale che integri ricerca, istruzione, diagnosi precoce e servizi sanitari accessibili è essenziale per combattere il cancro al seno e ridurre il suo impatto su individui e società in tutto il mondo.
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RispondiInoltra
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• Mantenersi snelle ed evitare l’aumento di peso durante le cure oncologiche, perché il sovrappeso, prima e dopo la diagnosi, e associato a minore sopravvivenza e a maggiore mortalità per cancro mammario. • Evitare la sedentarietà e trovare il modo di muoversi di più durante la giornata, perché l’attività fisica, prima e dopo la diagnosi, e associata a migliore sopravvivenza e a minore mortalità per cancro mammario. • Il consumo quotidiano di prodotti ricchi di fibre (cereali integrali, legumi, verdure non amidacee, frutta) è consigliato, perché il consumo di fibre, anche se valutato solo prima della diagnosi, è associato a migliore sopravvivenza. • Limitare il consumo di alcol. • l consumo di carni grasse e di cibi industriali ricchi di grassi è sconsigliato perché l’assunzione grassi, soprattutto di grassi saturi, valutato solo prima della diagnosi, e associato a minore sopravvivenza. • Un moderato consumo di soia e raccomandato, perché il loro consumo dopo la diagnosi è associato a migliore sopravvivenza. 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Diverse caratteristiche genetiche, ambientali e di stile di vita sono state identificate come fattori di rischio per lo sviluppo del cancro al seno. A loro volta, numerose organizzazioni hanno promosso efficaci programmi di prevenzione e sensibilizzazione sul cancro al seno. Sebbene continuino ad essere fatti progressi nel trattamento, la prevenzione e la diagnosi precoce rimangono fattori chiave per migliorare i risultati.
Fattori di rischio per il cancro al seno
L’incidenza del cancro al seno è aumentata di circa lo 0,6% all’anno dalla metà degli anni 2000. [1] Da notare, l’incidenza dei tumori al seno invasivi è diminuita tra il 1999 e il 2004, il che coincide ed è forse attribuibile a una migliore aderenza alle raccomandazioni di screening mammografico per la popolazione generale di donne, nonché alla diminuzione dell’uso della terapia ormonale sostitutiva della menopausa (HRT). [2,3]
Data l’elevata incidenza e mortalità del cancro al seno, la definizione dei fattori di rischio per il cancro al seno ha un valore clinico significativo. I medici possono utilizzare queste informazioni per lavorare con i pazienti per ridurre al minimo i fattori modificabili e determinare le procedure di screening appropriate.
I fattori associati al più alto rischio di sviluppo del cancro al seno (rischio relativo [RR] > 4.0) sono i seguenti:
• Età avanzata (65 anni e oltre)
• Iperplasia atipica del seno (biopsia praticata)
• Alcune mutazioni genetiche ereditarie ( BRCA1, BRCA2, TP53, ATM, CDH1); RR 4-8
• Carcinoma duttale o lobulare in situ (DCIS/LCIS); RR 8-10
• Storia familiare di cancro ovarico precoce (età < 50 anni)
• Più parenti di primo grado con cancro al seno
• Esposizione alle radiazioni ionizzanti toraciche prima dei 30 anni (RR 22-40)
• Storia personale di cancro al seno precoce (età < 40)
• Seni molto densi (> 75 % rispetto all’11-25% mammografico)
I fattori associati a RR 2.1-4.0 per il cancro al seno sono i seguenti
• Alto livello di estrogeni endogeni o testosterone (postmenopausa)
• Prima gravidanza a termine dopo i 35 anni
• Seni molto densi (> 50%, rispetto all’11-25% mammografico)
• Un parente di primo grado con cancro al seno
• Malattie proliferative del seno (ad esempio, iperplasia duttale atipica)
• Alcune mutazioni genetiche ereditarie (ad esempio, CHEK2, PTEN)
I fattori associati a RR 1.1-2.0 per il cancro al seno sono i seguenti [5, 6, 7] :
• Consumo di alcol
• Età 30-35 anni alla prima gravidanza
• Esposizione di dietilstilbestrolo in utero
• Menarca precoce (età < 12 anni)
• Altezza (> 5 piedi 3 pollici) [5]
• Alta classe socioeconomica
• Storia personale di cancro al seno (età di insorgenza > 40)
• Seni densi (25-50%, rispetto all’11-25% mammografico)
• Condizioni benigne al seno: iperplasia duttale non atipica, fibroadenoma, adenosi sclerosante, adenosi microglandolare, papillomatosi, cicatrice radiale
• Non ha mai allattato un bambino
• Nullità (nessuna gravidanza a tempo pieno)
• Tarda menopausa (età > 55 anni)
• Diabete mellito di tipo 2
• Obesità (post-menopausa)
• Storia personale di cancro uterino, ovarico o del colon
• Uso recente e a lungo termine della terapia ormonale sostitutiva (HRT) contenente estrogeni e progestinici
• Uso recente di contraccettivi orali [8]
• Occupazione: turno di notte
• Uso di tabacco
• Stile di vita sedentario
• Salute cardiovascolare inferiore
• Alta densità minerale ossea [9]
Confronto di tecniche supplementari di imaging del cancro al seno: risultati provvisori dello studio randomizzato controllato BRAID
Stress: un nuovo fattore di rischio per il cancro?
F. Perry Wilson, MD,
19 febbraio 2025
Pensa per un momento a ciò che causa il cancro. Cosa ti viene in mente? La prima cosa a cui penso sono i fattori di rischio dello stile di vita: fumo, assunzione di alcol, sovrappeso, ecc. Poi penso alla genetica. E poi penso alla sfortuna: caso casuale e raggi cosmici che colpiscono il segmento sbagliato del DNA e così via. Ma una cosa a cui non penso davvero, e mi chiedo se tu lo fai, è lo stress.
Niamey Wilson

Ovviamente non sono un medico oncologo. Ma sai chi è l’oncologo chirurgo? Mia moglie, la grande chirurga del cancro al seno : Niamey Wilson.Quando le ho chiesto quali fattori causano il cancro, ha detto rapidamente e con sicurezza “stress”. Perché? Beh, mi ha detto, “l’ho notato troppe volte”. Una donna arriva con un nuovo cancro al seno, spesso senza fattori di rischio. Nessuna storia familiare, nessun rischio genetico particolare, giovane. E il filo conduttore, dice mia moglie, è lo stress. Ha perso traccia del numero di volte in cui le persone che arrivano hanno avuto un recente divorzio, o la morte di un genitore, o anche solo una vita lavorativa incredibilmente stressante nell’ultimo anno. Crede nel legame tra stress e cancro.
Ma questa settimana, un nuovo studio scava più a fondo in quella relazione, mostrando come lo stress altera il funzionamento del nostro sistema immunitario in modi molto particolari. Modi particolari che creano le condizioni ideali per la crescita delle cellule maligne.
Il documento Multilevel Stressors and Systemic and Tumor Immunity in Black and White Women With Breast Cancer, che appare in JAMA Network Open, a cura di Stefan Ambs e colleghi del National Cancer Institute è molto utile.
È uno studio su 121 donne con cancro al seno (principalmente stadio 1 e 2), con un’età media di 56 anni, che comprende 65 donne che si descrivono come bianche e 56 che si descrivono come nere.
Benché formalmente questo è uno studio di coorte, potrei riferirmi ad esso come uno studio di “fenotipizzazione profonda” o uno studio “-omics”. Essenzialmente, questo studio ha misurato una sfilza di biomarcatori nel sangue, nel cancro e nel tessuto che circonda il cancro. Stiamo parlando di 92 marcatori proteici immuno-oncologici e migliaia di marcatori di DNA e RNA. È un approccio potente, anche se computazionalmente impegnativo.
Ma questo è fondamentalmente uno studio sullo stress, e quindi la cosa più importante che è stata misurata è stato il livello di stress delle donne in quattro domini: stress quotidiano (gli aspetti di tutti i giorni, come il lavoro, la famiglia e così via), discriminazione razziale, isolamento sociale e privazione del vicinato.
Queste quattro fonti di stress sono state collegate a tre aspetti: la funzione immunitaria in generale , la funzione immunitaria nell’area intorno al tumore e la biologia del tumore stesso. In generale, l’aumento dei livelli di stress altera il sistema immunitario migliorando notevolmente l’ambiente per le cellule tumorali. Ma approfondiamo un po’.
Inizierò con il sistema immunitario in generale. La risposta allo stress qui è un po’ complicata. In un certo senso, lo stress aumenta l’attività del sistema immunitario, il che sembrerebbe una buona cosa. Il sistema immunitario non solo combatte batteri e virus, ma identifica anche le cellule che si comportano male nel tuo corpo e le uccide prima che possano ucciderti. Ma il modo in cui lo stress fa agire il sistema immunitario non è utile per prevenire il cancro. Più stress porta a livelli più elevati di angiopoietine, che sono sostanze che promuovono la crescita dei vasi sanguigni nei tessuti (neoangiogenesi). Il target delle angiopoietine è un pilastro della terapia del cancro, perché i tumori hanno bisogno di vasi sanguigni per sostenere la loro crescita, quindi il fatto che lo stress aumenti la loro produzione è una cosa molto negativa.
Che dire del cosiddetto “microambiente immunitario locale”? Si tratta essenzialmente delle cellule e dei tessuti proprio intorno al cancro, il luogo in cui sta crescendo. Per vedere cosa stava succedendo qui, i ricercatori hanno esaminato l’RNA prodotto dalle cellule vicine. Gli autori hanno scoperto che mentre alcune cellule immunitarie, come i macrofagi M1, vengono aumentate, così sono i macrofagi M2, che in realtà sopprimono la funzione immunitaria. Soprattutto, le cellule che sono particolarmente brave a sradicare le cellule tumorali – note come cellule killer naturali e cellule T helper follicolari – sono abbassate. Se il sistema immunitario è la forza di polizia nel tuo corpo, lo stress sembra licenziare i migliori detective e sostituirli con fantini da tavolo che preferiscono mangiare ciambelle piuttosto che martellare la pelle.
Potrebbe non essere tutto negativo. Livelli più elevati di stress hanno portato a un aumento del carico di mutazione tumorale – più errori genetici nel tumore stesso. Questa è un po’ un’arma a doppio taglio. Un carico mutativo più elevato può significare un cancro più aggressivo, ma allo stesso tempo i tumori possono essere più suscettibili alla terapia degli inibitori del checkpoint immunitario – farmaci antitumorali di successo.
Vale la pena notare che questi effetti erano generalmente più pronunciati nelle donne nere rispetto alle donne bianche, il che può fornire qualche spiegazione sul motivo per cui l’incidenza e la gravità del cancro al seno sono più elevate in quella popolazione.
Devo anche notare che, sebbene la discriminazione razziale, l’isolamento sociale e la privazione del vicinato avessero tutte relazioni significative con alcuni marcatori pro-cancro, il semplice stress quotidiano prolungato aveva la relazione più coerente in tutti i domini. Il che ha senso, onestamente. Dopotutto, cose come la discriminazione razziale, l’isolamento sociale e la privazione del vicinato aumentano i livelli di stress – questo è probabilmente parte del motivo per cui hanno risultati così negativi sulla salute.
Uno studio con così tanti confronti tra esposizioni e risultati sarà necessariamente complesso da elaborare, e lo vedo più come un approccio iniziale di fucile per comprendere l’intercontorto interazione tra psicologia e biologia che influenza la crescita del cancro che un trattamento definitivo del soggetto. Gli studi futuri approfondiranno senza dubbio ulteriormente questi problemi, forse rivelando nuovi bersagli antitumorali.
Nel frattempo, cosa facciamo? Beh, potrebbe essere il momento di aggiungere lo stress alla nostra lista di fattori di rischio per il cancro.
E per le persone con il cancro, certo, è facile dire “non stressarti”. È più difficile esercitarsi a non stressarsi. Ci sono studi che hanno valutato lo yoga e la meditazione di consapevole nel cancro, con alcuni risultati incoraggianti. Certo, non sarà giusto per tutti. Scoprire cosa riduce quello “stress quotidiano percepito” nella tua vita – che si tratti di yoga o golf o di passare del tempo con i propri cari – è un’impresa utile. Il tuo corpo e il tuo microambiente immunitario locale ti ringrazieranno.
F. Perry Wilson, MD, MSCE, è professore associato di medicina e sanità pubblica e direttore dell’acceleratore di ricerca clinica e traslazionale di Yale. Il suo lavoro di comunicazione scientifica può essere trovato nell’Huffington Post, su NPR e qui su Medscape. Pubblica su @fperrywilson e il suo libro, How Medicine Works and When It Doesn’t,
l linfonodi, oltre ad ospitare le cellule immunitarie, agiscono anche come sistema di drenaggio del corpo, lavando via le tossine attraverso una rete di tessuti, organi e nodi chiamati sistema linfatico. È importante sottolineare che le cellule tumorali possono dirottare questo sistema, usandolo per viaggiare attraverso il corpo. Erica Sloan, una tirocinante post-dottorato di Cole che era coinvolta nel lavoro sull’HIV, si chiedeva se lo stress, attraverso il sistema nervoso simpatico, potesse colpire anche i linfonodi in quelli con il cancro.
Sloan, ora ricercatore sul cancro presso la Monash University in Australia, ha continuato a scoprire nei topi che lo stress cronico aumenta il numero di connessioni tra il sistema linfatico e i tumori al seno, rendendo le cellule tumorali più soggette a diffondersi. Sorprendentemente, il trattamento con un farmaco – un beta-bloccante che attusa l’attività di molecole chiave del sistema nervoso simpatico come la norepinefrina – ha impedito questi effetti.
La ricerca di altri gruppi ha dimostrato che lo stress può portare a cambiamenti molecolari, in particolare all’interno del sistema immunitario, che influenzano il modo in cui il cancro progredisce. Alcuni di questi lavori suggeriscono che, quando lo stress porta all’infiammazione – un’ampia reazione immunitaria tipicamente causata da lesioni e infezioni – può aumentare la crescita dei tumori.
Lo stress può anche compromettere l’attività delle cellule immunitarie che svolgono un ruolo attivo nella lotta contro il cancro. Nei primi anni 2000, la ricerca della scienziata comportamentale dell’Università dell’Iowa Susan Lutgendorf e dei suoi colleghi ha scoperto che nei pazienti con cancro ovarico, la depressione e l’ansia erano associate a cellule immunitarie compromesse che combattono il tumore. In un altro studio su persone con cancro ovarico, i ricercatori hanno scoperto che lo scarso sostegno sociale era legato a livelli più elevati di un fattore di crescita che stimola la crescita dei vasi sanguigni intorno ai tumori. Questa crescita, chiamata angiogenesi, consente ai nuovi vasi sanguigni di fornire nutrienti ai tumori e, come il sistema linfatico, di fornire percorsi attraverso i quali le cellule tumorali possono diffondersi in altre parti del corp
Da allora Lutgendorf e i suoi colleghi hanno scoperto che le situazioni stressanti hanno un effetto simile sui topi con cancro ovarico, migliorando l’angiogenesi tumorale e la diffusione del cancro. Altrettanto importante, hanno scoperto che questi effetti possono essere invertiti con i beta-bloccanti. Altri gruppi hanno trovato effetti simili del blocco dei segnali di stress su altri tipi di cancro nei roditori, tra cui il sangue e il cancro alla prostata. Inoltre, i ricercatori hanno scoperto che l’aumento dei livelli di ormoni dello stress come la norepinefrina e il cortisolo nei topi può rendere le cellule tumorali precedentemente dormienti più suscettibili di dividersi e formare nuovi tumori.
Studi come questi rivelano che lo stress può innescare una cascata di cambiamenti biochimici e alterare l’ambiente di una cellula tumorale in un modo che possa promuoverne la diffusione. “La segnalazione dello stress e la biologia dello stress hanno davvero un impatto sulla maggior parte, se non su tutti, di questi processi”, afferma Jennifer Knight, psichiatra del cancro presso il Medical College of Wisconsin.
Blocco dei segnali di stress
Se lo stress può peggiorare il cancro, come si può fermare il processo? A poco a poco, stanno emergendo nuovi trattamenti.
Per circa mezzo secolo, i medici hanno usato beta-bloccanti per trattare l’ipertensione. Setacciando i dati dai registri dei pazienti, i ricercatori hanno scoperto che le persone con cancro che avevano già assunto alcuni tipi di beta-bloccanti al momento della diagnosi spesso avevano risultati migliori, compresi tempi di sopravvivenza più lunghi, rispetto a coloro che non assumevano i farmaci.
Negli ultimi anni, diversi studi clinici – la maggior parte dei quali sono piccoli e in fase iniziale – hanno testato direttamente se i beta-bloccanti potessero avvantaggiare le persone con cancro. In un paio di studi, un team di ricerca guidato dal neuroscienziato Shamgar Ben-Eliyahu all’Università di Tel Aviv, ha somministrato il beta-bloccante propranololo insieme a un farmaco antinfiammatorio a persone con cancro del colon-retto o al seno cinque giorni prima dell’intervento chirurgico. Il team ha scelto questo momento perché ricerche precedenti avevano dimostrato che mentre la chirurgia è un’opportunità per rimuovere il tumore, può anche paradossalmente fornire la possibilità che il cancro si diffonda. Quindi bloccare qualsiasi potenziale effetto dello stress sulla diffusione del cancro, hanno ragionato, potrebbe essere cruciale per la prognosi a lungo termine di un paziente.
Questi studi, che hanno coinvolto dozzine di pazienti, hanno rivelato che le cellule tumorali di coloro che hanno ricevuto i farmaci hanno mostrato meno segni molecolari di essere in grado di diffondersi – un processo noto come metastasi – meno infiammazione e un aumento di alcune cellule immunitarie che combattono il tumore. Per i pazienti con cancro del colon-retto, c’erano anche suggerimenti che l’intervento potesse ridurre la recidiva del cancro: tre anni dopo la procedura, il cancro è tornato in due dei 16 pazienti che hanno ricevuto i farmaci, rispetto a sei dei 18 pazienti che non hanno ricevuto quei farmaci.
Nel 2020, Sloan e i suoi colleghi hanno pubblicato uno studio che includeva 60 pazienti affetti da cancro al seno, metà delle quali è stata assegnata a caso per ricevere propranololo una settimana prima dell’intervento chirurgico, mentre l’altra metà ha ricevuto un placebo. Anche loro hanno scoperto che le cellule tumorali dei pazienti che hanno ricevuto beta-bloccanti avevano meno biomarcatori di metastasi.
I beta-bloccanti che riducono lo stress possono anche beneficiare di altri trattamenti contro il cancro. In uno studio del 2020, Knight e il suo team hanno esaminato l’effetto dei beta-bloccanti in 25 pazienti con mieloma multiplo che stavano ricevendo trapianti di cellule staminali del sangue. I pazienti che hanno assunto beta-bloccanti avevano meno infezioni e un recupero più rapido delle cellule del sangue, anche se lo studio era troppo piccolo per valutare correttamente i risultati clinici. E in un piccolo studio su nove persone con cancro della pelle metastatico, Repasky e i suoi colleghi hanno trovato indizi che i beta-bloccanti potrebbero aumentare l’efficacia dei trattamenti di immunoterapia del cancro.
Mentre gli studi sui beta-bloccanti sono promettenti, non è chiaro che questi farmaci miglioreranno i risultati in tutti i tipi di tumori, come il cancro ai polmoni e alcuni sottotipi di cancro al seno. Alcuni pazienti possono reagire male all’assunzione dei farmaci, in particolare quelli con asma o condizioni cardiache come la bradicardia, in cui il cuore batte insolitamente lentamente.
E, soprattutto, i farmaci bloccano solo l’endpoint dello stress, non la sua causa, dice Repasky. Probabilmente dovranno quindi essere combinati con la consapevolezza, la consulenza e altre strategie di riduzione dello stress che si avvicinano alla radice del problema.
Anche tali interventi sono in lavorazione. Bower e il suo team hanno condotto studi clinici di interventi mente-corpo come lo yoga e la meditazione di consapevolezza con le sopravvissute al cancro al seno, per migliorare la salute e promuovere la remissione duratura. Hanno scoperto che queste terapie possono ridurre l’attività infiammatoria nelle cellule immunitarie circolanti e ipotizzano che questo possa aiutare a ridurre la recidiva del tumore.
Rompere le barriere
In definitiva, sono necessari studi clinici più grandi per stabilire con fermezza i benefici dei beta-bloccanti e di altri interventi di riduzione dello stress sugli esiti di sopravvivenza al cancro e determinare per quanto tempo tali effetti potrebbero durare. La tempistica del trattamento e il tipo di cancro trattato possono svolgere un ruolo nel funzionamento di tali terapie, dicono i ricercatori. Ma la mancanza di finanziamenti è stata un ostacolo alla conduzione dei più ampi studi di follow-up necessari per rispondere a tali domande. Il lavoro non è ancora sostenuto da aziende farmaceutiche o altre organizzazioni che supportano grandi studi in oncologia, dice Knight.
E per ora, se lo stress possa aumentare il rischio di una persona di sviluppare il cancro in primo luogo, come postulavano una volta gli antichi greci, rimane un mistero. Gli studi sulla popolazione che collegano lo stress al rischio di cancro sono spesso complicati da altri fattori, come il fumo, la cattiva alimentazione e l’accesso limitato all’assistenza sanitaria.
“Non abbiamo un modo definitivo per dire: ‘Se sei stressato, svilupperai il cancro'”, dice Patricia Moreno, psicologa clinica presso la Miller School of Medicine dell’Università di Miami e coautrice di un articolo nella revisione annuale di psicologia del 2023 sugli interventi di gestione dello stress nel cancro.
Ma per le persone che hanno già una diagnosi di cancro, molti ricercatori sostengono che le prove sono abbastanza forti da includere la gestione dello stress nella pratica clinica. In media, i malati di cancro non ricevono terapie psicologiche che possono ridurre lo stress al livello per cui sono necessari, dice Barbara Andersen, psicologa clinica presso la Ohio State University. Anche se non saranno necessari per ogni paziente, molti possono beneficiare di interventi mente-corpo, dice. “Non sto dicendo che dovrebbero essere la prima priorità, ma non dovrebbero essere l’ultima”
I fattori che riducono il rischio di cancro al seno (RR < 1) includono quanto segue [7]:
• Donne asiatiche, ispaniche o dell’isola del Pacifico
• Allattamento al seno
• Età < 20 alla prima gravidanza
• Uso di tamoxifene
• Precedente chirurgia mammaria di riduzione del rischio
• Storia del cancro cervicale
• Storia di ovariectomia
• Esercizio/stile di vita attivo
• Bassa densità minerale ossea
Età
L’età è il fattore di rischio più significativo per il cancro al seno. La malattia è rara nelle donne di età inferiore ai 25 anni e l’incidenza aumenta con l’aumentare dell’età, raggiungendo il picco nelle donne di età compresa tra 50 e 69 anni; circa la metà di tutti i nuovi casi di cancro al seno invasivo vengono diagnosticati in donne di quell’età. [5] Vedi Tabella 1.
Tabella 1. Nuovi casi di cancro al seno femminile stimati e decessi per età negli Stati Uniti, 2024
Età Casi in situ Casi invasivi Morti
< 40 1360 (2%) 13.180 (4%) 990 (2%)
40-49 8750 (15%) 37.650 (12%) 2620 (6%)
50-59 13.760 (24%) 67.310 (22%) 6800 (16%)
60-69 17.660 (31%) 89.540 (29%) 10.010 (24%)
70-79 11.890 (21%) 69.130 (22%) 10.140 (24%)
≥80 3080 (5%) 33.910 (11%) 11.690 (28%)
Tutte le età 56.500 3 10.720 42.250
Storia familiare e fattori genetici
Una storia familiare di cancro al seno in un parente di primo grado è il fattore di rischio per il cancro al seno più ampiamente riconosciuto, ma solo il 5-10% delle donne con diagnosi di cancro al seno ha una predisposizione genetica nota. Le donne con una storia familiare di cancro al seno in una madre o sorella hanno un aumento di 1,5-3 volte del rischio di sviluppare il cancro al seno.
La storia familiare di cancro al seno è un fattore di rischio eterogeneo che dipende dal numero di membri della famiglia colpiti e dall’età alla diagnosi, nonché dal numero di donne non colpite nel pedigree. Anche in assenza di un fattore di rischio genetico noto, la presenza di una storia familiare può suggerire la presenza di un rischio genetico sconosciuto o di un rischio ambientale condiviso.
Una storia familiare di cancro ovarico in un parente di primo grado, specialmente in tenera età (< 50 anni), è stata associata a un aumento del rischio di cancro al seno. [10]
Le caratteristiche della storia familiare che suggeriscono un aumento del rischio di cancro sono riassunte come segue [11]:
• Uno o più parenti con cancro al seno o alle ovaie
• Cancro al seno che si verifica in una parente affetto di età inferiore ai 50 anni
• parenti di sesso maschile con cancro al seno
• Mutazioni BRCA1 e BRCA2
• Ataxia-telangiectasia eterozigoti (rischio maggiore di 4 volte)
• Discendenza ebraica ashkenazita (rischio di 2 volte maggiore; indipendente dalla positività BRCA
Sebbene il 20-30% delle donne con cancro al seno abbia almeno un parente con una storia di cancro al seno, solo il 5-10% delle donne con cancro al seno ha una predisposizione ereditaria identificabile. Le mutazioni BRCA1 e BRCA2 sono responsabili del 3-8% di tutti i casi di cancro al seno e del 15-20% dei casi familiari. Le mutazioni rare includono i geni PTEN, TP53, MLH1, MLH2 e STK11, così come ATM, BRIP1, CDH1, CHEK2, MRE11A, NBN, PALB2, RAD50, RAD51C e SEC23B.
Le mutazioni dei geni BRCA1 e BRCA2, rispettivamente sui cromosomi 17 e 13, rappresentano la maggior parte dei tumori mammari ereditari autosomici dominanti. Si ritiene che entrambi i geni siano geni soppressori del tumore i cui prodotti proteici trascritti sono coinvolti nel mantenimento dell’integrità del DNA e della regolazione trascrizionale.
I tassi di prevalenza di queste mutazioni variano a seconda dei gruppi etnici e razziali. Per le mutazioni BRCA1, i tassi più alti si verificano tra le donne ebree ashkenazite (8,3%), seguite dalle donne ispaniche (3,5%), dalle donne bianche non ispaniche (2,2%), dalle donne nere (1,3%) e dalle donne asiatiche (0,5%). Inoltre, il 95% degli ebrei ashkenaziti con una mutazione genetica BRCA avrà 1 delle 3 mutazioni founder (185delAG, 538insC in BRCA1; 6174delT inBRCA2). Le donne che ereditano una mutazione nel gene BRCA1 o BRCA2 hanno un rischio stimato del 50-80% per tutta la vita di sviluppare il cancro al seno.
Le mutazioni BRCA1 sono osservate nel 7% delle famiglie con tumori al seno multipli e nel 40% delle famiglie con cancro al seno e alle ovaie. Le donne con una mutazione BRCA1 hanno un rischio del 40% a vita di sviluppare il cancro ovarico. I tumori al seno che si sviluppano nei portatori di mutazioni BRCA1 hanno maggiori probabilità di essere di alto grado, così come il recettore degli estrogeni (ER) negativo, il recettore del progesterone (PR) negativo e il sottotipo HER2-negativo (triplo negativo) o basale. Le mutazioni BRCA1 sono anche associate a un rischio più elevato di cancro al colon, al pancreas e alla prostata. [12]
Le mutazioni BRCA2 sono identificate nel 10-20% delle famiglie ad alto rischio di tumori al seno e alle ovaie, ma solo nel 2,7% delle donne con cancro al seno ad esordo precoce. Le donne con una mutazione BRCA2 hanno un rischio di cancro ovarico di circa il 10% a vita. I portatori di mutazione BRCA2 che sviluppano il cancro al seno hanno maggiori probabilità di avere un cancro di alto grado, ER-positivo, PR-positivo e HER2-negativo (tipo luminale). BRCA2 è anche un fattore di rischio per il cancro al seno maschile. Altri tumori associati alle mutazioni BRCA2 includono i seguenti [13]:
• Prostata
• Pancreas
• Cistifellea e dotto biliare
• Stomaco
• Melanoma maligno
La US Preventive Services Task Force (USPSTF) raccomanda che i medici di base valutino le donne con una storia personale o familiare di cancro al seno, alle ovaie, alle tube o ai tube o peritoneali o che hanno un’ascendenza associata a mutazioni del gene BRCA1/2 con un appropriato breve strumento di valutazione del rischio familiare. Le donne con un risultato positivo sullo strumento di valutazione del rischio dovrebbero ricevere consulenza genetica e, se indicato dopo la consulenza, test genetici. [14]
La sindrome di Li-Fraumeni, causata da mutazioni TP53, è responsabile di circa l’1% dei casi di cancro al seno familiare. Il cancro al seno bilaterale è notato fino al 25% di queste pazienti. La sindrome di Li-Fraumeni è anche associata a più tumori, tra cui la sindrome di SBLLA (sarcoma, tumori al seno e al cervello, leucemia e cancro alla laringe e ai polmoni). La suscettibilità al cancro viene trasmessa in un modello autosomico dominante, con un rischio del 90% a vita di cancro al seno (e un rischio del 56% all’età di 45 anni), che richiede uno screening precoce nei portatori di mutazione TP53. [15]
La malattia di Cowden è una rara sindrome genetica causata da mutazioni PTEN. È associato a amartoma intestinale, lesioni cutanee e cancro alla tiroide. Il rischio di cancro al seno per tutta la vita varia dal 25-50%. Anche le anomalie mammarie benigne (ad esempio, fibroadenomi, malattia del seno fibrocistico, iperplasia epiteliale duttale e malformazioni dei capezzoli) sono comuni. [15]
Altri disturbi genetici rari, come la sindrome di Peutz-Jeghers e il carcinoma colorettale ereditario non poliposio (HNPCC), sono associati ad un aumento del rischio di cancro al seno.
Le sindromi ereditarie possono anche influenzare la risposta al trattamento del cancro al seno. Uno studio di Mangoni et al ha trovato un’associazione tra le varianti genetiche MSH2 e MSH3 e lo sviluppo della radiosensibilità nelle pazienti con cancro al seno. Gli autori propongono un’ipotesi secondo cui i meccanismi di riparazione della mancata corrispondenza possono essere coinvolti nella risposta cellulare alla radioterapia e che i polimorfismi genetici giustifichino ulteriori studi come candidati per prevedere la radiosensibilità acuta. [16]
Fattori di rischio neoplastici e benigni
Le condizioni neoplastiche che aumentano il rischio di cancro al seno includono quanto segue:
• Precedente cancro al seno
• Cancro ovarico
• Cancro endometriale
• Carcinoma duttale in situ (DCIS)
• Carcinoma lobulare in situ (LCIS)
Gli ormoni possono influenzare il rischio di malattia: le prime e le ultime mestruazioni, l’assenza di figli o un’età maggiore alla prima nascita sono considerati fattori di rischio. La terapia ormonale sostitutiva può aumentare il rischio di cancro al seno, in particolare la terapia combinata con estrogeni e progestinici prolungati. Gli inibitori dell’ovulazione contenenti ormoni (pillole anticoncezionali) aumentano leggermente il rischio di cancro al seno.
Il tessuto mammario molto denso, alcuni cambiamenti benigni del seno o una precedente storia di cancro al seno sono anche tra i fattori di rischio noti per il cancro al seno.
Alcuni tumori al seno sono dovuti a un aumento del rischio genetico: le donne i cui parenti stretti sono stati diagnosticati con cancro al seno o alle ovaie hanno un rischio elevato di sviluppare il cancro al seno. Allo stesso modo, il rischio di cancro al seno aumenta dopo la radioterapia del seno durante l’infanzia o l’adolescenza.
Anche i fattori dello stile di vita come il sovrappeso e la mancanza di esercizio fisico dopo la menopausa, nonché il consumo di alcol, sono fattori di rischio. Il fumo potrebbe anche aumentare leggermente il rischio.I risultati pubblicati del WHI di solo estrogeni e combinazione di HRM per la prevenzione delle malattie croniche indicano che gli esiti avversi associati all’uso a lungo termine superano i potenziali benefici per la prevenzione delle malattie, in particolare per le donne di età superiore ai 65 anni.
Una meta-analisi del 2019 del Gruppo collaborativo sui fattori ormonali nel cancro al seno di 58 studi internazionali che includevano 143.887 donne in postmenopausa con cancro al seno invasivo e 424.972 senza cancro al seno ha concluso quanto segue sulla terapia ormonale sostitutiva e sul rischio di cancro al seno [25]:
• Gli estrogeni più il progestinico giornaliero, usati per 5 anni a partire dall’età di 50 anni, aumenterebbero i rischi di cancro al seno a 20 anni di età compresa tra 50 e 69 anni dal 6,3% all’8,3%, un aumento assoluto di 2,0 per 100 donne (una su 50 utenti).
• Gli estrogeni più il progestinico intermittente, usati per 5 anni, aumenterebbero il rischio di 20 anni dal 6,3% al 7,7%, un aumento assoluto di 1,4 per 100 donne (una su 70 utenti).
• La terapia ormonale sostitutiva della menopausa a base di solo estrogeni aumenterebbe il rischio di 20 anni dal 6,3% al 6,8%, un aumento assoluto di 0,5 per 100 donne (una su 200 utenti), specialmente nelle donne magre, con poco rischio eccessivo nelle donne obese.
• Per 10 anni di utilizzo, gli aumenti di incidenza di 20 anni sarebbero circa il doppio rispetto a 5 anni di utilizzo.
Al contrario, i dati a lungo termine di due studi WHI in più di 10.000 donne hanno mostrato diminuzioni durature dell’incidenza del cancro al seno e della morte in coloro che ricevono una terapia ormosale sostitutiva solo estrogeni con estrogeni coniugati equini. Con oltre 16 anni di follow-up cumulativo, la diagnosi di cancro al seno è stata inferiore del 23% nelle donne con precedente isterectomia randomizzata alla HRT solo estrogeni rispetto a quelle assegnate al placebo (hazard ratio [HR] 0,77, 95% CI 0,62-0,92); la maggior parte della riduzione era dovuta a meno diagnosi di malattia positiva al recettore degli estrogeni/recettore progesterone-negativo. Inoltre, i decessi per cancro al seno sono stati inferiori del 44% con HRT solo estrogeni (HR 0,56, IC 95% 0,34-0,92). Come in altri studi, la terapia orasole sostitutiva con estrogeni più progestinici è stata associata ad aumenti persistenti dell’incidenza del cancro al seno e della morte. [26]
Storia mestruale e ostetrica
I fattori che aumentano il numero di cicli mestruali aumentano anche il rischio di cancro al seno, probabilmente a causa dell’aumento dell’esposizione agli estrogeni endogeni. Tali fattori includono quanto segue:
• Menarca quando si ha meno di 13 anni (2 volte il rischio)
• Nullità
• Prima gravidanza completa quando ha più di 30 anni
• Non allattare
• Menopausa quando ha più di 50 anni
Al contrario, la menopausa tardiva, l’anovulazione e la menopausa precoce (spontanea o indotta) sono protettivi, a causa del loro effetto sull’abbassamento dei livelli di estrogeni endogeni o sull’abbreviamento della durata dell’esposizione estrogenica.
Altri fattori
Altri fattori che influenzano il rischio di cancro al seno, più chiaramente documentati, alcuni incerti, includono i seguenti:
• Esposizione al tabacco
• Diabete/resistenza all’insulina
• Esposizione al dietilstilbestrolo in utero [27]
• Consumo di alcol
• Esposizione alle radiazioni ionizzanti
• Esposizione al diclorodifenildicloroetilene (DDE), un metabolita dell’insetticida diclorodifeniltricloroetano (DDT)
• Classe socio-economica
• Lavoro notturno
• Scarsa salute cardiovascolare
• Alta densità ossea
• Uso del prodotto per capelli
• Alimenti trasformati
• Radiofrequenza del cellulare
Fumo di tabacco
L’abuso di tabacco fa presaire un rischio maggiore del 24% di sviluppare un cancro al seno invasivo. Gli ex fumatori hanno un rischio aumentato del 13%. Iniziare a fumare in età precoce ha un profondo impatto. Rispetto al non fumare mai, iniziare l’uso del tabacco prima della menarca aumenta il rischio di cancro al seno del 61% e iniziare il consumo di tabacco 11 o più anni prima della parità comporta un rischio aumentato del 45%. [28]
Diabete/resistenza all’insulina
Le donne in postmenopausa con diabete di tipo 2 hanno un rischio maggiore del 17% di sviluppare il cancro al seno. Inoltre, i nuovi tumori al seno nelle donne con diabete tendono ad essere diagnosticati in una fase più avanzata. Il cancro al seno allo stadio I viene diagnosticato circa il 49% meno spesso nelle donne con diabete rispetto a quelle senza diabete, mentre il cancro allo stadio III viene diagnosticato il 21% più spesso e lo stadio IV, il 16% in più. Questo rischio elevato è stato notato specificamente nelle donne in postmenopausa con malattia positiva al recettore degli estrogeni. [29]
Esposizione di dietilstilbestrolo in utero
Il dietilstilbestrolo, noto come DES, è stato usato clinicamente per prevenire le complicanze della gravidanza. Alla fine degli anni ’60, un’insolita incidenza di un raro cancro della vagina tra le giovani donne, chiamato adenocarcinoma a cellule chiare (CCA), è stato osservato e successivamente collegato alla loro esposizione intrauterina al DES e nel 1971, il DES è stato rimosso dal mercato dalla Food and Drug Administration degli Stati Uniti. Tuttavia, da 5 a 10 milioni di donne incinte e bambini erano stati esposti al farmaco. È stato scoperto che le figlie DES hanno un aumento del rischio di cancro al seno tardivo (~1,8 volte).
Consumo di alcol
Uno studio di Chen et al ha rilevato che bassi livelli di consumo di alcol erano associati a un piccolo aumento del rischio di cancro al seno; l’assunzione cumulativa di alcol per tutta la vita adulta era la misura più coerente. L’assunzione di alcol che si è verificata presto e tardi nella vita adulta era indipendentemente associata al rischio. [30] Il meccanismo, sebbene poco chiaro, è probabilmente mediato attraverso l’aumento dei livelli di estrogeni.
Una meta-analisi ha mostrato che per ogni 10 grammi di alcol consumati al giorno, c’è un aumento del 7% del rischio di cancro al seno. Rispetto alle donne che non hanno mai bevuto, le donne che bevevano 35-44 g di alcol (o circa 2-3 bevande alcoliche) al giorno avevano un rischio aumentato del 32%. [9]
Irradiazione
Le radiazioni, in particolare al torace o nel primo decennio di vita, aumentano profondamente il rischio di sviluppare il cancro al seno. Gli studi che hanno coinvolto pazienti che avevano ricevuto radiazioni del mantello toracico per il linfoma di Hodgkin hanno ripetutamente confermato questo rischio. [31]
Classe socio-economica
L’incidenza del cancro al seno è aumentata negli individui di classi socioeconomiche superiori. Tuttavia, i tassi di sopravvivenza al cancro al seno sono più bassi nelle donne provenienti da classi socioeconomiche inferiori. Ciò sottolinea i benefici della mammografia nella diagnosi precoce, che probabilmente contribuisce ai migliori risultati visti nelle persone con i mezzi per seguire diligentemente le raccomandazioni di screening del cancro.
Lavoro notturno
L’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro e l’Organizzazione mondiale della sanità (IARC/OMS) hanno riconosciuto il lavoro del turno di notte come un probabile cancerogeno. Una meta-analisi del 2005 (che include 13 studi su assistenti di cabina delle compagnie aeree e lavoratori del turno di notte) ha esplorato la relazione tra lavoro notturno e rischio di cancro al seno e ha riportato un rischio relativo (RR) di 1,48; hanno notato livelli di rischio simili nell’equipaggio di cabina femminile e nelle lavoratrici del turno di notte (RR rispettivamente di 1,51 contro 1,44). [32]
Scarsa salute cardiovascolare
Una revisione del punteggio di salute cardiovascolare (CVH) dell’American Heart Association in 161.809 partecipanti alla Women’s Health Initiative seguita dal 1993 al 2010 ha rilevato che, rispetto alle donne con i punteggi CVH più alti (migliori), quelle con i punteggi CVH più bassi (peggiori) avevano un rischio maggiore del 52% di cancro incidente, incluso il cancro al seno. Meno donne di minoranza e donne meno istruite hanno raggiunto un punteggio CVH ideale. Il punteggio CVH si basa sul fumo, sull’indice di massa corporea, sull’attività fisica, sulla dieta, sul colesterolo totale, sulla pressione sanguigna e sul glucosio a digiuno. [33]
Alta densità ossea
Un’elevata densità ossea è associata a livelli più elevati di estrogeni endogeni, che sono associati a un rischio più elevato di cancro al seno. Le donne nella categoria più alta densità minerale ossea dell’anca (BMD) hanno il 62% di probabilità in più di sviluppare il cancro al seno rispetto alle donne nella categoria più bassa di BMD. Da notare, le donne di etnia dell’Asia orientale hanno una densità ossea inferiore e hanno una minore incidenza di cancro al seno rispetto agli americani bianchi e neri. [34, 35, 36]
Uso a lungo termine di bloccanti dei canali del calcio
Diversi studi avevano precedentemente dimostrato una correlazione tra l’uso di bloccanti dei canali del calcio e l’incidenza del cancro al seno. [37, 38]Tuttavia, successivi dati più potenti hanno dimostrato che i bloccanti dei canali del calcio non aumentano il rischio di cancro al seno. [39] Dato che i dati più recenti derivano da uno studio più ampio, le prove attuali non implicano i bloccanti del canale del calcio come un fattore di rischio significativo.
Uso del prodotti per capelli
Uno studio su 4285 donne ha rilevato un aumento significativo del rischio di cancro al seno nelle donne nere che usavano tonalità scure di tintura per capelli e nelle donne bianche che usavano rilassanti chimici per capelli. Il rischio di cancro al seno era del 51% più alto nelle donne nere che hanno riferito di usare tinture per capelli scuri, rispetto a quelle che non lo facevano, ed era del 74% più alto nelle donne bianche che hanno riferito di usare rilassanti chimici. Il rischio è stato più che raddoppiato nei bianchi che hanno usato sia rilassanti che tinture per capelli (rapporto di probabilità [OR] = 2,40, intervallo di confidenza del 95% [IC], 1,35–4,27). [40]
Nelle donne bianche, l’uso di tinture per capelli scuri era associato a un aumento della malattia positiva al recettore degli estrogeni (ER) (OR = 1,54; 95% CI, 1,01-2,33). L’uso del rilassante è stato associato a un aumento della malattia ER-negativa (OR = 2,56; 95% CI, 1,06–6,16). [40]
Allo stesso modo, i dati di 46.709 donne nel Sister Study hanno mostrato un aumento del rischio di cancro al seno nelle donne che usano frequentemente tinture per capelli permanenti e piastre per capelli chimici. Le donne che hanno usato regolarmente la tintura permanente per capelli nell’anno precedente all’iscrizione allo studio avevano il 9% di probabilità in più di sviluppare il cancro al seno, rispetto alle donne che non hanno usato la tintura per capelli. Nelle donne afroamericane, l’uso di coloranti permanenti ogni 5-8 settimane o più spesso è stato associato a un aumento del 60% del rischio di cancro al seno rispetto a un aumento del rischio dell’8% per le donne bianche. L’uso di tinture per capelli semipermanenti o temporanee è stato associato a un aumento minimo o nessun rischio di cancro al seno. [41]
Le donne che usavano piastre per capelli almeno ogni 5-8 settimane avevano circa il 30% in più di probabilità di sviluppare il cancro al seno. L’associazione tra l’uso della piastra e il cancro al seno era simile nelle donne afroamericane e bianche, ma l’uso della piastra era molto più comune nelle donne afroamericane. [41]
Consumo di latte
Negli studi di coorte prospettici, il consumo di latte non è stato associato a un maggiore rischio di cancro al seno. [42] Al contrario, uno studio su 52.795 donne nordamericane ha rilevato che una maggiore assunzione di latte da latte era associata a un maggiore rischio di cancro al seno, se aggiustata per l’assunzione di soia. [43] Consumare da 1/4 a 1/3 di tazza di latte al giorno era associato a un aumento del 30% del rischio di cancro al seno; per coloro che bevevano 1 tazza al giorno, il rischio è salito al 50% e per coloro che bevevano da 2 a 3 tazze al giorno, il rischio è aumentato ulteriormente dal 70% all’80%. Tuttavia, poiché lo studio era di progettazione osservazionale, non può dimostrare che il latte di mucca causi il cancro al seno; inoltre, i risultati sono stati significativi solo per le donne in postmenopausa e solo per i tumori positivi al recettore ormonale. [44] Nelle donne in premenopausa, il consumo di latticini è stato legato a una riduzione del rischio di cancro al seno. [45]
Alimenti trasformati
Gli studi epidemiologici hanno dimostrato una correlazione tra il rischio di cancro al seno e il consumo di prodotti finali avanzati di glicazione (AGE), che sono metaboliti reattivi che si trovano ad alti livelli in molti alimenti trasformati e in alimenti ricchi di zucchero, proteine e grassi. [46, 47] Per stabilire una possibile relazione diretta causa-effetto, Krisanits et al hanno studiato lo sviluppo delle ghiandole mammarie nei topi nutriti con una dieta regolare, bassa AGE o alta AGE durante la pubertà. Le ghiandole mammarie nei topi che sono stati nutriti con una dieta ricca di AGE hanno mostrato morfogenesi duttale interrotta e iperplasia atipica, con cambiamenti sia nelle cellule epiteliali che in quelle stromali. Le ghiandole mammarie hanno mostrato molte caratteristiche di lesioni preneoplastiche, suggerendo che una dieta alta AGE può influenzare la tumorigenesi. [48]
Radiofrequenza del cellulare
Sebbene non ci siano prove conclusive che collegano l’uso del cellulare al cancro al seno, alcuni studi hanno riportato una potenziale associazione. È stato suggerito che l’uso eccessivo di smartphone, in particolare tra le persone con dipendenza da smartphone, aumenti il rischio di cancro al seno. Uno studio ha sostemato che questo rischio può essere maggiore nei casi in cui lo smartphone è posizionato vicino al seno e quando viene usato abitualmente prima di coricarsi. [49]
Al contrario, varie organizzazioni sanitarie, tra cui l’American Cancer Society, il National Institute of Environmental Health Sciences (NIEHS) e la Food and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti, hanno dichiarato che non ci sono prove conclusive che colleghino l’uso del telefono cellulare al cancro, anche se la ricerca in corso può fornire maggiore chiarezza. Allo stesso modo, i Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) e la Federal Communications Commission (FCC) sostengono che non è stato stabilito alcun legame definitivo. Sono necessarie ulteriori ricerche per confermare questi risultati. [50]
Consulenza genetica
La consulenza genetica sui test di mutazione (panel tra cui BRCA1 e BRCA2 e una manciata di altri geni deleteri come ATM, BARD1, CDH2, CHEK2 e PALB2, per citarne solo alcuni) può essere effettuata da professionisti della salute qualificati, inclusi fornitori di cure primarie addestrati. Diverse organizzazioni professionali descrivono le competenze e la formazione necessarie per fornire una consulenza genetica completa. Il processo di consulenza genetica include quanto segue:
• Analisi dettagliata e valutazione del rischio per le mutazioni BRCA potenzialmente dannose
• Educazione sui possibili risultati dei test e sulle loro implicazioni
• Identificazione dei familiari colpiti che possono essere candidati preferiti per i test
• Delineare le opzioni per lo screening, i farmaci che riducono il rischio o la chirurgia per i pazienti idonei
• Consulenza di follow-up per l’interpretazione dei risultati dei test
Test di mutazione BRCA
Gli attuali test di sequenziamento genetico possono rilevare accuratamente le mutazioni BRCA. Il test iniziale di un membro della famiglia che ha un cancro al seno o alle ovaie è la strategia preferita nella maggior parte dei casi, ma è ragionevole testare il paziente se non è disponibile alcun parente interessato.
Diverse organizzazioni hanno pubblicato linee guida riguardanti l’uso di test genetici per le mutazioni BRCA. [51, 52, 53, 54, 55] Le loro raccomandazioni includono quanto segue:
• I test dovrebbero essere eseguiti solo quando un individuo ha una storia personale o familiare che suggerisce una suscettibilità ereditaria al cancro.
• Il test di un individuo senza una diagnosi di cancro dovrebbe essere preso in considerazione solo quando un membro della famiglia affetto appropriato non è disponibile per il test.
• Il test deve essere volontario.
• Il consenso informato (da parte del paziente o di un proxy legale) è necessario e dovrebbe comprendere l’educazione e la consulenza pre-test sui rischi, i benefici e i limiti dei test genetici, comprese le implicazioni dei risultati sia positivi che negativi.
• Il paziente dovrebbe avere accesso a un operatore sanitario addestrato a fornire consulenza genetica e interpretare i risultati dei test
• Il paziente dovrebbe ricevere una consulenza pre-test e post-test.
• I test dovrebbero essere eseguiti solo se i risultati aiuteranno nella diagnosi o nella gestione medica del paziente o del familiare che ha un rischio ereditario di cancro.
• I pazienti che si sono trovati portatori di mutazioni dovrebbero essere incoraggiati a consigliare ai familiari stretti di ottenere una consulenza genetica.
L’American Congress of Obstetricians and Gynecologists e la Society of Gynecologic Oncologys raccomandano la valutazione del rischio genetico per le donne che hanno un rischio superiore al 20%-25% per una predisposizione ereditaria al cancro al seno e alle ovaie e suggeriscono che può essere utile per i pazienti con un rischio superiore al 5% al 10%. [51]
La United States Preventive Services Task Force (USPSTF) raccomanda che le donne che hanno familiari con cancro al seno, alle ovaie, alle tube o ai tuberi o ai peritoneali si sottopongano a screening con uno strumento di valutazione del rischio progettato per identificare un aumento del rischio di trasporto di mutazioni BRCA. L’USPSTF raccomanda che le donne con risultati di screening positivi ricevano consulenza genetica e, se indicato dopo la consulenza, test BRCA. [14]
Tuttavia, l’USPSTF riconosce che ogni strumento di valutazione del rischio ha dei limiti. L’USPSTF ha valutato l’Ontario Family History Assessment Tool, Manchester Scoring System, Referral Screening Tool, Pedigree Assessment Tool e FHS-7, e ha trovato prove comparative insufficienti per raccomandare uno strumento rispetto a un altro. [14]
L’USPSTF informa che i modelli generali di valutazione del rischio di cancro al seno (ad esempio, il National Cancer Institute Breast Cancer Risk Assessment Tool, che si basa sul modello Gail) non sono progettati per identificare le donne che dovrebbero ricevere consulenza genetica o test BRCA. L’USPSTF ha anche trovato prove insufficienti per sostenere una soglia di rischio specifica per il rinvio per i test. [14]
Il National Comprehensive Cancer Network (NCCN) raccomanda test genetici non solo per BRCA, ma anche per altri geni di suscettibilità del cancro al seno ad alta penetrazione, tra cui CDH1, PALB2, PTEN, STK11 e TP53. Il test è indicato per le donne con una storia personale di cancro al seno all’età di 50 anni o più giovane. Negli individui di qualsiasi età con una storia personale di cancro al seno, altre indicazioni sono il cancro al seno maschile o l’ascendenza ebraica ashkenazita. [55]
NCCN raccomanda anche il test a qualsiasi età per i pazienti con i seguenti risultati istologici [55]:
• Cancro al seno triplo negativo
• Tumori mammari multipli primari (sincroni o metacroni)
• Cancro al seno lobulare con storia personale o familiare di cancro gastrico diffuso
Inoltre, l’NCCN raccomanda test per chiunque abbia una storia personale di cancro al seno e una storia familiare di tre o più diagnosi di cancro al seno e/o alla prostata (qualsiasi grado) sullo stesso lato della famiglia, inclusa la paziente con cancro al seno o uno o più parenti stretti di sangue con uno dei seguenti [55]:
• Cancro al seno all’età ≤50 anni
• Cancro al seno maschile
• Cancro ovarico
• Cancro al pancreas
• Cancro alla prostata metastatico o ad alto o ad altissimo rischio
Modelli di valutazione del rischio
Gli strumenti di valutazione del rischio sono progettati per quantificare il rischio di un paziente per il cancro al seno, e quindi possono aiutare nella decisione se indirizzare o meno un paziente per la consulenza genetica e/o se perseguire o meno uno lavoro per le sindromi tumorali ereditarie. Esistono diversi strumenti di valutazione del rischio. In generale, questi strumenti suscitano informazioni su fattori che gli studi epidemiologici hanno identificato come associati ad un aumento del rischio, inclusa la probabilità di mutazioni BRCA, come i seguenti:
• Diagnosi di cancro al seno prima dei 50 anni
• Cancro al seno bilaterale
• Presenza di cancro al seno e all’ovaio
• Presenza di cancro al seno in 1 o più membri della famiglia di sesso maschile
• Casi multipli di cancro al seno in famiglia
• Uno o più membri della famiglia con 2 tipi primari di cancro correlato a BRCA
• Etnia ebraica ashkenazita
Modello Gail
Il modello Gail è un algoritmo statistico di valutazione del rischio di cancro al seno sviluppato nel 1989 dal dott. Mitchell Gail e colleghi del ramo biostatistico della divisione di epidemiologia e genetica del cancro del National Cancer Institute. È stato derivato da un enorme studio di screening su 280.000 donne di età compresa tra i 35 e i 74 anni. Il modello Gail ha dimostrato di essere uno strumento ragionevole per stimare il rischio di cancro al seno nelle donne bianche, e altri ricercatori hanno successivamente integrato il modello per fornire valutazioni accurate del rischio per le donne afroamericane, ispaniche e asiatiche.
Tuttavia, il modello Gail sottovaluta il rischio di cancro al seno per le donne con una storia familiare significativa. Di conseguenza, non dovrebbe essere usato per le donne sospettate di avere una sindrome ereditaria associata ad un aumento del rischio di cancro al seno. [14]
Il modello Gail ha esaminato la storia medica personale, la storia familiare e la storia riproduttiva di una donna. Queste variabili sono state poi aggiustate in base all’età e hanno associato un rischio più elevato per le donne anziane. Il modello Gail è uno strumento di previsione del rischio progettato per ricavare stime di rischio individuali per lo sviluppo del cancro al seno nel tempo. È stato sviluppato per stimare la probabilità di sviluppare il cancro al seno in un intervallo di età definito; aveva anche lo scopo di migliorare le linee guida di screening.
Tuttavia, il modello Gail non ha preso in considerazione le differenze razziali o etniche o il rischio di donne con iperplasia atipica su una biopsia mammaria (atipia), varianti genetiche BRCA o uso di tamoxifene. Inoltre, ha escluso le donne che avevano già avuto una diagnosi confermata di carcinoma mammario duttale o lobulare in situ.
Nel 2008 è stata segnalata l’accuratezza del modello Gail per le donne con una storia di atipia. [56]Le donne con atipia sono state identificate dalla coorte della malattia del seno benigno di Mayo (BBD) (dal 1967 al 1991). I loro fattori di rischio per il cancro al seno sono stati ottenuti e il modello Gail è stato utilizzato per prevedere i rischi specifici di 5 anni e di follow-up per ogni donna. Sono stati confrontati i numeri previsti e osservati di tumori al seno ed è stata calcolata la concordanza tra i singoli livelli di rischio e i risultati. Delle 9.376 donne nella coorte BBD, 331 donne avevano atipia (3,5%). Con un follow-up medio di 13,7 anni, 58 dei 331 (17,5%) pazienti avevano sviluppato un cancro al seno invasivo, 1,66 volte più del 34,9 previsto dal modello Gail (intervallo di confidenza del 95% [IC], da 1,29 a 2,15; P < 0,001).
Per le singole donne, la concordanza tra risultati previsti e osservati era bassa, con una statistica di concordanza di 0,50 (IC 95%, da 0,44 a 0,55). La statistica C (a volte chiamata statistica di “concordanza” o indice C) è una misura della bontà di adattamento per i risultati binari in un modello di regressione logistica. Negli studi clinici, la statistica C dà la probabilità che un paziente selezionato a caso che ha vissuto un evento (ad esempio, una malattia o una condizione) ha avuto un punteggio di rischio più elevato rispetto a un paziente che non aveva sperimentato l’evento. Una statistica di concordanza di 0,5 significa che la capacità di predicazione del modello Gail non era migliore della possibilità per le donne con risultati anomali della biopsia in passato. [57]
Tuttavia, il modello è stato successivamente rivisto (Gail Model 2) e convalidato per prevedere il rischio di cancro al seno invasivo, comprese le informazioni sulla storia dei familiari affetti da primo grado. Il modello Gail 2 è stato ampiamente utilizzato nella pratica clinica ed è servito come base per l’ammissibilità a una serie di studi sulla prevenzione del cancro al seno.
Le linee guida della Food and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti utilizzano il modello Gail modificato del National Surgical Adjuvant Breast and Bowel Project (NSABP) come base per l’ammissibilità all’uso profilattico del tamoxifene. Il tamoxifene, un recettore selettivo degli estrogeni (SERM), è approvato per le donne di età pari o superiore a 35 anni che hanno un rischio di cancro al seno modificato di 5 anni dell’1,67% o più. Il modello Gail 2 costituisce anche la base dello strumento di valutazione del rischio di cancro al seno del National Cancer Institute.
Il modello Gail 2 è più accurato per le donne bianche non ispaniche che ricevono mammografie annuali, ma il modello tende a sovrastimare il rischio nelle donne più giovani che non ricevono mammografie annuali. Il modello dimostra anche una ridotta precisione nelle popolazioni con dati demografici (cioè età, razza, estensione dello screening) che differiscono dalla popolazione su cui è stato costruito. A livello individuale, il modello manca di un’adeguata discriminazione nella previsione del rischio ed è stato messo in discussione sulla sua generalizzabilità tra le popolazioni. Il modello Gail Calculator aggiornato (che incorpora informazioni per donne di altre razze ed etnie), noto anche come strumento di valutazione del rischio del cancro al seno, è disponibile online sul sito web del National Cancer Institute: Breast Cancer Risk Assessment Tool.
Per affrontare le preoccupazioni relative all’applicabilità del modello di Gail modificato alle donne nere, Gail e colleghi hanno derivato un modello utilizzando i dati di un ampio studio caso-controllo di donne nere che partecipano allo studio CARE (Women’s Contraceptive and Reproductive Experiences). Il modello CARE ha dimostrato un’elevata concordanza tra il numero di tumori al seno previsti e il numero di tumori al seno osservati tra le donne nere quando convalidati nella coorte WHI. Il modello CARE stima meglio il rischio nelle donne nere (mentre il modello Gail sottovaluta il rischio di cancro al seno in loro) e può essere additivo ad altri fattori (come la storia familiare, la genomica e i fattori ambientali) quando si valuta il rischio e si fornisce consulenza per le donne nere. [57]
Calcolatore di rischio del Consorzio di sorveglianza del cancro al seno (BCSC)
Il Breast Cancer Surveillance Consortium (BCSC) Risk Calculator è stato sviluppato e convalidato in 1,1 milioni di donne sottoposte a mammografia negli Stati Uniti, a 18.000 delle quali è stato diagnosticato un cancro al seno invasivo. Il calcolatore di rischio BCSC è stato convalidato esternamente nel Mayo Mammography Health Study. Nel 2015, il calcolatore del rischio BCSC è stato aggiornato per includere diagnosi di malattie mammarie benigne e per stimare il rischio di cancro al seno sia a 5 che a 10 anni.
BRCAPRO
BRCAPRO calcola la probabilità di una persona di portare una mutazione deleteria di BRCA1, BRCA2, o entrambe sulla base dello stato di cancro della persona e della storia di cancro al seno e alle ovaie in parenti di primo e secondo grado. BRCAPRO è particolarmente preciso nel prevedere i risultati dei test quando la probabilità che la donna sia portatrice di una mutazione deleteria è inferiore al 70%. [58]
I risultati di BRCAPRO possono aiutare i pazienti a decidere se sottoporsi a test genetici. Il test è generalmente più utile per le donne i cui risultati BRCAPRO indicano che hanno una probabilità intermedia di essere portatrici di BRCA. Se i risultati di BRCAPRO indicano che la probabilità del paziente di essere un portatore è molto bassa, i test genetici quasi certamente produrranno risultati negativi. [58] Per i pazienti con un’altissima probabilità di pretest di trasporto BRCA, i risultati dei test genetici possono aiutare a guidare lo screening di altri membri della famiglia.
Prima di usare BRCAPRO, il medico deve determinare se il paziente è pronto a prendere decisioni in base al suo livello di rischio. Se non è pronta a fare cambiamenti nello stile di vita o nell’assistenza sanitaria per ridurre il rischio moderato, o forse prendere in considerazione la chirurgia profilattica per un rischio estremamente elevato, allora le informazioni fornite da BRCAPRO non hanno valore. [58]
Modello Tyrer-Cuzick
Il modello Tyrer-Cuzick, o strumento IBIS, viene utilizzato per calcolare la probabilità di una persona di portare le mutazioni BRCA1 o BRCA2. Stima la probabilità che una donna sviluppi il cancro al seno in 10 anni e nel corso della sua vita. Lo strumento viene utilizzato per aiutare a informare il processo decisionale di una persona sulla consulenza genetica e sui test. Se il modello prevede una probabilità del 10% o maggiore che la donna abbia una mutazione in BRCA1, BRCA2 o entrambi, si consiglia una consulenza genetica. [59]
Lo strumento stima il rischio di cancro al seno sulla base dei seguenti fattori di rischio [59]:
• Età
• Indice di massa corporea
• Età al menarca
• Storia ostetrica
• Età in menopausa (se applicabile)
• Storia di una condizione benigna del seno che aumenta il rischio di cancro al seno (iperplasia, iperplasia atipica, LCIS)
• Storia del cancro ovarico
• Uso della terapia ormonale sostitutiva
• Storia familiare (incluso cancro al seno e alle ovaie, eredità ashkenazita, test genetici se eseguiti)
Uno studio comparativo dei modelli a rischio di cancro al seno ha concluso che il modello Tyrer-Cuzick è il più costantemente accurato, mentre i modelli Gail, Claus e Ford sottovalutano tutti in modo significativo il rischio. [60] Tuttavia, uno studio di Boughey et al ha rilevato che il modello Tyrer-Cuzick ha sovrastimato in modo significativo il rischio di cancro al seno nelle donne con iperplasia atipica. [61]
Modello Mirai
Il modello Mirai è un approccio basato sull’intelligenza artificiale (AI) per calcolare il rischio di cancro al seno. Stima il rischio di cancro al seno in più momenti futuri, sulla base dell’analisi della mammografia di una donna e dei fattori di rischio clinici (ad esempio, età, storia familiare, fattori ormonali). Se i fattori di rischio clinico non sono disponibili, Mirai può prevedere tali fattori direttamente dalla mammografia.
Mirai funziona come segue:
1. Un codificatore di immagini riceve ed elabora tutte le viste di mammografia standard.
2. Un modulo aggregatore di immagini combina le informazioni sull’immagine in tutte le viste per creare una rappresentazione della mammografia.
3. Se necessario, un modulo di predittore del fattore di rischio prevede i fattori di rischio della paziente dalla mammografia.
4. Un modulo additivo-hazard prevede il rischio del paziente ogni anno nei prossimi 5 anni, sulla base dell’analisi della mammografia e dei fattori di rischio della paziente.
Yala et al hanno condotto uno studio di convalida di Mirai, utilizzando 128.793 mammografie di 62.185 pazienti in sette siti (negli Stati Uniti, Israele, Svezia, Taiwan e Brasile), di cui 3815 sono state seguite da una diagnosi di cancro entro 5 anni. Lo studio ha confermato l’accuratezza di Mirai attraverso set di test diversi a livello globale, con l’area caratteristica operativa del ricevitore sotto i valori della curva che vanno da 0,78-0,90 a 1 anno a 0,75-0,82 a 5 anni. [62]
Storia familiare di cancro al seno
Una storia familiare positiva di cancro al seno è il fattore di rischio più ampiamente riconosciuto per il cancro al seno. Il rischio per tutta la vita è fino a 4 volte più alto se una madre e una sorella sono colpite, ed è circa 5 volte maggiore nelle donne che hanno due o più parenti di primo grado con cancro al seno. Il rischio è maggiore anche tra le donne con cancro al seno in un singolo parente di primo grado, in particolare se al parente è stato diagnosticato in tenera età (≤50 anni).
Nonostante una storia che indica un aumento del rischio, molte di queste famiglie hanno risultati normali sui test genetici. Tuttavia, l’identificazione di ulteriori varianti genetiche associate ad un aumento del rischio può rivelarsi preziosa. Michailidou et al hanno condotto uno studio di associazione controllato a livello di genoma (GWAS) sul cancro al seno che includeva 122.977 casi di ascendenza europea e 14.068 casi di ascendenza dell’Asia orientale e hanno identificato 65 nuovi loci associati al rischio complessivo di cancro al seno. [15] Un GWAS di Milne et al ha identificato 10 varianti a 9 nuovi loci che sono associati al rischio di cancro al seno negativo al recettore degli estrogeni. [16] Uno studio simile di Ahearn et al ha identificato 85 varianti associate ad almeno una caratteristica tumorale, tra cui 32 varianti associate a malattia tripla-negativa.{ref 212}
Una storia familiare di cancro ovarico in un parente di primo grado, specialmente se la malattia si è verificata in tenera età (< 50 anni), è stata associata a un raddoppio del rischio di cancro al seno. Questo spesso riflette l’eredità di una mutazione patogena nel gene BRCA1 o BRCA2.
Le caratteristiche della storia familiare che suggeriscono un aumento del rischio di cancro sono riassunte come segue:
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Due o più parenti con cancro al seno o alle ovaie
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Cancro al seno che si verifica in un parente affetto di età inferiore ai 50 anni
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Parenti con cancro al seno e ovarico
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Uno o più parenti con due tumori (cancro al seno e alle ovaie o 2 tumori al seno indipendenti)
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parenti di sesso maschile con cancro al seno
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Mutazioni BRCA1 e BRCA2
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Ataxia telangiectasia eterozigote (rischio quadruplo)
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Discendenza ebraica ashkenazita (rischio raddoppiato)
Una piccola percentuale di pazienti, di solito con una forte storia familiare di altri tumori, ha sindromi tumorali. Questi includono famiglie con una mutazione nel gene PTEN, TP53, MLH1, MLH2, CDH1 o STK11.
Per aiutare nell’identificazione dei portatori di mutazione di BRCA1/2, sono stati sviluppati una serie di strumenti di valutazione del rischio basati sulla storia familiare per uso clinico, tra cui i seguenti:
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BRCAPRO
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Tyler Cuzick
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Miriad I e II
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Strumento di valutazione della storia familiare dell’Ontario (FHAT)
La National Society of Genetics Counselors fornisce un elenco Find a Genetic Counselor. La directory elenca oltre 3300 consulenti negli Stati Uniti e in Canada che incontreranno i pazienti di persona o per telefono, videoconferenza o altri metodi virtuali.
Test genetici
Nel 2018 la Food and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti ha autorizzato il rapporto sul rischio genetico sanitario (GHR) del Personal Genome Service per BRCA1/BRCA2 (varianti selezionate). Questo test diretto al consumatore analizza il DNA raccolto da un campione di saliva auto-raccolta per tre specifiche mutazioni del gene del cancro al seno BRCA1/BRCA2 che sono più comuni nelle persone di discendenza ebraica ashkenazita. La FDA osserva che sono state identificate più di 1.000 mutazioni BRCA e le tre mutazioni rilevate da questo test non sono le mutazioni BRCA1/BRCA2 più comuni nella popolazione generale. [17]
Fattori riproduttivi e ormoni steroidei
L’età tardiva alla prima gravidanza, la nulliparità, l’insorgenza precoce delle mestruazioni e l’età avanzata della menopausa sono state tutte costantemente associate a un aumento del rischio di cancro al seno. [, L’esposizione prolungata a livelli elevati di ormoni sessuali è stata a lungo postulata come un fattore di rischio per lo sviluppo del cancro al seno, spiegando l’associazione tra cancro al seno e comportamenti riproduttivi. [23, 24]
Gli studi clinici sulla prevenzione secondaria nelle donne con cancro al seno hanno dimostrato l’effetto protettivo dei modulatori selettivi del recettore degli estrogeni (SERM) e degli inibitori dell’aromatasi sulla recidiva e sullo sviluppo di tumori mammari controlaterali. [25] L’uso di SERM in donne a maggior rischio di cancro al seno ha impedito tumori invasivi ER-positivi. [26, 27] Questi dati supportano l’estradiolo e il suo recettore come bersaglio primario per la riduzione del rischio, ma non stabiliscono che i livelli di ormoni circolanti prevedano un aumento del rischio.
Un certo numero di studi epidemiologici e aggregati supportano un elevato rischio di cancro al seno tra le donne con alti livelli di estradiolo.[28, 29] Il gruppo collaborativo sugli ormoni endogeni e il cancro al seno (EHBCG) ha riportato un rischio relativo di 2,58 tra le donne nel quinto alto dei livelli di estradiolo. [30]
Dopo un esame approfondito dei dati collettivi, il Breast Cancer Prevention Collaborative Group (BCPCG) ha dato la priorità a fattori aggiuntivi che potrebbero essere inclusi nella fase di convalida di un modello di previsione del rischio e ha dato un punteggio di priorità elevato ai livelli plasmatici di estradiolo liberi. [29] Al momento, la misurazione di routine dei livelli di ormoni plasmatici non è raccomandata nella valutazione del rischio di cancro al seno.
Uno dei fattori più ampiamente studiati nell’eziologia del cancro al seno è l’uso di ormoni esogeni sotto forma di contraccettivi orali (OC) e terapia ormonale sostitutiva (HRT). [31, 32]Le prove complessive suggeriscono un rischio di cancro al seno maggiore di circa il 25% tra gli attuali utenti di OC. Il rischio sembra diminuire con l’età e il tempo dalla sospensione dell’OC. Per gli utenti OC, il rischio ritorna a quello del rischio medio della popolazione circa 10 anni dopo la cessazione.
I dati ottenuti da impostazioni di coorte case-control e prospettiche supportano un aumento del rischio di incidenza e mortalità del cancro al seno con l’uso della terapia ormonale sostitutiva. [33] L’aumento del rischio di cancro al seno è stato positivamente associato alla durata dell’esposizione, con il maggior rischio osservato per tumori lobulari, duttal-lobulari misti e tubolari ormonalmente reattivi. [33] Il rischio è maggiore tra le donne che assumono una combinazione di HRM rispetto a quelle che assumono formulazioni solo di estrogeni. [34, 35]
Una meta-analisi del Gruppo collaborativo sui fattori ormonali nel cancro al seno di 58 studi internazionali che includevano 143.887 donne in postmenopausa con cancro al seno invasivo e 424.972 senza cancro al seno ha concluso quanto segue sulla terapia ormonolare sostitutiva e sul cancro al seno [36]:
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Gli estrogeni più il progestinico giornaliero, usati per 5 anni a partire dall’età di 50 anni, aumenterebbero i rischi di cancro al seno a 20 anni di età compresa tra 50 e 69 anni dal 6,3% all’8,3%, un aumento assoluto di 2,0 per 100 donne (una su 50 utenti).
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Gli estrogeni più il progestinico intermittente, usati per 5 anni, aumenterebbero il rischio di 20 anni dal 6,3% al 7,7%, un aumento assoluto di 1,4 per 100 donne (una su 70 utenti).
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La terapia ormonale sostitutiva della menopausa a base di solo estrogeni aumenterebbe il rischio di 20 anni dal 6,3% al 6,8%, un aumento assoluto di 0,5 per 100 donne (una su 200 utenti), specialmente nelle donne magre, con poco rischio eccessivo nelle donne obese.
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Per 10 anni di utilizzo, gli aumenti di incidenza di 20 anni sarebbero circa il doppio rispetto a 5 anni di utilizzo.
Nello studio Women’s Health Initiative (WHI), l’incidenza del cancro al seno invasivo è stata del 26% più alta nelle donne assegnate in modo casuale alla terapia ormonale sostitutiva di combinazione rispetto a quelle assegnate al placebo. Al contrario, l’uso di estrogeni equini coniugati da soli nelle donne che avevano subito un’isterectomia è stato associato a una diminuzione del 23% (ma non significativa) del rischio di cancro al seno rispetto al placebo alla segnalazione iniziale. Sul follow-up prolungato (mediana, 11,8 anni), la terapia con solo estrogeni per 5-9 anni nelle donne con isterectomia è stata associata a una significativa riduzione del 23% dell’incidenza annuale di cancro al seno invasivo (0,27%; placebo, 0,35%). [37] Meno donne sono morte di cancro al seno nel braccio di solo estrogeni.
Una riduzione del 23% della diagnosi di cancro al seno nelle donne assegnate alla terapia ormonale sostitutiva solo con estrogeni è persistita in 16 anni di follow-up cumulativo in due studi WHI in più di 10.000 donne (hazard ratio [HR] 0,77, 95% CI 0,62-0,92); la maggior parte della riduzione era dovuta a meno diagnosi di malattia negativa del recettore degli estrogeni/progesterone. Inoltre, i decessi per cancro al seno sono stati inferiori del 44% con HRT solo estrogeni (HR 0,56, IC 95% 0,34-0,92). [37]
Per aiutare la comunità medica nell’applicazione della terapia ormolessi, un certo numero di agenzie e gruppi hanno pubblicato raccomandazioni per l’uso della terapia ormolesale nel trattamento della menopausa e della perdita ossea associata. Al momento, la terapia ormonale sostitutiva non è raccomandata per la prevenzione delle malattie cardiovascolari o della demenza o, più in generale, per l’uso a lungo termine per prevenire la malattia. Le raccomandazioni differiscono leggermente a seconda dell’agenzia e del paese. Per ulteriori informazioni, vedere Terapia ormonale sostitutiva in menopausa.
Quando prescrive la terapia ormonale sostitutiva, il medico dovrebbe fornire una discussione delle prove più aggiornate e una valutazione dei potenziali benefici e danni per il paziente. A causa del noto rischio di cancro dell’endometrio con formulazioni di soli estrogeni, la Food and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti consiglia attualmente l’uso di estrogeni-plus-progesterone HRT per la gestione dei sintomi della menopausa nelle donne con un utero intatto su misura per il singolo paziente, alla dose efficace più bassa per il tempo più breve necessario per ridurre i sintomi.
Attualmente non ci sono linee guida formali per l’uso della terapia ormolesscolare nelle donne ad alto rischio di cancro al seno (cioè, donne con una storia familiare di cancro al seno, una storia personale di cancro al seno o malattie benigne del seno). Solo pochi studi hanno valutato l’effetto della terapia ormolessi train una diagnosi di cancro al seno. Il più grande di questi, le ABITUDINI (terapia ormonale sostitutiva dopo il cancro al seno: è sicuro?) lo studio è stato interrotto in anticipo a causa di tassi inaccettabili di recidiva del cancro al seno e malattia controlaterale con 2 anni di uso della terapia ormossi (hazard ratio, 3,5). [38]
In un altro studio clinico randomizzato, non è stato osservato alcun aumento del rischio di recidiva del cancro al seno nelle donne con un follow-up mediano di 4,1 anni. [39] L’uso di HRT contenente progesterone è stato limitato dall’uso intermittente, con l’esposizione continua evitata.
Le formulazioni combinate contenenti estrogeni più progesterone sono controindicate nelle donne con una storia pregressa di malattia invasiva, una storia di carcinoma duttale o lobulare in situ o una forte storia familiare di cancro al seno. Questa raccomandazione pone una sfida significativa di fronte a una paziente che soffre di gravi sintomi della menopausa.
Sono stati suggeriti molti nuovi trattamenti per i sintomi della menopausa (ad esempio, clonidina, venlafaxina, gabapentina e combinazione di venlafaxina più gabapentina). Ad oggi, nessuno studio clinico randomizzato tra donne a maggior rischio di cancro al seno o donne con una storia di cancro al seno ha valutato l’efficacia complessiva o i rischi associati a questi trattamenti. [40] L’uso di questi agenti è controverso e dovrebbe mirare alla gravità dei sintomi della menopausa.
Altri approcci basati sugli ormoni (ad esempio, estrogeni vaginali a basso dosaggio per i sintomi vaginali e urinari, inclusa la dispareunia) sono generalmente considerati più sicuri, in particolare nei pazienti che ricevono SERM. Tuttavia, questi agenti possono anche comportare un leggero aumento del rischio, in quanto sono in grado di aumentare i livelli di estradiolo, almeno temporaneamente, a seconda della dose e della frequenza di somministrazione. Poche prove supportano il beneficio degli isoflavoni dietetici comunemente usati, del cohosh nero o della vitamina E.
Storia precedente di patologie del seno
Una storia di cancro al seno è associata a un rischio aumentato da 3 a 4 volte di un secondo cancro primario nel seno controlaterale. [41, 42, 43] L
Una storia di biopsia mammaria positiva per iperplasia, fibroadenoma con caratteristiche complesse, adenosi sclerosante e papilloma solitario è stata associata a un modesto aumento (da 1,5 a 2 volte) del rischio di cancro al seno. [44, 45] Al contrario, qualsiasi diagnosi di iperplasia atipica di natura duttale o lobulare, specialmente in una donna di età inferiore ai 45 anni, comporta un rischio aumentato da 4 a 5 volte maggiore di cancro al seno, con l’aumento da 8 a 10 volte tra le donne con focolai multipli di atipia o calcificazioni nel seno. [46]
Le lesioni mammarie benigne, tra cui la malattia fibrocistica come il cambiamento fibrocistico senza malattia mammaria proliferativa o fibroadenoma, non sono state associate ad un aumento del rischio. [47]
Fattori di rischio e stile di vita
L’ampia variabilità dell’incidenza del cancro al seno in tutto il mondo (ad esempio, la differenza di quasi 5 volte tra l’Africa orientale e l’Europa occidentale) è stata a lungo attribuita alle differenze nell’assunzione alimentare e nei modelli riproduttivi. [48, 49, 50, 51]
ll Sistema Sanitario è in affanno, le indicazioni di Oncologi e Genetisti lasciano molto perplessi e i balbettii della Comunità Europea prevedono limiti da rispettare a lungo termine. il concetto di Prevenzione Primaria cioè “la presa di coscienza delle cause delle malattie al fine di attuare misure per ridurne l’incidenza” è sempre rimasto la cenerentola nei vari piani sanitari, anche per la mancanza di interesse di possibili interessi economici. È stata prediletta invece la Prevenzione Secondaria (diagnosi precoce), anche perché consente un business legato a strumentazioni dai costi elevati e a dispositivi vari ed ha raggiunto sicuramente risultati apprezzabili, con l’aumento delle guarigioni e della sopravvivenza anche grazie agli screening. Con la Prevenzione Secondaria abbiamo comunque delle persone che fanno i conti con un tumore, sottoposti ad interventi chirurgici o a terapie talora pesanti, con un carico di ansia per loro e per i loro familiari. La Prevenzione Primaria è socialmente ben diversa: tende a non fare ammalare le persone, ad avere una società sana. Con i cambiamenti epocali iniziati o intensificatesi negli ultimi 4-5 anni e con la sperequazione economica che ne è conseguita, la tensione a scoprire le cause dei tumori per poterle poi rimuoveresi è affievolita anche nell’opinione pubblica al punto che il bisogno di prevenzione è confuso con la diagnosi precoce. La Prevenzione Primaria deve essere voluta e finanziata dalla Sanità Pubblica, che, purtroppo, segue la deriva della economia di mercato.
Eppure l’esigenza indispensabile di cambiare quello che oggi è il secondo settore in assoluto per emissioni di gas serra (il sistema industriale del cibo, appunto) non è ancora stata riconosciuta come una priorità nell’agenda politica mondiale. Stiamo parlando di un sistema basato su un modello di agricoltura intensiva che prevede l’uso di pesticidi e fertilizzanti chimici, e che da queste materie prime di bassa qualità ricava, attraverso pesanti lavorazioni e l’aggiunta di aromi artificiali, conservanti, zuccheri e grassi saturi per garantire una certa palatabilità, un cibo malsano e ipercalorico.
Questo modello causa disequilibri ambientali, economici e sociali, specialmente nei Paesi più vulnerabili, dando luogo a emergenze sanitarie come l’obesità e la malnutrizione. È sempre più urgente rifondare tutto il sistema alimentare sulla base di un approccio nuovo, chiamato “One Health”, nato dall’idea che “la salute è una sola”. Esso riconosce l’esistenza di un nesso indissolubile tra la salute degli esseri umani, degli animali, delle forme di vita vegetali e dell’ambiente: i problemi che affliggono ciascuna delle categorie del vivente vanno affrontati nel quadro di un approccio integrato.
Il sistema alimentare globale ha trasformato il cibo in una merce il cui valore si esprime in termini di prezzo, senza però essere in grado di tenere conto dei costi ambientali e sanitari che questa stessa produzione genera ai danni dell’intera società. Ridurre il cibo a una merce tra le merci significa ignorarne gli aspetti sociali, culturali e sanitari, considerarlo il cibo un mero elemento generatore di guadagno economico, negandone i risvolti etici. Il cibo invece non è soltanto una merce: è fonte di energia vitale e nutrimento, di lavoro, di cultura, ed è il risultato di una sinergia millenaria tra uomo e natura. La Prevenzione Primaria è ben diversa: tende a non fare ammalare le persone, ad avere una società più sana e con meno malati.
Nel caso della lotta contro i tumori i possibili sponsor che dovrebbero finanziare la ricerca sono spesso addirittura contrari ad ad incentivarla: si opposero storicamente alla lotta contro il fumo di sigaretta e più di recente anche alla riduzione del traffico automobilistico, alla lotta contro l’incenerimento dei rifiuti ed all’uso talora smodato dei pesticidi/erbicidi in agricoltura. I miei Colleghi Oncologi, però, non ne sembrano convinti e continuano ad indicare come prioritarie per la prevenzione del cancro la corretta alimentazione, l’attività fisica e i corretti stili di vita relegando l’inquinamento ambientale nelle ultime posizioni della lista. Continuano, cioè, a ribaltare sulle singole persone il senso di “colpa” per essersi ammalati di cancro senza “disturbare” politici ed amministratori. Altre istanze piuttosto singolari lasciano perplessi: esperti Genetisti hanno lanciato un appello per sensibilizzare cittadini, medici ed autorità affinché siano resi accessibili (mutuabili) i test genetici dei geni BRCA1-2 alla intera popolazione femminile. Sostengono che identificare le persone sane, che hanno questa mutazione può permettere “la pianificazione di programmi di riduzione del rischio: sorveglianza intensiva e, in alcuni casi, interventi chirurgici profilattici come la mastectomia bilaterale, per ridurre significativamente il rischio di sviluppare tumori mammari”, o anche “l’asportazione chirurgica delle tube e delle ovaie nelle donne con mutazione BRCA1 intorno ai 40 anni e BRCA2 intorno ai 45 anni, …. per prevenire i tumori ovarici e ridurre il rischio di carcinoma mammario”. Nel nostro Paese sono circa 150.000 le persone con queste mutazioni genetiche, ma, nei casi familiari, vengono ereditate solo nel 50%, e, comunque la loro presenza non porta sicuramente al cancro, ma solo ad un rischio di poterlo sviluppare. Evidentemente la fornitura del kit-genetico alla popolazione femminile in età fertile (almeno 10-15 milioni).. potrebbe essere un buon business.
Come per i tumori del colon e della prostata, si pensa che le diete ricche di cereali, frutta e verdura; a basso contenuto di grassi saturi; a basso contenuto di energia (calorie); e a basso contenuto di alcol, il modello più comune nei paesi meno industrializzati, siano protettive contro il cancro al seno. [52]
Una di queste diete è la dieta mediterranea, che comprende un’elevata assunzione di proteine vegetali, cereali integrali, pesce e grassi monoinsaturi, nonché un’assunzione moderata di alcol e una bassa assunzione di cereali raffinati, carne rossa e dolci. Il Netherlands Cohort Study, che ha incluso 62.573 donne di età compresa tra 55 e 69 anni con più di 20 anni di follow-up, ha scoperto che la stretta aderenza a una dieta mediterranea è associata a un minor rischio di cancro al seno, in particolare, per i tipi di cancro al seno che portano una prognosi peggiore nelle donne in postmenopausa. [53]
Rispetto alle donne che hanno riportato la minore aderenza a una dieta mediterranea, le donne che hanno aderito più strettamente alla dieta avevano un rischio ridotto del 40% di cancro al seno negativo al recettore degli estrogeni (ER-), (hazard ratio [HR], 0,60; ptrend = 0,032) e un rischio ridotto del 39% per la malattia negativa del recettore del progesterone (PR-)/ER (HR, 0,61; ptrend = 0,047). Lo studio non ha rilevato associazioni significative con la dieta e il rischio di malattia ER+ o rischio totale di cancro al seno. [53]
Obesità
L’aumento del rischio di cancro al seno postmenopausale è stato costantemente associato a quanto segue:
-
Modello alimentare occidentale (alto contenuto energetico sotto forma di grassi animali e carboidrati raffinati)
-
Stile di vita sedentario
-
Consumo regolare e moderato di alcol (3-5 bevande alcoliche a settimana)
Lo stile di vita occidentale (cioè l’assunzione cronica di energia in eccesso da carne, grassi e carboidrati e la mancanza di esercizio fisico) è fortemente correlato allo sviluppo di quanto segue:
-
Obesità, in particolare obesità addominale
-
Iperinsulinemia cronica
-
Maggiore produzione e disponibilità del fattore di crescita insulino-simile (IGF)-1
Gli studi sui grassi alimentari, sull’energia totale e sui livelli di assunzione di carne sono stati in gran parte incoerenti negli studi sulla popolazione di donne adulte per quanto riguarda il rischio di cancro al seno. Al contrario, gli studi epidemiologici hanno trovato più costantemente una relazione positiva tra il rischio di cancro al seno e le esposizioni nei primi anni di vita come la dieta, l’obesità e le dimensioni del corpo (compresa l’altezza). [58, 59, 60] Il meccanismo di questa relazione è sconosciuto.
Fattori di rischio ambientale
Sono state studiate una serie di esposizioni ambientali in relazione al rischio di cancro al seno nell’uomo, tra cui le seguenti [61, 62, 63]:
-
Fumo di tabacco (esposizione sia attiva che passiva)
-
Dietetico (ad esempio, carni carbonizzate e lavorate)
-
Consumo di alcol
-
Agenti cancerogeni ambientali (ad esempio, esposizione a pesticidi, radiazioni ed estrogeni ambientali e dietetici)
Il consumo di alcol è stato collegato al cancro al seno. [64, 65, 66] Il consumo regolare di bevande alcoliche può prevenire l’assorbimento dei nutrienti, contribuire all’aumento di peso e aumentare i livelli di estrogeni. [65]
Alte dosi di radiazioni ionizzanti nell’area toracica, in particolare durante la pubertà, sono state inequivocabilmente collegate a un aumento del rischio di cancro al seno in età adulta. [63, 67] A causa della forte associazione tra l’esposizione alle radiazioni ionizzanti e il rischio di cancro al seno, le procedure diagnostiche mediche vengono eseguite in modo tale da ridurre al minimo l’esposizione all’area toracica, in particolare durante l’adolescenza.
Le donne con una storia di esposizione alle radiazioni all’area toracica dovrebbero essere esaminate e consigliate in merito al loro rischio di cancro al seno sulla base dei tempi e della dose dell’esposizione precedente. Una paziente trattata per linfoma di Hodgkin con radiazioni Mantel che include il seno nel campo di radiazioni ha un rischio 5 volte maggiore di sviluppare il cancro al seno. Questo rischio aumenta notevolmente per le donne trattate durante l’adolescenza [68] ; le prove suggeriscono che il rischio cumulativo aumenta con l’età in funzione dell’età dell’esposizione e del tipo di terapia. [69]
Le prove attuali non supportano un legame significativo e riproducibile tra altre esposizioni ambientali e il rischio di cancro al seno. Pertanto, una serie di fattori rimangono sospetti ma non provati.
La prevenzione del tumore un approccio multimodale:
- Prevenzione primaria del tumore: mira a ridurre l’incidenza della malattia agendo sulle cause e sui fattori di rischio modificabili.
- Prevenzione secondaria del tumore: mira a ridurre la mortalità e aumentare i tassi di sopravvivenza mediante la diagnosi precoce
- Prevenzione terziaria del tumore: mira a gestire meglio la malattia, migliorando la qualità di vita ed aumentando la sopravvivenza
Nonostante gli straordinari successi della medicina in termini di diagnosi e cura stiamo assistendo ad un progressivo incremento dell’incidenza delle malattie cronico-degenerative e infiammatorie croniche, di disabilità e di alcune forme di cancro in maniera indipendente dall’invecchiamento della popolazione. Sono le conseguenze della grave disattenzione sino ad ora riservata al ruolo che riveste la prevenzione primaria nel mantenimento dello stato di salute.
Ambiente e tumore
In Italia l’incidenza della maggioranza dei tumori continua a crescere: +1,4% nei maschi e +0,7% nelle femmine (2022 vs 2023) e l’esposizione agli inquinanti atmosferici (PM10, PM2,5, NO2 e O3) causa ogni anno un grande numero di morti premature (oltre 63.000) e di anni di vita persi. Uno studio delle Università di Bologna e Bari in collaborazione con il CNR pubblicato nel gennaio 2023, ha dimostrato che in Italia la più elevata mortalità per cancro si registra in Pianura Padana là dove è maggiore l’inquinamento (atmosferico ed ambientale), anche se in quella stessa area gli “stili di vita” sono quelli più salubri. Sarebbe questa una conferma di una vasta letteratura, già esistente da anni, che indica l’inquinamento dell’aria, dell’acqua e del cibo come causa principale della maggioranza dei tumori.
Inquinamento e rischi per il seno
I risultati di uno studio francese, presentati al recente congresso annuale della Società Europea di Oncologia Medica, ribadiscono il possibile legame tra esposizione a inquinamento atmosferico, in particolare le polveri sottili e il tumore al seno. Gli autori del nuovo studio, del Centro oncologico globale Léon Bérard di Lione, hanno confrontato i dati relativi a 2419 pazienti con cancro al seno con quelli di 2984 donne sane, negli anni fra il 1990 e il 2011. I risultati hanno mostrato che il rischio di cancro al seno è aumentato del 28% al crescere dell’inquinamento da particelle fini (PM 2,5), come accade passando da aree rurali ad aree urbane più inquinate. Aumenti minori del rischio di cancro al seno sono stati registrati anche nelle donne esposte a livelli elevati di inquinamento atmosferico da particelle più grandi (PM10 e biossido di azoto).
Un altro studio, numericamente più rappresentativo, è stato realizzato dall’NIH statunitense. In questo caso sono state osservate oltre 500 mila donne per un periodo di 20 anni. Dall’analisi è emerso che essere esposte ad elevate quantità di particolato atmosferico aumenta il rischio di tumore al seno dell’8%. Un incremento più modesto ma comunque significativo. In futuro bisognerà però verificare se gli inquinanti consentano alle cellule del tessuto mammario con mutazioni preesistenti di espandersi e muoversi verso la promozione del tumore attraverso processi infiammatori, in modo analogo a quanto visto nei fumatori con cancro al polmone. Nell’attesa di quantificare il reale impatto dell’inquinamento atmosferico sul rischio di sviluppare un tumore al seno, il messaggio sull’importanza di ridurre i livelli di particolato è più che mai attuale. Da qui l’ulteriore invito degli esperti sull’urgenza di intraprendere misure per migliorare la qualità dell’aria che respiriamo tutti i giorni.
La profilazione genomica ha dimostrato la presenza di sottotipi discreti di tumore al seno con storie naturali distinte e comportamento clinico. Il numero esatto di sottotipi di malattia e alterazioni molecolari da cui derivano questi sottotipi resta da chiarire, ma questi generalmente si allineano con la presenza o l’assenza di recettore degli estrogeni (ER), recettore del progesterone (PR) e recettore del fattore di crescita epidermico umano 2 (HER2).
Questa visione del cancro al seno – non come un insieme di eventi molecolari statici, ma come un insieme limitato di malattie separabili di origini molecolari e cellulari distinte – ha alterato il pensiero sull’eziologia del cancro al seno, sui fattori di rischio specifici del tipo e sulla prevenzione e ha avuto un impatto sostanziale sulle strategie di trattamento e sulla ricerca sul cancro al seno.
Fattori riproduttivi e ormoni steroidei
L’età tardiva alla prima gravidanza, la nulliparità, l’insorgenza precoce delle mestruazioni e l’età avanzata della menopausa sono state tutte costantemente associate a un aumento del rischio di cancro al seno. [18, 19, 20, 21, 22] L’esposizione prolungata a livelli elevati di ormoni sessuali è stata a lungo postulata come un fattore di rischio per lo sviluppo del cancro al seno, spiegando l’associazione tra cancro al seno e comportamenti riproduttivi. [23, 24]
Gli studi clinici sulla prevenzione secondaria nelle donne con cancro al seno hanno dimostrato l’effetto protettivo dei modulatori selettivi del recettore degli estrogeni (SERM) e degli inibitori dell’aromatasi sulla recidiva e sullo sviluppo di tumori mammari controlaterali. [25] L’uso di SERM in donne a maggior rischio di cancro al seno ha impedito tumori invasivi ER-positivi. [26, 27] Questi dati supportano l’estradiolo e il suo recettore come bersaglio primario per la riduzione del rischio, ma non stabiliscono che i livelli di ormoni circolanti prevedano un aumento del rischio.
Un certo numero di studi epidemiologici e aggregati supportano un elevato rischio di cancro al seno tra le donne con alti livelli di estradiolo. [28, 29] Il gruppo collaborativo sugli ormoni endogeni e il cancro al seno (EHBCG) ha riportato un rischio relativo di 2,58 tra le donne nel quinto alto dei livelli di estradiolo. [30]
Dopo un esame approfondito dei dati collettivi, il Breast Cancer Prevention Collaborative Group (BCPCG) ha dato la priorità a fattori aggiuntivi che potrebbero essere inclusi nella fase di convalida di un modello di previsione del rischio e ha dato un punteggio di priorità elevato ai livelli plasmatici di estradiolo liberi. [29] Al momento, la misurazione di routine dei livelli di ormoni plasmatici non è raccomandata nella valutazione del rischio di cancro al seno.
Uno dei fattori più ampiamente studiati nell’eziologia del cancro al seno è l’uso di ormoni esogeni sotto forma di contraccettivi orali (OC) e terapia ormonale sostitutiva (HRT). [31, 32]Le prove complessive suggeriscono un rischio di cancro al seno maggiore di circa il 25% tra gli attuali utenti di OC. Il rischio sembra diminuire con l’età e il tempo dalla sospensione dell’OC. Per gli utenti OC, il rischio ritorna a quello del rischio medio della popolazione circa 10 anni dopo la cessazione.
I dati ottenuti da impostazioni di coorte case-control e prospettiche supportano un aumento del rischio di incidenza e mortalità del cancro al seno con l’uso della terapia ormonale sostitutiva. [33] L’aumento del rischio di cancro al seno è stato positivamente associato alla durata dell’esposizione, con il maggior rischio osservato per tumori lobulari, duttal-lobulari misti e tubolari ormonalmente reattivi. [33] Il rischio è maggiore tra le donne che assumono una combinazione di HRM rispetto a quelle che assumono formulazioni solo di estrogeni. [34, 35]
Una meta-analisi del Gruppo collaborativo sui fattori ormonali nel cancro al seno di 58 studi internazionali che includevano 143.887 donne in postmenopausa con cancro al seno invasivo e 424.972 senza cancro al seno ha concluso quanto segue sulla terapia ormonolare sostitutiva e sul cancro al seno [36]:
• Gli estrogeni più il progestinico giornaliero, usati per 5 anni a partire dall’età di 50 anni, aumenterebbero i rischi di cancro al seno a 20 anni di età compresa tra 50 e 69 anni dal 6,3% all’8,3%, un aumento assoluto di 2,0 per 100 donne (una su 50 utenti).
• Gli estrogeni più il progestinico intermittente, usati per 5 anni, aumenterebbero il rischio di 20 anni dal 6,3% al 7,7%, un aumento assoluto di 1,4 per 100 donne (una su 70 utenti).
• La terapia ormonale sostitutiva della menopausa a base di solo estrogeni aumenterebbe il rischio di 20 anni dal 6,3% al 6,8%, un aumento assoluto di 0,5 per 100 donne (una su 200 utenti), specialmente nelle donne magre, con poco rischio eccessivo nelle donne obese.
• Per 10 anni di utilizzo, gli aumenti di incidenza di 20 anni sarebbero circa il doppio rispetto a 5 anni di utilizzo.
Nello studio Women’s Health Initiative (WHI), l’incidenza del cancro al seno invasivo è stata del 26% più alta nelle donne assegnate in modo casuale alla terapia ormonale sostitutiva di combinazione rispetto a quelle assegnate al placebo. Al contrario, l’uso di estrogeni equini coniugati da soli nelle donne che avevano subito un’isterectomia è stato associato a una diminuzione del 23% (ma non significativa) del rischio di cancro al seno rispetto al placebo alla segnalazione iniziale. Sul follow-up prolungato (mediana, 11,8 anni), la terapia con solo estrogeni per 5-9 anni nelle donne con isterectomia è stata associata a una significativa riduzione del 23% dell’incidenza annuale di cancro al seno invasivo (0,27%; placebo, 0,35%). [37] Meno donne sono morte di cancro al seno nel braccio di solo estrogeni.
Una riduzione del 23% della diagnosi di cancro al seno nelle donne assegnate alla terapia ormonale sostitutiva solo con estrogeni è persistita in 16 anni di follow-up cumulativo in due studi WHI in più di 10.000 donne (hazard ratio [HR] 0,77, 95% CI 0,62-0,92); la maggior parte della riduzione era dovuta a meno diagnosi di malattia negativa del recettore degli estrogeni/progesterone. Inoltre, i decessi per cancro al seno sono stati inferiori del 44% con HRT solo estrogeni (HR 0,56, IC 95% 0,34-0,92). [37]
Per aiutare la comunità medica nell’applicazione della terapia ormolessi, un certo numero di agenzie e gruppi hanno pubblicato raccomandazioni per l’uso della terapia ormolesale nel trattamento della menopausa e della perdita ossea associata. Al momento, la terapia ormonale sostitutiva non è raccomandata per la prevenzione delle malattie cardiovascolari o della demenza o, più in generale, per l’uso a lungo termine per prevenire la malattia. Le raccomandazioni differiscono leggermente a seconda dell’agenzia e del paese. Per ulteriori informazioni, vedere Terapia ormonale sostitutiva in menopausa.
Quando prescrive la terapia ormonale sostitutiva, il medico dovrebbe fornire una discussione delle prove scientifiche più aggiornate e una valutazione dei potenziali benefici e dei danni per la paziente. A causa del noto rischio di cancro dell’endometrio con formulazioni di soli estrogeni, la Food and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti consiglia attualmente l’uso di estrogeni-plus-progesterone HRT per la gestione dei sintomi della menopausa nelle donne con un utero intatto su misura per il singolo paziente, alla dose efficace più bassa per il tempo più breve necessario per ridurre i sintomi.
Attualmente non ci sono linee guida formali per l’uso della terapia ormolesscolare nelle donne ad alto rischio di cancro al seno (cioè, donne con una storia familiare di cancro al seno, una storia personale di cancro al seno o malattie benigne del seno). Solo pochi studi hanno valutato l’effetto della terapia ormolessi train una diagnosi di cancro al seno. Il più grande di questi, le ABITUDINI (terapia ormonale sostitutiva dopo il cancro al seno: è sicuro?) lo studio è stato interrotto in anticipo a causa di tassi inaccettabili di recidiva del cancro al seno e malattia controlaterale con 2 anni di uso della terapia ormossi (hazard ratio, 3,5). [38]
In un altro studio clinico randomizzato, non è stato osservato alcun aumento del rischio di recidiva del cancro al seno nelle donne con un follow-up mediano di 4,1 anni. [39] L’uso di HRT contenente progesterone è stato limitato dall’uso intermittente, con l’esposizione continua evitata.
Le formulazioni combinate contenenti estrogeni più progesterone sono controindicate nelle donne con una storia pregressa di malattia invasiva, una storia di carcinoma duttale o lobulare in situ o una forte storia familiare di cancro al seno. Questa raccomandazione pone una sfida significativa di fronte a una paziente che soffre di gravi sintomi della menopausa.
Sono stati suggeriti molti nuovi trattamenti per i sintomi della menopausa (ad esempio, clonidina, venlafaxina, gabapentina e combinazione di venlafaxina più gabapentina). Ad oggi, nessuno studio clinico randomizzato tra donne a maggior rischio di cancro al seno o donne con una storia di cancro al seno ha valutato l’efficacia complessiva o i rischi associati a questi trattamenti. [40] L’uso di questi agenti è controverso e dovrebbe mirare alla gravità dei sintomi della menopausa.
Altri approcci basati sugli ormoni (ad esempio, estrogeni vaginali a basso dosaggio per i sintomi vaginali e urinari, inclusa la dispareunia) sono generalmente considerati più sicuri, in particolare nei pazienti che ricevono SERM. Tuttavia, questi agenti possono anche comportare un leggero aumento del rischio, in quanto sono in grado di aumentare i livelli di estradiolo, almeno temporaneamente, a seconda della dose e della frequenza di somministrazione. Poche prove supportano il beneficio degli isoflavoni dietetici comunemente usati, del cohosh nero o della vitamina E.
Storia precedente di tumore del seno
Una storia di cancro al seno è associata a un rischio aumentato da 3 a 4 volte di un secondo cancro primario nel seno controlaterale. [41, 42, 43] La presenza di qualsiasi carcinoma duttale premaligno in situ (DCIS) o LCIS conferisce un aumento da 8 a 10 volte del rischio di sviluppare cancro al seno nelle donne che ospitano lesioni preinvasive non trattate. [44, 45]
Una storia di biopsia mammaria positiva per iperplasia, fibroadenoma con caratteristiche complesse, adenosi sclerosante e papilloma solitario è stata associata a un modesto aumento (da 1,5 a 2 volte) del rischio di cancro al seno. [44, 45] Al contrario, qualsiasi diagnosi di iperplasia atipica di natura duttale o lobulare, specialmente in una donna di età inferiore ai 45 anni, comporta un rischio aumentato da 4 a 5 volte maggiore di cancro al seno, con l’aumento da 8 a 10 volte tra le donne con focolai multipli di atipia o calcificazioni nel seno. [46]
Le lesioni mammarie benigne, tra cui la malattia fibrocistica come il cambiamento fibrocistico senza malattia mammaria proliferativa o fibroadenoma, non sono state associate ad un aumento del rischio. [47]
Allevamenti intensivi
La produzione di cibo è responsabile del 37% della CO2 emessa. Dati dell’ISPRA rilevano che gli allevamenti intensivi sono causa del 75% di tutte le emissioni di ammoniaca, la seconda fonte di polveri sottili, in particolare in Pianura Padana dove la presenza di allevamenti intensivi è massiccia. Il 40% di emissioni di metano sono causate dagli allevamenti intensivi. Il 70% dei terreni agricoli europei è destinato all’alimentazione animale.
Gli impatti ambientali, economici, sanitari e sociali degli allevamenti intensivi non sono più sostenibili Il sistema alimentare è una delle prime cause del cambiamento climatico.
I pesticidi
I pesticidi hanno trasformato l’agricoltura moderna aumentando i rendimenti della produzione. Tuttavia, dal punto di vista della salute pubblica, l’esposizione ai pesticidi è stata collegata a numerosi effetti dannosi, tra cui disturbi neurologici come il morbo di Parkinson, funzione immunitaria indebolita e un aumento del rischio di cancro. Residui di pesticidi si trovano ovunque: nel suolo, nelle acque, nei cibi, persino nel sangue umano e nei capelli. Tra i più diffusi, il glifosato, un diserbante che passa dalle foglie a tutta la pianta e al suolo, dove rimane per anni. Secondo l’Agenzia Internazionale Ricerca sul Cancro è “probabilmente cancerogeno”, ma si parla meno dei suoi effetti sull’ambiente, che invece sono certi. Il glifosato aumenta la concentrazione nel suolo di nitrati (del 1.592%) e di fosfato (del 127%), riduce la capacità delle piante di assorbire nutrienti e fissare l’azoto, danneggia gli organismi viventi nel suolo e nelle acque.
Tra i fattori ambientali che potrebbero svolgere un ruolo nella genesi del cancro al seno vi è l’esposizione ad alcune sostanze chimiche di sintesi. Emergono sempre nuove evidenze a supporto della teoria secondo cui l’esposizione agli inquinanti diffusi in ambiente, falde idriche, catena alimentare e alle sostanze chimiche contenute nei prodotti di consumo diffusi nelle case, negli uffici e nelle scuole, potrebbero rappresentare un fattore di rischio per il cancro al seno. Particolare preoccupazione destano le molecole chimiche in grado di indurre, nei test di laboratorio, una trasformazione neoplastica del tessuto mammario e le sostanze chimiche dotate di attività estrogeno-mimetica. Queste ultime appartengono a delle sostanze chiamate interferenti endocrini o “distruttori endocrini” (le ghiandole endocrine secernono gli ormoni). Parliamo principalmente di pesticidi, metalli pesanti, prodotti della combustione, di sintesi industriale o sostanze naturali (fitoestrogeni) che agiscono sostituendosi a un ormone, bloccandone i recettori o alterandone la sintesi e il trasporto. Un loro possibile coinvolgimento nei meccanismi alla base dell’insorgenza del cancro non è irrealistico. Le preoccupazioni degli scienziati di tutto il mondo, riguardo tali sostanze, sono andate aumentando negli ultimi anni. L’incremento continuo delle prove scientifiche richiede ormai che i governi facciano la loro parte, assicurando un migliore controllo delle esposizioni chimiche e favorire una transizione agro-ecologica dell’agricoltura e della zootecnia associate ad un minor consumo di carne.
Il cibo importato
I prodotti che importiamo arrivano da coltivazioni che non rispettano le regole valide in Europa. Un esempio? L’83% della soia per i nostri allevamenti arriva dal Sudamerica. In particolare, il 40% arriva dal Brasile, dove l’area deforestata e coltivata a soia è più vasta della Germania. Il Brasile è anche il più grande consumatore di pesticidi del mondo. Alcuni di questi contengono principi attivi micidiali, come il paraquat. Pesticidi proibiti in Europa da decenni, ma venduti al Brasile da multinazionali europee e ricomprati in forma di soia.
Le norme stabiliscono che i prodotti alimentari importati debbano rispettare gli standard sanitari, sociali e ambientali europei. Alcune sono già state previste (ad esempio sulla carne bovina trattata con ormoni), ma devono essere introdotte per tutti i prodotti.
Il sistema alimentare globale mina i fondamenti della salute, oltre che degli esseri umani, anche del pianeta e degli animali. Eppure l’esigenza indispensabile di cambiare quello che oggi è il secondo settore in assoluto per emissioni di gas serra (il sistema industriale del cibo, appunto) non è ancora stata riconosciuta come una priorità nell’agenda politica mondiale. Stiamo parlando di un sistema basato su un modello di agricoltura intensiva che prevede l’uso di pesticidi e fertilizzanti chimici, e che da queste materie prime di bassa qualità ricava, attraverso pesanti lavorazioni e l’aggiunta di aromi artificiali, conservanti, zuccheri e grassi saturi per garantire una certa palatabilità, ad un cibo malsano e ipercalorico sempre più diffuso. Questo modello oltre a causare il cambiamento climatico, è responsabile di disequilibri ambientali, economici e sociali, specialmente nei Paesi più vulnerabili, dando luogo a emergenze sanitarie come l’obesità e la malnutrizione.
La prevenzione primaria e i fattori di rischio
Un tumore in genere origina quando i danni a carico del DNA determinano una moltiplicazione incontrollata delle cellule. Il tumore insorge a causa dell’interazione tra: predisposizione, ambiente e i suoi effetti.
Parlare di prevenzione del tumore significa inserire la singola persona nel contesto in cui vive tenendo conto della sua dimensione emotiva, psicologica e ambientale. La prevenzione primaria è la vera prevenzione e rappresenta il primo strumento che ognuno di noi, nella vita deve mettere in atto nel quotidiano. L’obiettivo è ridurre l’insorgenza e lo sviluppo del tumore.
L’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo e il cibo che mangiamo sono tutti abbondantemente ricchi di sostanze tossiche e in alcuni casi cancerogene. Impegnarsi promuovendo la ricerca sulla prevenzione primaria, non attira però i grandi capitali delle multinazionali della sanità, meglio curare che prevenire. La ricerca epidemiologica ha identificato alcuni fattori legati all’alimentazione e allo stile di vita che appaiono potenzialmente modificabili rendendo quindi possibili interventi di prevenzione primaria.
Si ha difficolta a comprendere il significato del concetto di “rischio”. In particolare, l’errore più comune che una donna compie è di sovrastimare l’entità del rischio personale o scambiare il rischio con causa. Questa sovrastima non è innocua perché, oltre a essere ansiogena, può condurre a comportamenti sbagliati (ad esempio pretendere più visite e un maggior numero di esami). Numerosi sono i fattori associati ad un maggiore rischio di sviluppare un tumore al seno, la maggior parte di questi non sono modificabili. Il rischio è probabilità, è una misura relativa ed ha una rilevanza indiretta e non causale sullo sviluppo del tumore. Al momento attuale si parla di popolazione a rischio quando la probabilità di sviluppare un tumore per quella popolazione è maggiore rispetto ad una popolazione non esposta a quel fattore di rischio.
Fattori di rischio più studiati:
- Età superiore ai 40 anni (ed in particolare età superiore ai 55 anni)
- Storia personale di tumore della mammella
- Mutazione di alcuni geni
- Due o più parenti di I° grado con tumore al seno diagnosticato prima dei 50 anni
- Sorelle o madre con tumore della mammella in età giovanile
- Densità mammaria
- Popolazione occidentale
- Iperplasia atipica (alla micro o macrobiopsia)
- Menarca precoce (< 12 anni) Menopausa tardiva (> 55 anni)
- Nulliparità
- Prima gravidanza tardiva (> 30 anni)
- Obesità
- Sedentarietà, scarso esercizio fisico
- Dieta ipercalorica, ricca di grassi e cibi ultraprocessati, povera di frutta e verdura
- Radiazioni
- Terapia ormonale sostitutiva protratta e contraccetivi?
Solo il 5-10% di tutti i tumori al seno può essere ricondotto alla presenza di specifiche mutazioni del DNA ereditate da uno dei genitori (come avviene per i geni BRCA1 o BRCA2).,
Genetisti e oncologi da anni lanciano appelli per sensibilizzare cittadini, medici ed autorità affinché siano resi accessibili (mutuabili) i test genetici dei geni BRCA1-2 alla intera popolazione femminile. Identificare le persone sane, che hanno questa mutazione permetterebbe la pianificazione di programmi di riduzione del rischio attraverso la sorveglianza intensiva e, in alcuni casi, mediante interventi chirurgici profilattici come la mastectomia bilaterale, ridurre significativamente il rischio di sviluppare tumori mammari nelle donne con mutazione genetica. Nel nostro Paese sono circa 150.000 le persone con queste mutazioni genetiche, ma, nei casi familiari, vengono ereditate solo nel 50%, e, comunque la loro presenza non porta sicuramente al cancro, ma solo ad un rischio di poterlo sviluppare. Appare chiara l’importanza del counseling oncogenetico prima di sottoporsi ad esami del genere.
Terapia ormonale e cancro al seno
Diverse formulazioni e dosaggi di farmaci, tempi di inizio e durata dell’uso possono influenzare il rischio di tumore al seno. I benefici della TOS nell’alleviare i sintomi della menopausa superano i potenziali danni. Le caratteristiche individuali del paziente, combinate con comorbilità mediche, fattori di rischio genetici e interazioni con la terapia ormonale sono importanti ma non ancora del tutto chiarite.
Studi osservazionali e meta-analisi che considerano i rischi di cancro al seno nelle donne che usano estrogeni per una lunga durata (> 5 anni) hanno mostrato risultati contrastanti.
Gli studi più recenti confermano l’assenza di una forte associazione tra la TOS ed il rischio di carcinoma mammario. Vi sarebbe un rischio lieve nei casi di utilizzo prolungato ma solo con prodotti non in combinazione di estrogeni e progesterone.
Il potenziale rischio di cancro al seno nelle donne che usano TOS deve essere affrontato prima di iniziare la terapia, in ogni caso è consigliabile optare per la combinazione estro-progestinica.
I contraccettivi orali, composti da estrogeni e progestinici, possiederebbero proprietà sia cancerogene che preventive del tumore. Poiché i contraccettivi orali sono utilizzati da donne sane, qualsiasi decisione di usare tali farmaci deve basarsi su una valutazione approfondita del profilo di rischio del singolo paziente. L’uso dei contraccettivi orali sarebbe associato a un modesto aumento del rischio di cancro al seno, alla cervice e al fegato; tuttavia, l’utilizzo di questi farmaci proteggerebbe anche contro il cancro endometriale, ovarico e del colon retto. Risultati contrastanti per cui non è possibile fornire alcuna raccomandazione attendibile. Conta la decisione della donna.
Fattori di rischio accertati
Ad oggi uno dei fattori di rischio più conosciuti è l’età della donna. Ogni donna ha una probabilità dell’12% di sviluppare un tumore entro i 70 anni di età, in pratica una donna su 8 si potrà ammalare di carcinoma della mammella. I dati disponibili consentono di individuare dei gruppi di popolazione femminile ad alto rischio.
I fattori che conferiscono un rischio più elevato includono:
- Età: il rischio aumenta progressivamente con l’avanzare degli anni.
- Densità mammografica, fattore di mascheramento e di rischio per tumore al seno.
- Mutazioni genetiche patologiche: le donne che ereditano la mutazione a carico del gene BRCA 2 e BRCA 1 hanno una probabilità più alta di sviluppare il tumore alla mammella e un tumore ovarico nell’arco della loro vita.
- Storia familiare di più casi di tumore al seno o all’ovaio in età inferiore a 50 anni: tale fattore identifica una maggiore predisposizione a sviluppare una determinata patologia oncologica. Se in una famiglia sono stati riportati diversi casi di cancro, ciò non significa che altri membri si ammaleranno. È bene, però, che tali soggetti prestino maggiore attenzione, seguano stili di vita sani, si sottopongano ai test genetici (BRCA 1 e BRCA 2), e con regolarità partecipino ai programmi di screening.
- Storia personale di cancro al seno.
- Storia personale di radiazioni toraciche: alte dosi di radiazioni ionizzanti nella zona del torace, in particolare durante la pubertà, sono state collegate ad un aumento del rischio di cancro al seno in età adulta. Le pazienti trattate per il linfoma di Hodgkin con radiazioni che includono il seno hanno un rischio 5 volte più alto di sviluppare il tumore al seno. Questo rischio aumenta notevolmente per le donne trattate durante l’adolescenza; l’evidenza suggerisce che il rischio cumulativo aumenta con l’età, in funzione dell’età di esposizione e del tipo di terapia.
- Lesioni della mammella ad alto rischio (precursori non obbligati del carcinoma della mammella).
Nelle lesioni proliferative intraduttali atipiche il rischio relativo di sviluppare cancro alla mammella rispetto alla popolazione normale è di 3-5. Il carcinoma lobulare in situ di tipo classico caratterizzato da proliferazioni epiteliali dell’unità dutto-lobulare terminale, presenta un rischio relativo di sviluppare carcinoma alla mammella di 7-10.L’insieme dei fattori conosciuti tuttavia non è in grado di poter spiegare gli andamenti geografici dell’incidenza di questa malattia tipica dei paesi occidentali.
MAMMOGRAFIA
Esistono 3 tipi di esami mammografici: screening organizzato, screenning spontaneo e diagnostico. La mammografia di screening organizzato o spontaneo viene eseguita nelle donne asintomatiche. La mammografia diagnostica viene eseguita nelle donne sintomatiche (ad esempio, quando si trova un nodulo al seno o una secrezione del capezzolo durante l’esame o si trova un’anomalia durante la mammografia di screening). Questo esame è più complicato, dispendioso in termini di tempo e costoso della mammografia a screening e viene utilizzato per determinare le dimensioni e la posizione esatte delle anomalie del seno e per visualizzare i tessuti e i linfonodi circostanti. Le donne con protesi mammarie o una storia personale di cancro al seno di solito richiedono le viste aggiuntive utilizzate nella mammografia diagnostica.
L’American College of Radiology (ACR) ha istituito il Breast Imaging Reporting and Data System (BI-RADS) per guidare la routine diagnostica del cancro al seno. BI-RADS è il prodotto di uno sforzo di collaborazione tra i membri di vari comitati dell’ACR in collaborazione con il National Cancer Institute (NCI), i Centers for Disease Control and Prevention (CDC), la FDA, l’American Medical Association (AMA), l’American College of Surgeons (ACS) e il College of American Pathologists (CAP). [14]
Il sistema BI-RADS include categorie o livelli utilizzati per standardizzare l’interpretazione delle mammografie tra i radiologi. Per i medici di riferimento, le categorie BI-RADS indicano il rischio di malignità del paziente e raccomandano una linea d’azione specifica.
Di tutte le mammografie di screening eseguite ogni anno, circa il 90% non mostra alcuna evidenza di cancro. Sui necessari ulteriori test diagnostici, circa il 2% di tutte le mammografie di screening si dimostra anormali e richiedono una biopsia. Tra i casi riferiti per la biopsia, circa l’80% delle anomalie si è dimostrato benigno e il 20% è dimostrato maligno.
La sensibilità della mammografia è ridotta nel seno denso
• 81-93% in seno involuto
• 84-80% con aree sparse a densità fibroghiandolare • 69-81% in denso disomogeneo
• 57-71% in estremamente denso
Kerlikowske K, Sprague BL et al. Ann Intern Med. 2015;162:673–81.
La densità:
• fattore di rischio indipendente
• le donne con densità D hanno il doppio del rischio rispetto alla “media”
• 4-6 x rischio più alto rispetto alle donne con densità A
• la densità si stima responsabile del 26% di ca in donne in post-menopausa e del39% in donne pre-menopausa
La diagnosi precoce del tumore della mammella salva vite umane ma vi sono problemi insoluti, in particolare la sovradiagnosi, il sovratrattamento ed i carcinomi d’intervallo. C’è bisogno di screening personalizzato…
Nonostante decenni di screening mammografico di qualità garantita da alti tassi di partecipazione attraverso un sistema di invito personalizzato in Europa il cancro al seno continua a rappresentare la causa più frequente di morte.
Nel 22/30% il carcinoma non viene rilevato dalla mammografia di screening ma dai sintomi clinici nell’intervallo dopo una mammografia normale o negativa (cancri di intervallo). In un altro 28/32% il carcinoma viene diagnosticato dalla mammografia di screening ma solo in un caso non precoce bensì avanzato. Il 50/62% che hanno il carcinoma del seno al momento della diagnosi mediante screening non trarannoalcun beneficio dalla mammografia di screening, perchè il loro carcinoma o: non è rilevato dalla mammografia di screening o è rilevato in fase avanzata.
La densità del seno descrive l’aspetto del seno in mammografia. L’aspetto varia sulla base della composizione del tessuto mammario, con il tessuto fibroghiandolare più denso del tessuto adiposo. La densità del seno è definita e classificata secondo la scala BI-RADS a quattro categorie dell’American College of Radiology. Le categorie 1 e 2 si riferiscono al tessuto mammario che non è denso, rappresentando circa il 50% della popolazione. Le categorie 3 e 4 descrivono tessuto mammario eterogeneo denso ed estremamente denso, che si verifica rispettivamente in circa il 40% e il 50% delle donne. Quando si parla di letture del tessuto mammario denso sulla mammografia, ci riferiamo alle categorie 3 e 4. Le donne con tessuto mammario denso hanno un aumentato rischio di sviluppare il cancro al seno e hanno meno probabilità di avere un cancro al seno precoce rilevato dalla mammografia. È ben noto che la densità mammografica del seno – una conseguenza delle proporzioni di grasso, tessuto connettivo e tessuto epiteliale nel seno – è un fattore di rischio per il cancro al seno.

Dopo la mammografia, ti è stato detto che hai il seno denso? 1 2 3 cose che dovresti conoscere 4 5 *1 2 3 4 5 * I seni sono costituiti da grasso e ghiandole che producono latte, tenuti insieme da tessuto fibroso. Se una donna ha più ghiandole e tessuto fibroso rispetto al tessuto adiposo, la mammella sarà “densa”. È normale e comune avere un seno denso. Oltre il 40% delle donne presenta una densità mammografica moderatamente alta o elevata. Quando i radio-senologi osservano le mammografie, possono vedere quanto sono densi i seni. In queste quattro immagini mammografiche, il tessuto denso appare bianco. Le categorie A e B sono seni “non densi” perché prevalentemente adiposi. Le categorie C e D sono i seni “densi”. Il tessuto mammario denso appare bianco su una mammografia, proprio come il cancro. Questo rende più difficile per i radio-senologi individuare il cancro in una fase precoce. Di conseguenza, il cancro può passare inosservato e viene spesso rilevato quando è più voluminoso e in uno stadio più avanzato. I seni densi sono anche un fattore di rischio per il cancro al seno. Il rischio di cancro al seno di una donna aumenta con il livello di densità mammografica. La diagnosi precoce rimane la metodologia principale per prevenire lo sviluppo di un cancro al seno potenzialmente letale. I tumori al seno che vengono rilevati quando sono più piccoli o non palpabili sono più curabili e quindi sono associati a una prognosi più favorevole. Gli studi di imaging utilizzati nello screening del cancro al seno includono quanto segue: • Mammografia; • Ultrasonografia; • Sistema Ecografico Automatizzato; • Mammografia con contrasto (CEM); • Risonanza magnetica (MRI). È stato dimostrato il beneficio di riduzione della mortalità e di aumento della sopravvivenza grazie alla diagnosi precoce con lo screening mammografico.
Esaminiamo i dettagli per categoria:
Per le donne delle categorie 1 e 2 (considerate tessuto mammario non denso), la sensibilità della mammografia per la rilevazione precoce del cancro al seno è dell’80%-90%. Nelle categorie 3 e 4, la sensibilità della mammografia scende al 60%-70%.
Rispetto alle donne con densità mammaria media, il rischio di sviluppare il cancro al seno è del 20% più alto nelle donne con seni BI-RADS di categoria 3 e più del doppio (rischio relativo 2.1) in quelle con seni di categoria BI-RADS 4. Così, il rischio di sviluppare il cancro al seno è più alto, ma la sensibilità del test è inferiore.
| Categoria BI-RADS | Tessuto mammario | Percentuale della popolazione | Sensibilità della mammografia | Rischio relativo di cancro al seno |
| 1 | Quasi completamente grasso | 10% | 88-93% | – |
| 2 | Aree di densità fibroglandulare sparse | 43% | 82-84% | – |
| 3 | Eterogeneamente denso | 39% | 69-81% | 1.2 |
| 4 | Estremamente denso | 8% | 62-71% | 2.1 |
La domanda clinica è: cosa dovremmo fare al riguardo? Per le donne che hanno una normale mammografia con seni densi, dovrebbero essere fatti dei test di follow-up e, in caso affermativi, quale test? Le principali opzioni di test di follow-up sono l’ecografia o la risonanza magnetica o la CEM (mammogafia con contrasto) a distanza di 1 anno, di solito si pratica l’ecografia. Dovrebbe essere qualcosa di cui parliamo con i pazienti, utilizzando il processo decisionale condiviso per decidere se è necessario il test di follow-up nelle donne con seno denso. Questo è qualcosa che ogni clinico dovrà decidere, e conoscere i dati è un passo di fondamentale importanza per decidere.
| Le donne sono informate sulla densità del seno e sul rischio di cancro? Informiamole… |
Contesto clinico
I medici devono informare i pazienti per iscritto. Il tessuto mammario rientra in 1 delle 4 categorie: tessuto adiposo, aree sparse di tessuto fibroglandulare denso, molte aree di tessuto ghiandolare e connettivo o tessuto estremamente denso. Il tessuto è considerato denso se presenta una etereogenea densità o estremamente densa. . Il seno denso, contenente più ghiandola che tessuto adiposo, è un fattore di rischio indipendente e non modificabile per il cancro al seno e può mascherare il cancro sulle mammografie. La mammografia di screening lo rileva nel 40%-50% delle donne.
Seno denso” è un termine che descrive la combinazione di grasso, ghiandole mammarie/dotti galattofori e tessuto fibroso presente nel seno. Più ghiandole e tessuto fibroso (detto anche tessuto “fibroghiandolare”) ha una donna, più “denso” è il suo tessuto mammario.
Ogni donna ha un mix unico di tessuto adiposo e denso nel seno. Alcune donne hanno pochissimo tessuto denso rispetto al tessuto adiposo. Altre donne hanno un tessuto più denso rispetto al tessuto adiposo. Il seno della maggior parte delle donne si colloca a metà strada tra questi due.
Avere un seno denso è normale?
Avere un seno denso è normale e comune. Non è causato da una malattia. Ma ci sono alcuni motivi di preoccupazione. Questo perché un seno denso può rendere più difficile per i radiologi individuare un tumore tramite mammografia. Inoltre, un seno denso aumenta il rischio di cancro al seno per una donna.
Ecco altre informazioni da sapere:
- Il tessuto denso appare grigio chiaro o bianco su una mammografia (vedi immagine a destra). Nei seni densi, qualsiasi nodulo (dovuto o meno a un tumore) può apparire grigio chiaro o bianco. Questo rende più difficile per i radiologi individuare tumori su una mammografia nelle donne con seni densi. È come cercare una palla di neve in una bufera di neve.
- Un seno denso è un fattore di rischio per il cancro al seno. Il rischio di cancro al seno per una donna aumenta con il livello di densità del seno. Consultare la domanda e risposta n. 6 “Un seno denso influisce sul rischio di sviluppare un cancro al seno?”.
A seconda del grado di densità, il tessuto mammario denso è collegato a un rischio di cancro al seno da 1,2 volte superiore a 4 volte superiore rispetto al rischio di cancro al seno di 2 volte superiore con una storia familiare di primo grado. Altri fattori di rischio noti includono l’obesità, l’assunzione di alcol, la parità e la storia di biopsia del seno. Uno studio qualitativo sulle donne in età da screening del cancro al seno ha scoperto che poche donne hanno identificato la densità del seno come un fattore di rischio per il cancro al seno. La maggior parte delle donne non si sentiva sicura di sapere quali azioni avrebbero potuto mitigare il rischio di cancro al seno, portando i ricercatori alla conclusione che è necessaria un’educazione completa sui rischi del cancro al seno e sulle strategie di prevenzione.
Lo studio è stato pubblicato all’inizio di quest’anno su JAMA Network Open.[ 1]
“Dal 40 al 50% delle donne sottoposte a mammografia rientrano nelle due più alte categorie di densità al seno”, ha detto una delle autrici dello studio, Christine Gunn, PhD, del Dartmouth Institute for Health Policy and Clinical Practice, New Hampshire “Il rischio di cancro al seno aumenta da 1,2-4,0 volte a seconda del livello di densità del seno. In confronto, una storia familiare di primo grado di cancro al seno, in particolare nelle donne in premenopausa, conferisce un rischio di cancro al seno due volte superiore”.
I radio-senologi sono i medici che determinano se una donna ha un seno denso. Lo fanno dopo aver esaminato attentamente le immagini delle mammografie. I radiologi possono anche utilizzare un software per misurare la densità del seno. La densità del seno non può essere determinata dall’aspetto o dalla consistenza del seno.
Esistono 4 categorie di densità del seno.
Categoria A. Seni grassi o quasi interamente grassi . Ciò significa che la maggior parte del seno è composta da tessuto adiposo. In una mammografia, un seno grasso appare prevalentemente grigio scuro o nero. Sebbene la maggior parte del seno sia costituita da tessuto adiposo, potrebbe essere presente una piccola quantità di tessuto denso (fibroghiandolare) di aspetto grigio chiaro o bianco. Circa il 10% di tutte le donne ha seni grassi. I seni di Categoria A non sono considerati densi.
Categoria B. Aree sparse di densità fibroghiandolare . Il seno presenta una miscela di tessuto adiposo di colore grigio scuro o nero e tessuto denso (fibroghiandolare) sparso di colore grigio chiaro o bianco. Può essere difficile per i radiologi individuare il cancro, che spesso appare anch’esso grigio chiaro o bianco, nelle aree dense. Circa il 40% delle donne presenta questo tipo di seno. I seni di categoria B non sono considerati densi .
Categoria C. Seni eterogeneamente densi . Ampie porzioni del seno sono costituite da tessuto denso (fibroghiandolare). In una mammografia, il seno appare prevalentemente grigio chiaro o bianco. È più difficile per i radiologi individuare il cancro, che spesso appare anch’esso grigio chiaro o bianco. Circa il 40% di tutte le donne ha seni eterogeneamente densi. I seni di categoria C sono considerati densi .
Categoria D. Seni estremamente densi . La maggior parte del seno è composta da tessuto denso (fibroghiandolare). In una mammografia, il seno appare quasi completamente bianco. Questo rende molto difficile per i radiologi individuare il cancro, che spesso appare anche grigio chiaro o bianco. Circa il 10% di tutte le donne ha seni estremamente densi. I seni di categoria D sono considerati densi .
Un seno denso non solo può nascondere un tumore alla mammografia, ma aumenta anche il rischio di sviluppare un tumore al seno. I tumori si sviluppano più spesso nei tessuti densi che in quelli adiposi. Più il seno è denso, maggiore è il rischio di tumore al seno. Le donne con il seno più denso (“estremamente denso”) hanno una probabilità 4 volte maggiore di sviluppare un tumore al seno rispetto alle donne con il seno meno denso (“grasso”). La maggior parte dei seni femminili ha una densità intermedia tra queste due categorie (densità fibroghiandolare diffusa o densità eterogenea).
La sensibilità della mammografia dipende dalla densità mammografica e dalla biologia del tumore. Il carcinoma della mammella è un gruppo di malattie con rilevanza prognostica variabile. I genotipi determinano il coportamento biologico e la pertinenza prognostica. I genotipi determinano anche il rispettivo fenotipo di imaging. Il profilo di sensibilità della mammografia:
- I segni distintivi del carcinoma alla mammografia sono causati da processi fisiopatologici che sono indicativi di cambiamenti regressivi, ipossia e crescita lenta. Più lentamente cresce un carcinoma, meglio sarà evidenziato dalla mammografia.
- Il rilevamento del carcinoma mediante imaging strutturale (mammografia, tomosintesi o ecografia) si basa sulla rilevazione di caratteristiche che sono tipicamente associate al DCIS o alla patologia luminale: microcalcificazioni masse spiculate.
- Il fenotipo mammografico del cancro biologicamente aggressivo (luminale o basale di alto grado) si sovrappone a quello dei cambiamenti benigni onnipresenti (fibroadenomi, cisti).
- I tumori visibili alla mammografia tendono ade essere meno agressivi: basso tasso di proliferazione e stato recettoriale positivo
- La difficoltà di diagnosticare il carcinoma della mammella a prognosi infausta spiega la mortalità persistentemente alta del tumore al seno.
- L’assenza di riduzione di mortalità può essere spiegata dalla difficoltà di diagnosticare i carcinomi più agressivi.
- Per ridurre la mortalità derivante dal carcinoma della mammella lo screening dovrebbe cambiare.
- Dobbiamo ridurre il tasso dei tumori non rilevati
- Ridurre il tasso dei tumori rilevati in fase avanzata.
- Dobbiamo utilizzare metodi di screening che garantiscono la diagnosi precoce nei tumori più agressivi
- Utilizzare nuovi metodi per la previsione del rischio
“Gli screening sono stati studiati a livello di popolazione e sono stati trovati efficaci, c’è bisogno però di personalizzazione. I benefici della mammografia sono noti, ma alcune donne potrebbero aver bisogno di uno screening aggiuntivo se hanno una marcata densità mammaria. Per determinare lo strumento di screening ottimale, dovremmo dialogare con la paziente e conoscere la sua storia personale – non possiamo fare una dichiarazione generale che tutti dovrebbero ottenere questo o quello. – È impraticabile dire, ad esempio, che una risonanza magnetica è il miglior test, quindi tutte dovrebbero farla. Nei programmi di screening consolidati tutte le donne eseguono lo stesso test.
Questi programmi hanno sempre utilizzato una strategia “unica” in cui le donne di uno specifico gruppo target (tipicamente tra i 50 e i 69 anni) sono invitate per una mammografia (2 radiografie bilaterali del seno) ogni 2 anni. Questo approccio ha dimostrato i suoi benefici (riduzione del 20% della mortalità specifica per il cancro al seno). Tuttavia, porta anche alcuni effetti collaterali, come i risultati falsi positivi, sovradiagnosi e sovratrattamenti – vale a dire il trattamento dei tumori indolenti (quelli che non avrebbero mai causato problemi durante la vita di una donna perché sarebbero evoluti molto lentamente), e un basso rischio di cancro indotto dalle radiazioni per tutta la vita. Inoltre, la sensibilità dell’attuale screening mammografico nei seni densi non è perfetta, e il suo impatto sulla mortalità non è così elevato come si potrebbe pensare.
Dalla fine degli anni ’80, sono stati introdotti programmi organizzati di screening mammografico in un numero sempre maggiore di Paesi europei, sulla base dei risultati di grandi studi randomizzati. L’obiettivo dello screening mammografico è quello di individuare il cancro al seno il più presto possibile, soprattutto per ridurre il numero di decessi per tumore al seno, ma anche per ridurre la gravità della malattia e l’utilizzo di trattamenti oncologici invalidanti (e dell’ansia ad essi associata).
Questi programmi hanno sempre utilizzato una strategia “universale” in cui le donne di uno specifico gruppo target (tipicamente tra i 50 e i 69 anni) sono invitate per una mammografia (2 radiografie bilaterali del seno) ogni 2 anni. Questo approccio ha dimostrato i suoi benefici (riduzione del 20% della mortalità specifica per il cancro al seno). Tuttavia, porta anche alcuni effetti collaterali, come i risultati falsi positivi, sovradiagnosi e trattamenti eccessivi – vale a dire il trattamento dei tumori indolenti (quelli che non avrebbero mai causato problemi durante la vita di una donna perché evolvono molto lentamente), e un basso rischio di cancro indotto dalle radiazioni per tutta la vita. Inoltre, la sensibilità dell’attuale screening mammografico non è perfetta, e il suo impatto sulla mortalità non è così elevato come si potrebbe pensare.
Un approccio promettente per migliorare lo screening mammografico è lo screening personalizzato, basato sul rischio individuale.
Nella strategia attualmente utilizzata, tutte le donne invitate alla mammografia sono trattate allo stesso modo. Ma le donne non sono tutte uguali: ogni donna ha un rischio diverso di sviluppare il tumore al seno, che dipende da fattori genetici, densità mammografica, stile di vita ed esposizione a ormoni.
I recenti progressi scientifici hanno migliorato in maniera significativa la nostra comprensione della genetica del tumore al seno e di altri fattori di rischio. Siamo in possesso di strumenti migliori di valutazione dei rischi e di conoscenze sufficienti per studiare i benefici portati alle donne dall’utilizzo di un calcolo del rischio individuale di tumore al seno
Sarebbe il caso di mettere a confronto l’attuale strategia standard di screening mammografico con una strategia personalizzata, che esamina le donne con un alto rischio di cancro al seno con maggiore frequenza, e le donne con rischio più basso con minore frequenza.
L’obiettivo di questo studio è rispondere ad una semplice, ma fondamentale domanda: è meglio personalizzare il metodo e la frequenza dello screening mammografico in base al rischio individuale della donna?
Questo studio controllato e randomizzato metterà a confronto due gruppi di donne: un gruppo che seguirà l’attuale strategia standard di screening mammografico, e un gruppo che seguirà una strategia di screening personalizzato basato sul rischio, che richiederà un test della saliva e una visita extra rispetto al gruppo Standard. Un approccio promettente per migliorare lo screening mammografico è lo screening personalizzato, basato sul rischio individuale. In pratica uno screening che utilizza la stratificazione della popolazione target per fornire strategie, tempistiche e test di screening diversificati in base al rischio di sviluppare un determinato tumore.
Il Dott. Ronel D’Amico, radio-senologo del Centro Diagnostico SIRP aggiunge “I medici devono informare i pazienti per iscritto.”
Negli Stati Uniti il coinvolgimento delle associazioni femminili ha condizionato il legislatore a tal punto che per legge si impone la notifica della densità mammaria in mammografia. La misura della densità può essere ottenuta mediante software diversi o stimata dal radiologo. Lo screening mammografico dovrebbe essere differenziato ogni due anni nei seni a densità a e b, ogni anno nei seni a densità c e d. È auspicabile l’avvio di studi che mettano a confronto l’attuale strategia standard di screening mammografico con una strategia personalizzata, che esamina le donne con un alto rischio di cancro al seno con maggiore frequenza, e le donne con rischio più basso con minore frequenza. Per rispondere ad una semplice, ma fondamentale domanda: è meglio personalizzare il metodo e la frequenza dello screening mammografico in base al rischio individuale.
Le donne non sono tutte uguali ed i seni non sono tutti uguali: ogni donna ha un rischio diverso di sviluppare il tumore che dipende non solo dall’età ma anche dalla familiarità, dalla densità del seno, dagli stili di vita (stile alimentare, sedentarietà) e anche da fattori genetici. A nostro giudizio per capire se alla donna serva eseguire la tomosintesi, con o senza ecografia, annualmente oppure ogni due anni bisognerebbe valutare la densità mammografica e i fattori di rischio
Mammografia con mezzo di contrasto (CEM)
Il tumore del seno è caratterizzato prevalentemente da un’area di nuova formazione di vasi (neoangiogenesi), pertanto la possibilità di evidenziare e studiare la presenza di queste aree è importante ai fini diagnostici”.
Questo esame – molto veloce e ben tollerato dalle pazienti – permette di escludere completamente tutte le patologie benigne e di evidenziare solo le aree interessate dalla neoplasia. Come ormai dimostrato in letteratura da numerosi studi, la mammografia con mezzo di contrasto ha le stesse indicazioni e possibilità diagnostiche della risonanza magnetica.
Ne parliamo con la Dott.ssa Valeria Vinci, radio-senologa del Centro Diagnostico SIRP.
“Lo screening mammografico si è dimostrato efficace nel diagnosticare il cancro al seno in una fase precoce e nel ridurre la mortalità per tumore al seno. Circa il 20% dei tumori mammari non viene diagnosticata alla mammografia e il 10% delle donne viene richiamato per esami aggiuntivi. Le due principali limitazioni della mammografia sono, infatti, la ridotta sensibilità nei seni densi, dove questa si riduce dal 70-75% al 30-48%, e la percentuale relativamente elevata di falsi positivi. In questo contesto, l’introduzione della mammografia con mezzo di contrasto (generalmente indicata come CEM: Contrast-Enhanced Mammography) ha l’obiettivo di superare parte di questi limiti della mammografia standard. La CEM è una metodica che combina le informazioni morfologiche della mammografia digitale e informazioni funzionali grazie all’utilizzo del mezzo di contrasto iodato iniettato per via endovenosa, che consente la valutazione della neoangiogenesi tumorale analogamente a quanto avviene con la risonanza magnetica (RM) con mezzo di contrasto endovenoso. È una metodica sempre più diffusa, potenzialmente implementabile sulle unità mammografiche già presenti nei diversi contesti ambulatoriali e ospedalieri, che ha mostrato performance diagnostiche paragonabili alla RM e a costi economici inferiori, riscontrando inoltre la preferenza delle pazienti perché caratterizzata da tempi di esecuzione inferiori, meno rumorosa e reputata meno ansiogena.
Alla paziente viene somministrato mezzo di contrasto iodato non ionico in vena. A due minuti dalla iniezione del contrasto, si esegue una mammografia standard, in piedi o seduta. L’esame si svolge in 8 massimo 10 minuti come per una mammografia senza mezzo di contrasto. E’ la “macchina” che esegue successivamente tutte le elaborazioni delle immagini ottenute, effettua tecnicamente una sottrazione spettrale, per cui cancella tutto quello che non interessa e mette in evidenza esclusivamente le aree vascolari dove si è concentrato il mezzo di contrasto, aree che dovrebbero corrispondere alla lesione”.
La mammografia con mezzo di contrasto, CEM è la più recente delle tecniche diagnostiche introdotte in senologia. La CEM risulta sovrapponibile in termini di sensibilità e specificità alla risonanza magnetica”
All’interno di questo quadro così articolato in merito alle alternative diagnostiche per l’identificazione del tumore al seno, la SIRP intende valutare il potenziale ruolo dell’introduzione dello strumento diagnostico ABUS, basato su onde sonore per creare immagini 3D del tessuto mammario, indicato come una tecnologia aggiuntiva alla sola mammografia per l’effettuazione dello screening del tumore al seno, per donne asintomatiche, per le quali i risultati dell’esame mammografico siano normali o benigni, con parenchima mammario denso e senza precedenti interventi clinici al seno.
La diagnosi precoce rimane il modo principale per prevenire lo sviluppo di un cancro al seno potenzialmente letale. I tumori al seno che vengono rilevati quando sono più piccoli o non palpabili sono più curabili e quindi sono associati a una prognosi più favorevole.
Gli studi di imaging utilizzati nello screening del cancro al seno includono quanto segue:
- Mammografia
- Ultrasonografia
- Sistema Ecografico Automatizzato
- Mammografia con contrasto ( CEM)
- Risonanza magnetica (MRI)
È stato dimostrato il beneficio di riduzione della mortalità e di aumento della sopravvivenza della diagnosi precoce con lo screening mammografico. Tuttavia, i progressi nella tecnologia di imaging e i disaccordi sugli orari raccomandati hanno complicato la questione dello screening. Come per qualsiasi programma di screening del cancro, è necessario considerare attentamente i rischi di sviluppare il cancro al seno, nonché i benefici e i danni dell’intervento di screening, insieme al costo coinvolto. Le linee guida per lo screening del cancro al seno forniscono raccomandazioni diverse per le donne a rischio medio rispetto a quelle a rischio elevato; per una discussione completa del calcolo del rischio, vedere Fattori di rischio per il cancro al seno.
La diagnosi precoce è ampiamente approvata dalle organizzazioni che emettono raccomandazioni cliniche per la cura del cancro al seno. Molti gruppi di esperti hanno offerto le loro raccomandazioni per lo screening del cancro al seno, e gran parte della controversia risiede nel fatto che non c’è consenso su quando iniziare e terminare lo screening, quanto spesso lo screening e con quale tecnica. Questi gruppi includono i seguenti;
Linee guida
Per le donne di età inferiore ai 40 anni a rischio medio di cancro al seno, non ci sono stati studi randomizzati per suggerire un beneficio allo screening. I vari gruppi di esperti non hanno raggiunto un consenso, ma molti raccomandano una discussione sulla consapevolezza del seno (cioè, incoraggiare le donne a familiarizzare con il loro seno e a segnalare prontamente eventuali cambiamenti al loro fornitore di assistenza sanitaria), a partire dall’età di 25 anni. Oltre all’educazione sulla consapevolezza del seno, il National Comprehensive Cancer Network (NCCN) raccomanda un incontro clinico all’età di 25 anni che include la valutazione del rischio di cancro al seno e ulteriori incontri clinici (con consulenza sulla riduzione del rischio e preferibilmente un esame clinico del seno) ogni 1 o 3 anni fino all’età di 39 anni in donne asintomatiche a rischio medio. [1]
Per le donne di età pari o superiore a 40 anni che sono a rischio medio di cancro al seno, l’NCCN e l’American College of Obstetricians and Gynecologists raccomandano un esame clinico del seno ogni anno, se possibile. [1, 2] Per quanto riguarda l’imaging, l’approccio di screening più ampiamente raccomandato negli Stati Uniti per le donne di età pari o superiore a 40 anni è la mammografia annuale. [3] Per le donne con seni eterogeneamente densi, si raccomanda uno screening supplementare con risonanza magnetica (MRI) o il sistema automatizzato di ultrasuoni del seno (ABUS).
L’American College of Radiology In effetti, ora è prassi standard per i radiologi includere un commento sulla densità del seno nel rapporto di mammografia, e la Food and Drug Administration degli Stati Uniti richiede alle strutture mammografiche per informare i pazienti della densità del loro seno. [4]
Anche le raccomandazioni riguardanti l’interruzione della mammografia variano, con entrambi i criteri di età – in genere, 75 anni [5] – e aspettativa di vita. Ad esempio, l’American College of Radiology raccomanda la mammografia di screening annuale fino a quando l’aspettativa di vita è inferiore a 5-7 anni, in base alle comorbilità. [6]
Sebbene le linee guida per la mammografia siano in vigore da oltre 30 anni, il 20-30% delle donne non si sottopone ancora allo screening come indicato. I 2 fattori più significativi nel determinare se una donna si sottopone a una mammografia sono la raccomandazione del medico e l’accesso all’assicurazione sanitaria. Le donne non bianche e quelle di basso status socioeconomico hanno meno probabilità di ottenere servizi di mammografia, e queste donne hanno maggiori probabilità di presentare una malattia in fase avanzata, pericolosa per la vita.
Vedi la tabella qui sotto.
Tavolo. Raccomandazioni di linea guida per lo screening del cancro al seno nelle donne a rischio medio (apri la tabella in una nuova finestra)
| Organizzazione (anno) | Esame clinico del seno | Età per iniziare lo screening della mammografia o iniziare le discussioni sullo screening | Intervallo di screening | Età per smettere di fare lo screening mammografico |
| Società americana contro il cancro (2015) [7] | Non raccomandato | Discussione: 40-44 anni
Consigliato: 45 anni |
Età 45-54 anni: Annuale
≥55: Biennale; annuale è facoltativo |
Non specificato; continua finché una donna è in buona salute e ha un’aspettativa di vita di almeno 10 anni |
| Collegio americano di ostetrici e ginecologi (2025) [8] | Considera ogni 1-3 anni per le donne di età compresa tra 25 e 39 anni e annualmente per le donne ≥40 anni | Consigliato: 40 anni | Annuale o biennale | Se ≥75 y, la decisione dipende dalle comorbidità e dalla stima della durata della vita |
| Collegio Americano dei Medici (2019) [9] | Non raccomandato | Discussione: 40-49 anni
Consigliato: 50 anni |
Biennale | 75 anni |
| Collegio Americano di Radiologia (2017) [10] | Nessuna raccomandazione | 40 anni | Annuale | Nessuno |
| National Comprehensive Cancer Network (2024) [1] | Ogni 1-3 anni per le donne di età compresa tra 25 e 39 anni e annualmente per le donne ≥40 anni | 40 anni | Annuale | Nessuna raccomandazione |
| Stati Uniti Task Force sui servizi preventivi (2024) [5] | Nessuna raccomandazione | 40 anni | Biennale | 75 anni |
| Organizzazione Mondiale della Sanità (2014) [11] | Consigliato solo in impostazioni a basso contenuto di risorse | 50 anni | Biennale | 75 anni |
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Limitazioni delle tecniche
La sensibilità mammografica per il cancro al seno diminuisce in modo significativo con l’aumentare della densità del seno e il rischio di cancro al seno è maggiore nelle donne con seni densi. La Food and Drug Administration degli Stati Uniti richiede alle strutture di mammografia per informare i pazienti della densità del loro seno. L’American College of Radiology offre raccomandazioni sull’uso della tomosintesi mammaria digitale, dell’ecografia e della risonanza magnetica per integrare la mammografia, in base al rischio di cancro al seno della paziente e al grado di densità. [16]
Sebbene la mammografia rimanga l’approccio più conveniente per lo screening del cancro al seno, è lontana da un test di screening perfetto. L’accuratezza della mammografia di screening aumenta con l’aumentare dell’età del paziente, in tandem con l’aumento dell’incidenza del cancro al seno. La mammografia ha una sensibilità del 76,5% e una specificità dell’87,1% per le donne di età inferiore ai 40 anni. [17] In confronto, nelle donne di età compresa tra 50 e 59 anni, la sensibilità della mammografia a screening è del 77,3% e la specificità è del 98,7%. [18] Nelle donne di età superiore agli 80 anni, la mammografia ha una sensibilità dell’86% e una specificità del 94%. [19]
Un’analisi retrospettiva delle tendenze ha confrontato i tassi di mortalità per cancro al seno in coppie di paesi europei vicini in cui lo screening mammografico era stato implementato in momenti diversi. I risultati suggeriscono che lo screening mammografico ha un impatto rilevabile sulla mortalità dovuta al cancro al seno. [20]
La mammografia utilizza radiazioni ionizzanti a basso dosaggio, che possono essere dannose per il paziente. Per prospettiva, la dose totale media per una mammografia tipica con 2 viste di ogni seno è di circa 0,4 millisievert (mSv), che equivale a circa 7 settimane di esposizione alle radiazioni dall’ambiente naturale (le radiazioni di base sono in media 3 mSv all’anno). [21] Nel complesso, i benefici della mammografia superano di gran lunga i rischi e gli inconvenienti.
Risultati falsi positivi e falsi negativi
Possono sorgere risultati falsi positivi quando le microcalcificazioni benigne sono considerate maligne. Le ombre di sommazione dei tessuti possono apparire come distorsione parenchimale locale; questo può essere erroneamente chiamato tessuto maligno. Una lesione benigna e circoscritta può mostrare segni suggestivi di malignità, insieme ad altri risultati, come un bordo irregolare e nessun segno di alone.
Negli Stati Uniti, circa il 9,5% delle mammografie di screening produce risultati falsi positivi; delle donne statunitensi sottoposte a screening annuale per 10 anni, circa il 50% sperimenterà un falso positivo e il 7-17% di queste subirà biopsie mammarie. [22] I falsi positivi si verificano più comunemente con le prime mammografie; quando le mammografie precedenti sono disponibili per il confronto, la probabilità di un falso positivo diminuisce di circa il 50%. [23]
I tassi di falsi negativi della mammografia di screening (cioè, casi in cui è presente un carcinoma mammario invasivo ma non rilevato dalla mammografia) vanno dal 6% al 46%. [22] Le possibili cause di tumori al seno persi includono le seguenti:
- Parenchima denso che oscura una lesione
- Scarso posizionamento o tecnica
- Errore di percezione
- Interpretazione errata di un ritrovamento sospetto
- Caratteristiche sottili della malignità
- Crescita lenta di una lesione
Birdwell et al hanno condotto uno studio multicentrico e hanno scoperto che su precedenti mammografie con tumori mancati, il 30% delle 115 lesioni erano calcificazioni, con il 49% (17 di 35) raggruppate o pleomorfe. [24] Circa il 70% erano lesioni di massa, con il 40% spiculato o irregolare. Per le calcificazioni e le masse, le ragioni più frequentemente suggerite per la possibile mancanza erano seni densi (34%) e lesioni che distraggono (44%).
Alcuni tumori (ad esempio, i carcinomi mucinosi) possono avere bordi ben definiti e caratteristiche mammografiche che suggeriscono una lesione benigna.
Altri usi della mammografia nel cancro al seno
Un ductogramma, o galattogramma, a volte è utile per determinare la causa della secrezione del capezzolo. In questo esame specializzato, un sottile tubo di plastica viene posizionato nell’apertura del condotto nel capezzolo. Si inietta una piccola quantità di mezzo di contrasto, che delinea la forma del dotto su una mammografia e mostra se è presente una massa all’interno del dotto.
Donne con protesi mammarie
Le donne con seni aumentati da impianti possono rappresentare una sfida speciale. Mammografie specifiche a 4 viste possono essere eseguite per valutare il seno; la risonanza magnetica può essere particolarmente utile per rilevare il cancro al seno e la rottura dell’impianto di silicone in questo gruppo di pazienti.
Ultrasonografia
L’ecografia è diventata un complemento ampiamente disponibile e utile alla mammografia in ambito clinico. L’ecografia viene generalmente utilizzata per assistere l’esame clinico di una lesione sospetta rilevata sulla mammografia o sull’esame fisico. Come dispositivo di screening, l’ecografia è limitata da una serie di fattori, in particolare dalla mancata rilevazione delle microcalcificazioni e dalla scarsa specificità (34%).
Originariamente, l’ecografia è stata utilizzata principalmente come metodo relativamente economico ed efficace per differenziare le masse mammarie cistiche, che non richiedevano il campionamento, dalle masse mammarie solide che di solito venivano esaminate con biopsia; in molti casi, i risultati di queste biopsie erano benigni. Tuttavia, è ora ben stabilito che l’ecografia fornisce anche preziose informazioni sulla natura e l’estensione delle masse solide e di altre lesioni al seno.
Questa tecnica di imaging è utile anche nella guida di biopsie e procedure terapeutiche; la ricerca è attualmente in corso per valutare il suo ruolo nello screening del cancro.
Sebbene la mammografia sia uno strumento di screening efficace, i dati suggeriscono che è spesso meno sensibile nel rilevare il cancro nel tessuto mammario mammograficamente denso. Kolb et al e Buchberger et al hanno scoperto che se eseguita con attenzione, l’ecografia può essere utile per rilevare il cancro al seno occulto nel seno denso. [25, 26]
L’ecografia è generalmente riconosciuta come una modalità altamente dipendente dall’operatore che richiede un professionista qualificato, esami di alta qualità e attrezzature all’avanguardia. Alla vista dei risultati di questi studi, è chiaramente necessario uno studio prospettico multicentrico per esaminare il ruolo di questa modalità di imaging nello screening del cancro al seno.
Un ampio studio multicentrico sostenuto dalla Fondazione Avon e dal National Institutes of Health (NIH) è stato creato attraverso l’American College of Radiology Imaging Network (ACRIN). [27] In questo progetto, un protocollo per valutare l’efficacia dell’ecografia del seno di screening viene implementato in 14 centri di imaging per definire meglio il ruolo di questa modalità nello screening del cancro al seno. (Ulteriori informazioni sono disponibili sul sito web ACRIN.)
Nel 2012, la FDA ha approvato il primo sistema a ultrasuoni, il sistema automatizzato di ultrasuoni mammario somo-v (ABUS), per lo screening del cancro al seno in particolare nelle donne con tessuto mammario denso. [28] ABUS è indicato come aggiunta alla mammografia standard per le donne con una mammografia negativa, nessun sintomo di cancro al seno e nessun precedente intervento al seno come chirurgia o biopsia. Inoltre, ABUS può essere utilizzato come screening supplementare, insieme alla mammografia, nelle donne con seni densi che non sono in grado di sottoporsi a una risonanza magnetica di screening. [29]
Lo screening ecografico può anche essere preso in considerazione per situazioni speciali, ad esempio per i pazienti altamente ansiosi che lo richiedono e per le donne che hanno una storia di carcinoma mammograficamente occulto.
L’ecografia ascellare dovrebbe essere uno strumento molto importante per valutare lo stato della regione ascellare nelle pazienti con carcinoma mammario allo stadio iniziale, nonché uno strumento utile per ridurre la probabilità di rilevare 4 o più linfonodi positivi in una biopsia del linfonodo sentinella. Diversi studi hanno dimostrato che le percentuali di malattia pN2 o pN3 sono molto basse, tra 0-3%, se l’ecografia della regione ascellare al momento della diagnosi risulta negativa, contro 8-31% se l’ecografia ha mostrato reperti sospetti. Quindi, l’ecografia è utile sia nella valutazione dello stato della regione ascellare che nella valutazione del potenziale carico di malattia nella regione ascellare.
D’altro canto, la risonanza magnetica mammaria, che usiamo comunemente per il carcinoma mammario in stadio iniziale, presenta una bassa sensibilità e specificità nel rilevare il coinvolgimento ascellare subclinico. La risonanza magnetica può rilevare, ovviamente, i linfonodi clinicamente coinvolti, ma per i linfonodi subclinici non è molto efficace. Anche la PET/TC presenta una sensibilità molto bassa nel rilevare il coinvolgimento macroscopico dei linfonodi, quindi non è molto utile nella stadiazione, nella stadiazione locale del carcinoma mammario.
Naturalmente, è giusto dire che la valutazione più accurata consiste nell’esaminare istopatologicamente i linfonodi ascellari eseguendo essenzialmente una dissezione dei linfonodi ascellari. Tuttavia, come tutti sappiamo, la dissezione dei linfonodi ascellari è associata a una maggiore morbilità.
Quali sono quindi alcuni degli svantaggi nell’effettuare una dissezione dei linfonodi ascellari in queste pazienti? Sappiamo che la dissezione dei linfonodi ascellari comporta una morbilità significativa in termini di neuroma doloroso, disestesia e ipoestesia dell’ascella e della parte interna del braccio. Occasionalmente, si osserva sieroma postoperatorio. E naturalmente, vi è anche un aumento dell’incidenza di edema mammario, in particolare se è accompagnato da irradiazione mammaria, che nella maggior parte dei casi è presente.
Il linfedema correlato al carcinoma mammario è una potenziale complicanza del trattamento ascellare ed è frequente non solo con la dissezione dei linfonodi ascellari, ma anche con la radioterapia ascellare. In questo importante studio pubblicato su JCO 2020, a cura di Naoum et al, è stato stimato il rischio di linfedema correlato al carcinoma mammario in base alla procedura chirurgica e all’eventuale utilizzo della radioterapia. Guardando questi dati, possiamo affermare che l’approccio tipico che adotterei è la biopsia del linfonodo sentinella con radioterapia, oppure dissezione dei linfonodi ascellari con radioterapia.
E per quanto riguarda il contributo di altre discipline? Come possono altre discipline influire sulla gestione di queste pazienti?
Ovviamente, dal punto di vista del chirurgo senologo, sappiamo da molti studi, che la dissezione dei linfonodi ascellari non offre alcun beneficio significativo nel controllo locale, nella sopravvivenza globale libera da malattia. Comporta solo un aumento della morbilità.
Dal punto di vista del radioterapista oncologo, sappiamo che l’irradiazione dei linfonodi regionali offre benefici nel controllo locale e nella sopravvivenza globale libera da malattia, indipendentemente dal numero di linfonodi coinvolti, come nel caso di questa paziente. In altre parole, le pazienti con 1-3 linfonodi positivi ottengono un beneficio, cosi come le pazienti con 4 o più linfonodi positivi. Quindi, probabilmente la radioterapia sarà somministrata, indipendentemente dal numero di linfonodi coinvolti.
Dal punto di vista oncologico, la domanda che ci poniamo o che dovremmo porre agli oncologi, è: “I linfonodi positivi aggiuntivi modificherebbero la terapia sistemica?” Cosa fareste se fossero presenti ulteriori linfonodi positivi in una dissezione dei linfonodi ascellari per queste pazienti ?
In termini di recidiva loco-regionale e recidiva a distanza, sia per le pazienti con linfonodi negativi che per quelle con linfonodi positivi, il trattamento chirurgico ascellare aggiuntivo, che consiste nella dissezione dei linfonodi ascellari, non ha aggiunto alcun beneficio nella recidiva regionale locale o a distanza. Inoltre, non vi era alcuna evidenza di beneficio, con un trattamento ascellare più aggressivo, nella mortalità per carcinoma mammario, sia per le pazienti con linfonodi negativi che positivi., un trattamento ascellare più esteso aumenta il tasso di linfedema di circa 2,4 volte. In altre parole, il tasso di linfedema è circa due volte e mezzo superiore se si esegue l’intervento chirurgico rispetto a quando non si interviene.
Naturalmente, altri studi inclusi nella meta-analisi erano studi che confrontavano la dissezione ascellare con la radioterapia ascellare. Quando si analizzano i risultati in termini di recidiva loco- regionale, recidiva a distanza, mortalità per carcinoma mammario o mortalità generale, non vi è stata alcuna differenza tra radioterapia ascellare e dissezione dei linfonodi ascellari. Tuttavia, ciò che differiva è che la dissezione dei linfonodi ascellari, rispetto alla radioterapia ascellare, ha aumentato significativamente i tassi di linfedema, con un hazard ratio di 1,79, che corrisponde ad un aumento del 70% nel rischio di linfedema se si eseguiva una dissezione ascellare rispetto alla radioterapia.
Imaging a risonanza magnetica
Nel tentativo di superare i limiti della mammografia e dell’ecografia, la risonanza magnetica è stata adottata come modalità per rilevare il cancro al seno nelle donne ad alto rischio, nelle donne più giovani e nelle donne con seno denso. Una combinazione di tecniche di risonanza magnetica T1, T2 e 3D con contrasto è risultata altamente sensibile (circa il 99% se combinata con la mammografia e l’esame clinico del seno) ai cambiamenti maligni nel seno.
La risonanza magnetica ha dimostrato di essere un importante strumento di screening aggiuntivo per le donne con mutazioni BRCA1 o BRCA2, identificando i tumori nelle fasi precedenti. Tuttavia, la risonanza magnetica al seno ha un uso limitato come strumento di screening generale, con un costo 10 volte superiore rispetto alla mammografia e una scarsa specificità (26%), con conseguente aumento significativa di letture false positive che generano costi e procedure diagnostiche aggiuntive significativi. [30]
Secondo l’unico studio condotto fino ad oggi utilizzando un gruppo di controllo, lo screening annuale basato sulla risonanza magnetica tra i portatori di BRCA1 e BRCA2 ha portato a una significativa riduzione del 70% del rischio di sviluppare tumori mammari invasivi di stadio II-IV (grandi o nodo-positivi) (HR, 0,30; 95% CI, 0,12-0,71) rispetto ai portatori BRCA1 e BRCA2 che non si sottopongono a esami RMI annuali. [31] È importante sottolineare che, mentre il gruppo di confronto è stato incaricato di sottoporsi a screening mammografico di routine, la maggior parte dei tumori è stata segnalata come auto-rilevata. Mentre questi risultati non provengono da un ambiente randomizzato e possono soffrire di confondi non misurati che hanno avuto un impatto sull’effetto stimato della risonanza magnetica, forniscono supporto da una vasta popolazione di portatori BRCA1 e BRCA2 per l’uso benefico della risonanza magnetica per la diagnosi precoce dei tumori.
Non è chiaro l’impatto complessivo della diagnosi precoce in questa popolazione di pazienti sulla sopravvivenza; una domanda che non ha potuto essere affrontata a causa del breve follow-up.
In uno studio su 475 donne asintomatiche con seni densi che hanno avuto esami di tomosintesi mammaria digitale negativi/benigni che sono stati sottoposti a screening supplementare con risonanza magnetica al seno abbreviata, 420 donne (88,4%) hanno avuto risultati negativi/benigni, 13 (2,7%) sono stati raccomandati per il follow-up a breve intervallo e 42 (8,8%) sono stati raccomandati per la biopsia. Su 39 biopsie completate, 12 (38,9%) hanno identificato tumori maligni: 7 carcinomi invasivi e 5 carcinomi duttali in situ. A un altro paziente è stato diagnosticato un carcinoma duttale invasivo mediante biopsia raccomandata con un follow-up di 6 mesi. Il valore predittivo positivo 2 (PPV2) era del 28,6% (12 delle 42 biopsie raccomandate); PPV3 del 30,8% (12 di 39 biopsie completate). I ricercatori hanno concluso che è giustificata un’ulteriore valutazione. [32]
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Le cattive abitudini alimentari ci costano ogni anno 8mila miliardi in sanità. L’allarme della Fao: troppo sale, troppa carne!

Nei sistemi agroalimentari mondiali sono presenti una serie di costi nascosti, che non si riflettono sui prezzi dei beni sul mercato, ma che rappresentano una fetta importante del Pil degli Stati e che vanno affrontati e ridotti. Secondo la Fao (l’organizzazione dell’Onu per l’alimentazione e l’agricoltura), ammontano nel complesso a 12mila miliardi di dollari l’anno, di cui 8,1mila miliardi (circa il 70 per cento) sono conseguenza di abitudini alimentari non salutari e sono correlati a malattie come quelle cardiache, ictus e diabete, con costi di gran lunga superiori rispetto a quelli legati al degrado ambientale e alle disuguaglianze sociali. E questo accade soprattutto nei sistemi maggiormente industrializzati, tra cui c’è anche l’Italia. Il dato è contenuto nell’ultimo rapporto Sofa 2024 (The State of Food and Agriculture) sullo stato dell’alimentazione e dell’agricoltura, presentato a Roma venerdì 8 novembre. Si tratta della prima volta che il rapporto Sofa tratta lo stesso tema per due anni consecutivi, a sottolineare l’urgenza di procedere a una trasformazione dei sistemi agri-food.
I maggiori fattori di rischio
I maggiori fattori di rischio globali (13 in tutto quelli individuati) sono il basso consumo di cereali integrali, l’elevato apporto di sodio e il basso apporto di frutta. Tra gli altri, un’elevata assunzione di carni rosse e processate. L’analisi si è concentrata su 153 Paesi, che rappresentano la quasi totalità della popolazione mondiale. Nello studio, a causa di limitazioni nei dati, i costi della denutrizione (deperimento, arresto della crescita e carenza di micronutrienti) non sono stati calcolati. Pertanto, si stima che l’incidenza dei costi nascosti relativi alla salute sia più alta di quella comunicata.

Agricoltura tradizionale e forme industriali
I sistemi agroalimentari tradizionali si sono storicamente evoluti in forme industriali, con esiti diversi e differenti costi nascosti. Il rapporto Sofa suddivide i sistemi in sei gruppi: in crisi protratta, tradizionale, in via di espansione, in via di diversificazione, in via di formalizzazione e industriale. Lo schema consente di elaborare politiche e interventi su misura. Ad esempio, una dieta povera di cereali integrali è principale fattore di rischio alimentare nella maggior parte dei sistemi agroalimentari, ma in quelli in crisi protratta (guerre prolungate, instabilità e insicurezza alimentare diffuse) e in quelli tradizionali (con minore produttività, scarso orientamento tecnologico e catene del valore più brevi) il problema principale che fa salire i costi nascosti è dato, invece, da un apporto insufficiente di frutta e ortaggi.

I costi ambientali e quelli sociali
L’onere dei costi nascosti è influenzato anche dall’impatto ambientale provocato da pratiche agricole non sostenibili. I costi associati alle emissioni di gas serra, al ruscellamento dell’azoto, al cambiamento della destinazione dei suoli e all’inquinamento idrico sono alti nei paesi con sistemi agricoli in via di diversificazione, cioè dove la rapida crescita economica si accompagna a modelli di consumo e produzione in continua evoluzione. Il rapporto della Fao stima che questi costi tocchino i 720 miliardi di dollari. Anche i sistemi agroalimentari in fase di formalizzazione e di tipo industriale devono far fronte a costi ambientali, ma chi li subisce in maniera pesante (con una incidenza del 20% sul Pil) sono i paesi alle prese con crisi protratte. Sui costi sociali, infine, che comprendono povertà e malnutrizione, questi sono più diffusi nei sistemi agroalimentari tradizionali e in quelli colpiti da crisi protratte. E sono compresi tra l’8% e il 18% del Pil. Per questo, la Fao chiede di migliorare i mezzi di sussistenza e integrare gli interventi umanitari, gli aiuti allo sviluppo e le azioni di costruzione della pace.

L’abbandono dell’indicatore del Pil tra i rimedi possibili
La soluzione o, meglio, la riduzione del problema, secondo la Fao, risiede nella trasformazione dei sistemi agroalimentari in base a valori come sostenibilità, resilienza, inclusione ed efficienza. Per fare questo, occorre tralasciare gli indicatori economici come il Pil e usare il metodo della contabilità dei costi effettivi, che tiene conto anche dei costi nascosti. Tra i rimedi suggeriti: incentivare finanziariamente le pratiche sostenibili, attuare politiche che rendano più accessibili gli alimenti nutrienti, dare informazioni chiare ai consumatori e sostenere le famiglie più vulnerabili, accelerare il processo di innovazione in agricoltura. «Le scelte che facciamo ora, le priorità che stabiliamo e le soluzioni che realizziamo – ha dichiarato il direttore generale della Fao, Qu Dongyu – determineranno il nostro comune futuro».
Dal modo in cui ci nutriamo, quindi dal modo in cui coltiviamo, produciamo e consumiamo cibo dipende gran parte della nostra salute. Le analisi geografiche di incidenza e studi su animali dimostrano che la dieta ipercalorica ed iperlipidica con grassi saturi e proteine è un fattore di alto rischio per il tumore della mammella.
C’è da ritenere che il regime alimentare favorisca l’insorgenza del tumore della mammella, sia attraverso l’uso di conservanti e l’introduzione di cancerogeni, come le amine eterocicliche che si formano nella cottura della carne, sia attraverso l’influenza della dieta sul metabolismo degli ormoni sessuali, sul metabolismo dei fattori di crescita legati all’insulina e sul microambiente tumorale che svolge un ruolo cruciale nella crescita del tumore.
Il cancro non crea nulla, è un parassita e, trovandosi in un ambiente ostile, mantiene uno stato fragile. In assenza di condizioni favorevoli è privo di armi e non riesce ad esprimere il proprio potenziale, ma quando le condizioni divengono propizie riesce a mettere in campo un patrimonio di ingegno che gli consente di sfruttare l’ambiente circostante e a perseguire continue mutazioni che gli permetteranno di crescere e favoriranno la sua progressione. Il cancro va combattuto soprattutto quando è ancora in una fase precoce, confinato in un angolo del corpo, quando si è appena insediato e attende di essere alimentato per poter crescere e svilupparsi, impedendo l’instaurarsi di un habitat favorevole, limitando al minimo l’infiammazione cronica, la disponibilità di glucosio, di ormoni e di fattori di crescita. Un ampio meccanismo per aiutare a spiegare il legame obesità-cancro è l’infiammazione sistemica cronica perché l’eccesso di tessuto adiposo può aumentare i livelli di sostanze nel corpo, come il fattore di necrosi tumorale alfa e l’interleuchina 6, che alimentano l’infiammazione. Il grasso in eccesso contribuisce anche all’iperinsulinemia (troppa insulina nel sangue) che può aiutare a promuovere la crescita e la diffusione delle cellule tumorali. Il tessuto adiposo in eccesso può, convertire gli androgeni in estrogeni, che potrebbero aiutare a nutrire i tumori dipendenti dagli estrogeni.
Le diete in stile occidentale, che sono ricche di carne rossa e lavorata, zucchero e cereali raffinati e basse di verdure e legumi, hanno dimostrato di indurre infiammazione sistemica e intestinale. iirisultati di numerosi studi forniscono prove a sostegno del ruolo del microbiota intestinale nella mediazione del legame patogeno tra dieta cancro del colon-retto e della mammella. Il microbiota umano rappresenta la popolazione di organismi (batteri, funghi, protozoi e virus) che colonizza l’organismo dell’uomo. Il termine microbioma, invece, indica la totalità del patrimonio genetico posseduto dal microbiota, cioè i geni che quest’ultimo è in grado di esprimere. L’attività metabolica di tutti i microrganismi che compongono il microbioma umano interagisce con il metabolismo dell’ospite, contribuendo alla salute umana in un modo che non è ancora completamente chiaro al mondo scientifico.
Meccanismi con cui l’alimentazione può influenzare l’insorgenza dei tumori:
- i vari processi industriali di produzione del cibo modificano le caratteristiche nutrizionali degli alimenti;
- esposizione a cancerogeni presenti nei cibi o formatisi durante la cottura o nella conservazione;
- modulando in continuazione i nostri geni (epigenetica);
- intervenendo sul microbioma umano, microrganismi che ci popolano ed hanno un ruolo importante nel mantenerci in salute dal punto di vista immunitario;
- capacità di fornire sostanze che favoriscono la formazione dei radicali liberi responsabili di danni cellulari (sostanze pro o anti-ossidanti) o al contrario forniscano sostanze che riparano i danni del DNA;
- attivazione di meccanismi di morte cellulare programmata;
- stato di infiammazione cronica;
- la dieta può modificare il quadro ormonale, il metabolismo degli estrogeni circolanti, del testosterone e dei fattori di crescita legati all’insulina;
- l’aumento di indice di massa corporea determina aumento del rischio del tumore al seno.
Secondo il Codice Europeo contro il Cancro le norme alimentari da seguire sono:
· Consumare molti e vari cereali integrali, legumi, frutta e verdura;
· Limitare i cibi ad elevato contenuto calorico (alimenti ricchi di zuccheri o grassi) ed evita le bevande zuccherate;
· Evitare le carni conservate; limita il consumo di carni rosse e di alimenti ad elevato contenuto di sale;
A proposito di carne
Ogni anno nel mondo 80 miliardi di animali sono allevati per produrre cibo. Affollamenti e densità altissime, ambienti malsani, animali con genetiche a rapido accrescimento: sono tutti aspetti che contraddistinguono gli allevamenti industriali dove gli animali, portati al di sopra dei loro limiti fisiologici, si feriscono tra loro e si ammalano con estrema facilità.
Se la carne di vitello è molto chiara («bianca») significa che il vitello è stato privato di una alimentazione adeguata ed è diventato anemico. Meglio consumare la carne di vitellone che è di colore rosso di norma macellato tra gli 8 e i 12 mesi e proviene da un animale più adulto che ha seguito una dieta migliore e la cui carne è sicuramente più nutriente. E’ consigliabile quindi consumare solo carne di vitelloni allevati al pascolo. La carne di bovini allevati al pascolo contiene dal 25 al 50% di grasso in meno e un maggiore contenuto di vitamina E e beta carotene, della carne di animali allevati intensivamente e alimentati con mangimi
In Italia, il 98% dei suini è allevato in sistemi intensivi, dove subiscono mutazioni dolorose in ambienti sporchi e bui. Al momento una scelta più rispettosa del benessere animale e del valore nutrizionale della carne e dei salumi, sono gli allevamenti biologici all’aperto o allo stato brado e semi-brado tipico del suino nero. La carne dei suini allevati all’aperto è più ricca di vitamina E e ferro, rispetto a quella dei suini allevati intensivamente.
Le carni lavorate hanno livelli di sale superiori del 400%, rispetto alle carni non lavorate. Contengono anche alti livelli di nitrati aggiunti, che sono cancerogeni. L’attuale modello di produzione alimentare, della carne è insostenibile per l’ambiente, per la salute e per il benessere animale. La carne inoltre è un determinante strutturale di antibiotico resistenza a causa dell’uso sistematico e preventivo degli antibiotici nell’allevamento intensivo. I batteri resistenti che possono svilupparsi rimangono poi sulla carne cruda e vengono trasmessi agli esseri umani tramite manipolazione di questa (per esempio nelle operazioni di lavaggio e preparazione) o con il consumo di carne poco cotta. Facciamo molta attenzione alle carni troppo cotte (carbonizzate) e alle carni crude ricche di carica batterica.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha classificato le carni lavorate (pancetta, prosciutto, salame) come cancerogeni del gruppo uno. Se mettiamo insieme gli effetti infiammatori, il sale e i nitrati, questo è un pacchetto di cibo che può davvero causare solo danni. L’aumento dell’assunzione totale di grassi nella dieta porta allo stress ossidativo, che si traduce in un’infiammazione sistemica che potrebbe aumentare il rischio di carcinogenesi. La carne e i grassi saturi producano una grande quantità di radicali liberi aumentando il rischio che il DNA delle cellule muti
<<Salumi, wurstel, hamburger, carne in scatola ultra-lavorati sono associati a una maggiore possibilità di contrarre il tumore all’intestino, tanto che il codice europeo contro il cancro raccomanda di “evitare le carni conservate; limitare il consumo di carni rosse e di alimenti ad elevato contenuto di sale”>>— spiega il Prof. Franco Berrino.
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A proposito del pollo da allevamenti intensivi
Fattori di rischio dello stile di vita
L’ampia variabilità dell’incidenza del cancro al seno in tutto il mondo (ad esempio, la differenza di quasi 5 volte tra l’Africa orientale e l’Europa occidentale) è stata a lungo attribuita alle differenze nell’assunzione alimentare e nei modelli riproduttivi. [48, 49, 50, 51] In generale, i tassi differiscono a seconda del livello di sviluppo industriale: ci sono più di 80 casi per 100.000 nei paesi sviluppati, rispetto a meno di 40 per 100.000 nei paesi meno sviluppati.
Come per i tumori del colon e della prostata, si pensa che le diete ricche di cereali, frutta e verdura; a basso contenuto di grassi saturi; a basso contenuto di energia (calorie); e a basso contenuto di alcol, il modello più comune nei paesi meno industrializzati, siano protettive contro il cancro al seno. [52]
Una di queste diete è la dieta mediterranea, che comprende un’elevata assunzione di proteine vegetali, cereali integrali, pesce e grassi monoinsaturi, nonché un’assunzione moderata di alcol e una bassa assunzione di cereali raffinati, carne rossa e dolci. Il Netherlands Cohort Study, che ha incluso 62.573 donne di età compresa tra 55 e 69 anni con più di 20 anni di follow-up, ha scoperto che la stretta aderenza a una dieta mediterranea è associata a un minor rischio di cancro al seno, in particolare, per i tipi di cancro al seno che portano una prognosi peggiore nelle donne in postmenopausa. [53]
Rispetto alle donne che hanno riportato la minore aderenza a una dieta mediterranea, le donne che hanno aderito più strettamente alla dieta avevano un rischio ridotto del 40% di cancro al seno negativo al recettore degli estrogeni (ER-), (hazard ratio [HR], 0,60; ptrend = 0,032) e un rischio ridotto del 39% per la malattia negativa del recettore del progesterone (PR-)/ER (HR, 0,61; ptrend = 0,047). Lo studio non ha rilevato associazioni significative con la dieta e il rischio di malattia ER+ o rischio totale di cancro al seno. [53]
Obesità
L’aumento del rischio di cancro al seno postmenopausale è stato costantemente associato a quanto segue:
• L’aumento di peso adulto di 20-25 kg rispetto al peso corporeo all’età di 18 anni [54, 55]
• Modello alimentare occidentale (alto contenuto energetico sotto forma di grassi animali e carboidrati raffinati)
• Stile di vita sedentario
• Consumo regolare e moderato di alcol (3-5 bevande alcoliche a settimana)
Lo stile di vita occidentale (cioè l’assunzione cronica di energia in eccesso da carne, grassi e carboidrati e la mancanza di esercizio fisico) è fortemente correlato allo sviluppo di quanto segue:
• Obesità, in particolare obesità addominale associata a stato di infiammazione cronica
• Iperinsulinemia cronica
• Maggiore produzione e disponibilità del fattore di crescita insulino-simile (IGF)-1
• Aumento dei livelli di ormoni sessuali endogeni attraverso la soppressione della globulina legante gli ormoni sessuali [56, 57]
Gli studi sui grassi alimentari, sull’energia totale e sui livelli di assunzione di carne sono stati in gran parte incoerenti negli studi sulla popolazione di donne adulte per quanto riguarda il rischio di cancro al seno. Al contrario, gli studi epidemiologici hanno trovato più costantemente una relazione positiva tra il rischio di cancro al seno e le esposizioni nei primi anni di vita come la dieta, l’obesità e le dimensioni del corpo (compresa l’altezza). [58, 59, 60] Il meccanismo di questa relazione è sconosciuto.
Fattori di rischio ambientale
Sono state studiate una serie di esposizioni ambientali in relazione al rischio di cancro al seno nell’uomo, tra cui le seguenti [61, 62, 63]:
• Fumo di tabacco (esposizione sia attiva che passiva)
• Dietetico (ad esempio, carni carbonizzate e lavorate)
• Consumo di alcol
• Agenti cancerogeni ambientali (ad esempio, esposizione a pesticidi, radiazioni ed estrogeni ambientali e dietetici)
Il consumo di alcol è stato collegato al cancro al seno. [64, 65, 66] Il consumo regolare di bevande alcoliche può prevenire l’assorbimento dei nutrienti, contribuire all’aumento di peso e aumentare i livelli di estrogeni. [65]
Alte dosi di radiazioni ionizzanti nell’area toracica, in particolare durante la pubertà, sono state inequivocabilmente collegate a un aumento del rischio di cancro al seno in età adulta. [63, 67] A causa della forte associazione tra l’esposizione alle radiazioni ionizzanti e il rischio di cancro al seno, le procedure diagnostiche mediche vengono eseguite in modo tale da ridurre al minimo l’esposizione all’area toracica, in particolare durante l’adolescenza.
Le donne con una storia di esposizione alle radiazioni all’area toracica dovrebbero essere esaminate e consigliate in merito al loro rischio di cancro al seno sulla base dei tempi e della dose dell’esposizione precedente. Una paziente trattata per linfoma di Hodgkin con radiazioni Mantel che include il seno nel campo di radiazioni ha un rischio 5 volte maggiore di sviluppare il cancro al seno. Questo rischio aumenta notevolmente per le donne trattate durante l’adolescenza [68] ; le prove suggeriscono che il rischio cumulativo aumenta con l’età in funzione dell’età dell’esposizione e del tipo di terapia. [69]
Le prove attuali non supportano un legame significativo e riproducibile tra altre esposizioni ambientali e il rischio di cancro al seno. Pertanto, una serie di fattori rimangono sospetti ma non provati.
Epidemiologia
Statistiche degli Stati Uniti
Negli Stati Uniti, si prevede che circa 310.720 nuovi casi di cancro al seno invasivo nelle donne si verificheranno nel 2024, insieme a 2790 casi negli uomini. [8] Tra le donne statunitensi nel 2024, oltre al cancro al seno invasivo, si prevede che saranno diagnosticati 56.500 nuovi casi di carcinoma duttale in situ (DCIS). [8]
L’incidenza del cancro al seno negli Stati Uniti è aumentata rapidamente dal 1980 al 1987, in gran parte come conseguenza dell’uso diffuso dello screening mammografico, che ha portato a un aumento del rilevamento di piccoli tumori mammari asintomatici. Dopo il 1987, l’aumento dei tassi complessivi di tumori al seno invasivi ha rallentato in modo significativo, in particolare tra le donne bianche di età pari o superiore a 50 anni. L’incidenza in questo periodo di tempo variava notevolmente a seconda del tipo istologico. I carcinomi duttali comuni sono aumentati modestamente dal 1987 al 1999, mentre i carcinomi lobulari e misti ducto-lobulari invasivi sono aumentati notevolmente durante questo periodo di tempo. [70]
Considerando che un calo dei tassi di cancro al seno invasivo è stato evidente già nel 1999, i tassi sono diminuiti drasticamente nelle donne di età pari o superiore a 50 anni tra il 2001 e il 2004. Durante questo stesso periodo, non è stato osservato alcun cambiamento significativo nell’incidenza di tumori ER-negativi o tumori in donne di età inferiore ai 50 anni. Il calo dei tassi dal 2001 al 2004 è stato maggiore tra il 2002 e il 2003 ed è stato limitato ai bianchi non ispanici. [71, 72, 73, 74]
Il motivo del declino è stato ampiamente discusso. I tassi di cancro al seno sono diminuiti in modo significativo dopo i rapporti del Million Women Study [75] e della Women’s Health Initiative che mostrano un numero più elevato di tumori al seno nelle donne che usano la combinazione di MST con estrogeni e progestini per i sintomi della menopausa. La diminuzione quasi immediata dell’uso della terapia ormolessi della conoss una combinazione per tale scopo è stata ampiamente accettata come spiegazione primaria per la diminuzione dei tassi di cancro al seno. [73]
Tuttavia, Jemal e Li hanno sostenuto che il declino dell’incidenza del cancro al seno è iniziato prima della riduzione dell’uso combinato di THR e che il declino è dovuto in parte a una “saturazione” nella mammografia dello screening mammografico che ha prodotto un plateau di incidenza quando tale screening si è stabilizzato alla fine degli anni ’90. [70, 72]Si prevede che la saturazione della popolazione riduca il pool di casi non diagnosticati o prevalenti.
Per le donne di età pari o superiore a 69 anni, i tassi di cancro al seno hanno iniziato a diminuire già nel 1998, quando lo screening ha mostrato per la prima volta un plateau. Questa osservazione è coerente con la previsione che se lo screening diffuso e il rilevamento precoce sono efficaci, dovrebbero comportare un picco di incidenza tra le donne durante il sesto e il settimo decennio di vita, seguito da un declino. Questo è esattamente il modello che viene ora riportato per le popolazioni sottoposte a screening. [76]
La seconda osservazione notata da Jemal et al è stata che, nonostante le prove di un effetto plateau, la saturazione dello screening da sola non poteva spiegare i drammatici cali o il modello di declino. Il declino dell’incidenza è stato osservato solo per i tumori ER-positivi e non per quelli ER-negativi; questi risultati supportano l’ipotesi concorrente secondo cui l’esposizione alla terapia ormosola come estrogeni in combinazione con il progesterone sintetico ha promosso la crescita di tumori non rilevati.
In questo scenario, il ritiro della combinazione HRT a livello di popolazione potrebbe aver portato a regressione o a un rallentamento della crescita tumorale. Quest’ultimo, è stato sostenuto, comporterebbe un ritardo nel rilevamento. Nel complesso, i dati sull’incidenza del 2005-2009, per i quali sono attualmente disponibili i dati più recenti, suggeriscono che i tassi complessivi di nuovi casi di cancro al seno sono rimasti abbastanza stabili dal calo iniziale.
È notevole, tuttavia, che la variazione percentuale annuale dal 2005 al 2009 è aumentata del 2,7% nelle donne di età compresa tra 65 e 74 anni durante questo periodo, tassi che sono paralleli ai dati di incidenza del 2001 per questa fascia di età. [12] Questo aumento si è verificato nonostante l’uso molto basso di HRT da parte di questa popolazione [77] e suggerisce che il calo dell’uso combinato di THR immediatamente dopo il 2002 potrebbe non aver comportato una diminuzione sostenuta dei nuovi casi di cancro al seno.
Al momento, non è chiaro se la diminuzione dell’uso della combinazione THR abbia portato a una riduzione sostenuta dell’incidenza del cancro al seno a livello di popolazione o abbia spostato l’età in cui la malattia preesistente sarebbe diventata rilevabile. Per affrontare questa domanda è necessario un follow-up a lungo termine delle tendenze post-2002 in relazione all’uso combinato di THR.
Nel 2010-2019, l’incidenza del cancro al seno invasivo è aumentata dello 0,4% all’anno nelle donne di età superiore ai 50 anni e dell’1% all’anno nelle donne di età compresa tra 20 e 49 anni. L’incidenza del DCIS è diminuita rispettivamente dello 0,7% e dello 0,8% all’anno. [78]
Statistiche internazionali
Gli ultimi decenni del XX secolo hanno visto aumenti in tutto il mondo dell’incidenza del cancro al seno, con i più alti tassi riportati nei paesi occidentalizzati. Le ragioni di questa tendenza sono in gran parte attribuite all’introduzione della mammografia a screening. Anche i cambiamenti nei modelli riproduttivi, in particolare un minor numero di bambini e un’età successiva alla prima nascita, possono aver avuto un ruolo, così come i cambiamenti nei fattori dello stile di vita, tra cui i seguenti:
• Modelli dietetici occidentali
• Diminuzione dell’attività fisica
• Tassi di obesità in aumento
• Uso più diffuso di ormoni esogeni per la contraccezione e il trattamento dei sintomi della menopausa
L’inizio del XXI secolo ha visto una drammatica diminuzione dell’incidenza del cancro al seno in un certo numero di paesi occidentalizzati (ad esempio, Regno Unito, Francia e Australia). Queste diminuzioni erano parallele a quelle osservate negli Stati Uniti e riflettevano modelli simili di screening mammografico e un uso ridotto della terapia ormossale sostitutiva combinata. [7]
Nel 2020, ci sono stati circa 2,26 milioni di nuovi casi di cancro al seno invasivo in tutto il mondo. L’incidenza del cancro al seno femminile nel 2020 variava da 26,2 casi per 100.000 nell’Asia centro-meridionale a 95,5 casi per 100.000 in Australia/Nuova Zelanda. [7]
Dati demografici legati all’età
Il tasso di incidenza del cancro al seno aumenta con l’età, dal 2% dei casi nelle donne di età compresa tra 20 e 34 anni a oltre il 70% dei casi nelle donne di 45-74 anni. L’età media delle donne al momento della diagnosi di cancro al seno è di 63 anni. [12]
Nel 2010-2019, il tasso di incidenza del cancro al seno invasivo è aumentato dello 0,4% all’anno nelle donne di età superiore ai 50 anni e dell’1% all’anno nelle donne di età compresa tra 20 e 49 anni. I tassi di cancro al seno in situ sono diminuiti rispettivamente dello 0,7% e dello 0,8% all’anno in ogni fascia di età. [78] Uno studio sul cancro al seno invasivo in donne di età compresa tra 20 e 49 anni, utilizzando i dati di Surveillance, Epidemiology, and End Results (SEER) dal 2000 al 2019, ha riportato che l’aumento percentuale annuale è stato di 0,24 (IC 95%, 0,05-0,42) tra il 2000 e il 2016, ma è salito a 3,76 (IC 95%, 1,39-6,19) dal 2016 in poi. Durante quel periodo, i tassi di incidenza dei tumori al seno allo stadio I e IV sono aumentati, ma quelli del cancro al seno allo stadio II e III sono diminuiti. [79]
Dati demografici legati alla razza e all’etnia
Negli Stati Uniti, l’incidenza del cancro al seno è più alta nei bianchi non ispanici che nelle donne di altri gruppi razziali ed etnici. Tra le donne di età inferiore ai 40 anni, tuttavia, gli afroamericani hanno un’incidenza più elevata. Secondo l’American Cancer Society (ACS), i tassi di cancro al seno per 100.000 tra le donne di vari gruppi razziali ed etnici sono i seguenti [78]:
Gli studi basati su The Cancer Genome Atlas, che caratterizzano il DNA tumorale e l’espressione proteica, supportano gli studi clinici che riportano una maggiore probabilità di cancro al seno aggressivo con risultati peggiori nelle donne statunitensi con ascendenza africana. Al contrario, le donne di origine asiatica tendono ad avere tumori al seno con microambienti immunitari favorevoli e possono sperimentare una migliore sopravvivenza libera da malattie rispetto ai bianchi statunitensi. [81]
I tumori al seno precoci possono essere asintomatici e il dolore e il disagio sono in genere non presenti. Se viene scoperto un nodulo, quanto segue può indicare la possibile presenza di cancro al seno:
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Cambiamento delle dimensioni o della forma del seno, anche se nessun nodulo è palpabile [1]
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Dische o cambiamenti della pelle
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Recente inversione del capezzolo o cambiamento della pelle, o anomalie del capezzolo
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Scarico a singolo dotto, in particolare se macchiato di sangue
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grumo ascellare
Diagnosi di cancro al seno
Il cancro al seno viene spesso rilevato per la prima volta come anomalia in una mammografia prima di essere sentito dal paziente o dall’operatore sanitario.
La valutazione del cancro al seno include quanto segue:
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Esame clinico
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Imaging
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Biopsia con ago
Esame fisico
I seguenti risultati fisici dovrebbero sollevare preoccupazione:
- Nodulo
- Adenopatia ascellare
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Retrazione cutanea
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Inversione del capezzolo
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Vene dilatate
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Ulcerazione
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Eruzione cutanea o arrossamento simile all’eczema sul capezzolo o sull’area circostante
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Scarita capezzolo
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Edema o buccia d’arancia
Se viene trovato un nodulo palpabile che possiede una delle seguenti caratteristiche, può essere presente il cancro al seno:
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Durezza
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Irregolarità
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Nodularità focale
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Fissazione alla pelle o al muscolo
Screening
La diagnosi precoce rimane la difesa principale nella prevenzione del cancro al seno avanzato. Le modalità di screening includono quanto segue:
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Mammografia con tomosintesi [2]
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Ultrasonografia
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Risonanza magnetica (MRI) con e senza contrasto
L’ecografia e la risonanza magnetica sono più sensibili della mammografia per il cancro invasivo nel seno non grasso. La mammografia combinata, l’esame clinico e la risonanza magnetica sono più sensibili di qualsiasi altro test individuale o combinazione di test.
L’autoesame del seno non è più raccomandato. Invece, si raccomanda la consapevolezza del seno; le donne dovrebbero avere familiarità con l’aspetto e la sensazione normalmente del loro seno e segnalare prontamente eventuali cambiamenti al loro fornitore di assistenza sanitaria. [2, 3] La maggior parte delle linee guida non raccomanda anche l’esame clinico del seno per lo screening. [4, 5]
Biopsia
La biopsia del nucleo con guida dell’immagine è l’approccio diagnostico raccomandato per i tumori al seno di nuova diagnosi. Questo ottiene tessuto mammario senza chirurgia e può eliminare la necessità di ulteriori interventi chirurgici. La biopsia di escissione aperta è la rimozione chirurgica dell’intero nodulo.
Considerazioni sull’approccio
La valutazione del cancro al seno dovrebbe essere un’indagine ordinata che inizia con i sintomi e una storia clinica generale. Questo è seguito da una sequenza che è diventata formalizzata come tripla valutazione, che include i seguenti componenti:
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Esame clinico
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Imaging (di solito mammografia, ecografia o entrambi)
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Biopsia con ago
Questo approccio si presta naturalmente a un grado di invasività gradualmente crescente, in modo che una diagnosi possa essere ottenuta con il minimo grado di invasività e, di conseguenza, la quantità minima di disagio per il paziente. Poiché le indagini più invasive tendono anche ad essere le più costose, questo approccio è di solito il più economico.
Gli obiettivi della valutazione di una lesione al seno sono giudicare se è necessario un intervento chirurgico e, in caso affermativo, pianificare l’intervento chirurgico più appropriato. L’obiettivo finale della chirurgia è raggiungere il grado più appropriato di conservazione del seno riducendo al minimo la necessità di rioperazione.
Il cancro al seno viene spesso rilevato per la prima volta come un’anomalia in una mammografia prima di essere sentito dal paziente o dall’operatore sanitario. Le caratteristiche mammografiche che suggeriscono malignità includono asimmetria, microcalcificazioni e una distorsione di massa o architettonica. Se una di queste caratteristiche viene identificata, la mammografia diagnostica insieme all’ecografia del seno deve essere eseguita prima di ottenere una biopsia. In alcuni casi, la risonanza magnetica per immagini (MRI) del seno può essere giustificata.
Il cancro del seno è il tumore più frequentemente diagnosticato nelle donne in molti paesi. Diverse caratteristiche genetiche, ambientali e di stile di vita sono state identificate comefattori di rischio per lo sviluppo del cancro al seno. A loro volta, numerose organizzazioni hanno promosso efficaci programmi di prevenzione e sensibilizzazione sul cancro al seno. Sebbene continuino ad essere fatti progressi nel trattamento, la diagnosi precoce rimane un fattore chiave per migliorare i risultati.
Screening del cancro al seno
Mentre la diagnosi precoce è stata sostenuta come difesa primaria contro lo sviluppo del cancro al seno potenzialmente letale, sono state sollevate domande riguardanti l’età in cui iniziare, la modalità di utilizzo, l’intervallo tra gli screening, se sottoporre a screening le donne anziane e persino l’impatto sui decessi correlati al cancro al seno. È opinione diffusa che i tumori al seno più piccoli o non palpabili e che presentano un profilo favorevole del marcatore tumorale siano più curabili se rilevati precocemente.
È stato dimostrato un beneficio di sopravvivenza della diagnosi precoce con lo screening mammografico. [91, 92] Una revisione che ha utilizzato sette modelli statistici ha determinato che l’uso della mammografia di screening ha ridotto il tasso di mortalità per cancro al seno del 28-65% (mediana, 46%). [91] Una meta-analisi ha rilevato che la mammografia a screening riduce la mortalità per cancro al seno di circa il 20-35% nelle donne di età compresa tra 50 e 69 anni e leggermente meno nelle donne di età compresa tra 40 e 49 anni a 14 anni di follow-up. [92]
Nello studio Age del Regno Unito, la mortalità per cancro al seno nei primi 10 anni dopo la diagnosi è stata significativamente inferiore (rapporto tasso [RR] 0,75) nelle donne che hanno ricevuto una mammografia di screening annuale dall’età di 40-49 anni rispetto a quelle invitate allo screening all’età di 50 anni e successivamente ogni 3 anni. Durante il resto del periodo di follow-up di 17 anni, tuttavia, la riduzione della mortalità per cancro al seno non era evidente (RR 1.02). [93]
Al contrario, il follow-up di 25 anni di 89.835 donne nel Canadian National Breast Screening Study ha rilevato che la mammografia annuale nelle donne di età compresa tra 40 e 59 anni non riduceva la mortalità per cancro al seno oltre a quella dell’esame fisico o delle cure abituali quando la terapia adiuvante per il cancro al seno è liberamente disponibile. I risultati per le donne di età compresa tra 40-49 e 50-59 anni erano quasi identici. Inoltre, il 22% (106/484) dei tumori al seno invasivi rilevati dalla mammografia di screening è stato sovradiagnosticato, rappresentando un tumore al seno sovradiagnosticato per ogni 424 donne che hanno ricevuto lo screening mammografico nello studio. [94]
Uno studio osservazionale su larga scala, basato sulla popolazione, di García-Albéniz et al ha concluso che il continuo screening annuale del cancro al seno oltre i 75 anni non ha comportato riduzioni sostanziali della mortalità per cancro al seno a 8 anni rispetto all’interruzione dello screening. Lo studio ha utilizzato i dati di 1.058.013 donne iscritte a Medicare negli Stati Uniti durante il 2000-2008. [95]
Nelle donne di età compresa tra 70 e 74 anni, lo screening continuo ha portato a un tasso leggermente ridotto di mortalità per cancro al seno in 8 anni: 2,7 decessi per 1.000 donne, rispetto ai 3,7 per coloro che hanno interrotto lo screening. In quelli di età compresa tra 75 e 84 anni, cifre comparabili erano 3,8 contro 3,7 decessi per 1.000 donne (hazard ratio, 1,00 [CI, da 0,83 a 1,19]). [95] Sebbene il cancro al seno sia stato diagnosticato più spesso nelle donne che hanno continuato lo screening, ciò non si è tradotto in una riduzione significativa dei decessi perché il cancro al seno è un trattamento meno efficace nelle donne anziane. [96]
Esistono una serie di modalità di screening per il cancro al seno, tra cui la mammografia, l’ecografia e la risonanza magnetica. L’autoesame del seno non è più raccomandato per lo screening. Invece, si raccomanda la consapevolezza del seno; le donne dovrebbero avere familiarità con l’aspetto e la sensazione normalmente del loro seno e segnalare prontamente eventuali cambiamenti al loro fornitore di assistenza sanitaria. [2, 3] La maggior parte delle linee guida raccomanda anche contro l’esame clinico del seno. [4,5, 97] (Vedi Screenin
Mammografia
La mammografia è una modalità a basso dosaggio basata sui raggi X utilizzata per visualizzare il seno. Attualmente è il miglior metodo basato sulla popolazione disponibile per rilevare il cancro al seno in una fase precoce. [92, 98.99]
La mammografia viene utilizzata sia per lo screening per rilevare un cancro che per il lavoro diagnostico dei pazienti dopo che è stato rilevato un tumore. La mammografia di screening viene eseguita nelle donne asintomatiche, mentre la mammografia diagnostica viene eseguita nelle donne sintomatiche (cioè, quando è presente un nodulo al seno o una secrezione del capezzolo o quando si trova un’anomalia durante la mammografia di screening).
La mammografia è sensibile alle microcalcificazioni che si sviluppano nei tumori mammari con sensibilità inferiore a 100 µm. La mammografia spesso rileva una lesione prima che sia palpabile dall’esame clinico del seno e, in media, da 1 a 2 anni prima di essere notata dall’autoesame del seno.
I progressi nella mammografia includono lo sviluppo della mammografia digitale e l’aumento dell’uso di sistemi di diagnosi assistita da computer (CAD). [100] I sistemi CAD sono stati sviluppati per aiutare il radiologo a identificare anomalie mammografiche. La mammografia tomosintetica è un metodo per creare un’immagine tridimensionale del seno da sezioni trasversali a raggi X. La mammografia con tomosintesi aumenta i tassi di rilevamento del cancro nei pazienti asintomatici. [101, 102]
La mammografia digitale consente di registrare e memorizzare l’immagine. Con la tecnologia informatica, le immagini della mammografia digitale possono essere ingrandite e l’immagine modificata per migliorare la valutazione di aree specifiche in questione. Le immagini digitali possono essere trasmesse elettronicamente, riducendo il tempo per un secondo parere senza il rischio di perdere la pellicola.
In uno studio di coorte su donne di età compresa tra 50 e 74 anni, che ha utilizzato i dati del programma di screening del seno dell’Ontario, la radiografia computerizzata (CR) è stata il 21% meno efficace della radiografia digitale diretta (DR) per la diagnosi del cancro al seno; tuttavia, la DR era equivalente alla mammografia con film sullo schermo (SFM). [103]
La US Preventive Services Task Force (USPSTF) riferisce che la riduzione della mortalità per cancro al seno dovuta alla mammografia di screening varia con l’età del paziente. Con la mammografia di screening, il rischio relativo (RR) di mortalità per cancro al seno era di 0,92 per le donne di età compresa tra 39 e 49 anni, 0,86 per quelle di età compresa tra 50 e 59 anni, 0,67 per quelle di età compresa tra 60 e 69 anni e 0,80 per quelle di età compresa tra 70 e 74 anni. Il rischio di carcinoma mammario avanzato è stato ridotto per le donne di età pari o superiore a 50 anni (RR 0,62) ma non per quelle di età compresa tra 39 e 49 anni (RR 0,98). [104]
Screening mammografico
Sebbene le linee guida per la mammografia siano in vigore da più di 30 anni, il 20-30% delle donne non si sottopone ancora allo screening come indicato. I due fattori più significativi che governano la decisione di una donna di sottoporsi a mammografia sono la raccomandazione del medico e l’accesso all’assicurazione sanitaria. Le donne non bianche e quelle di basso status socioeconomico hanno meno probabilità di ottenere servizi di mammografia e più probabilità di presentare malattie in fase avanzata che minacciano la vita. [105, 106]
Attualmente, le raccomandazioni più ampiamente accettate negli Stati Uniti provengono dall’American Cancer Society (ACS). Nell’ottobre 2015, l’ACS ha aggiornato le sue linee guida, che in precedenza avevano raccomandato la mammografia di screening annuale, a partire dall’età di 40 anni per tutte le donne e continuando finché una donna è in buona salute, insieme a esami clinici del seno circa ogni 3 anni per le donne tra 20 e 30 anni e ogni anno per le donne dai 40 anni in su, con l’autoesame mensile del seno come opzione per le donne che iniziano i 20 anni. [107, 108]
Le attuali raccomandazioni ACS per le donne a rischio medio di cancro al seno sono le seguenti [108, 3]:
-
Le donne dovrebbero avere l’opportunità di iniziare lo screening annuale a 40-44 anni di età (raccomandazione qualificata)
-
Le donne dovrebbero iniziare la mammografia a screening regolare all’età di 45 anni (forte raccomandazione)
-
Le donne di età compresa tra 45 e 54 anni dovrebbero essere sottoposte a screening annuale (raccomandazione qualificata)
-
Le donne di età pari o superiore a 55 anni dovrebbero passare allo screening biennale o avere l’opportunità di continuare lo screening ogni anno (racconsidazione qualificata)
-
Le donne dovrebbero continuare lo screening mammografico finché la loro salute generale è buona e hanno un’aspettativa di vita di 10 anni o più (racconsigliazione qualificata)
-
L’esame clinico del seno non è raccomandato per lo screening del cancro al seno in donne a rischio medio a qualsiasi età
Dal 2009 l’USPSTF ha raccomandato la mammografia di screening biennale per le donne di età compresa tra 50 e 74 anni. Tuttavia, nell’aprile 2024 l’USPSTF ha pubblicato raccomandazioni aggiornate, come segue [106]:
-
Le donne di età compresa tra 40 e 74 anni dovrebbero sottoporsi a mammografia di screening biennale, poiché c’è una moderata certezza che questo abbia un beneficio netto moderato.
-
Nelle donne di età pari o superiore a 75 anni, le prove attuali sono insufficienti per valutare l’equilibrio tra benefici e danni della mammografia a screening.
-
Le prove sono insufficienti per determinare l’equilibrio tra benefici e danni dello screening supplementare per il cancro al seno con ecografia al seno o risonanza magnetica, indipendentemente dalla densità del seno.
Allo stesso modo, una revisione del 2019 dell’American College of Physicians (ACP) fornisce le seguenti dichiarazioni di orientamento relative allo screening delle donne asintomatiche a rischio medio e in buona salute [4]:
-
Donne di età compresa tra 40 e 49 anni: discutere i benefici e i danni della mammografia a screening (i potenziali danni superano i benefici nella maggior parte dei casi).
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Donne di età compresa tra 50 e 74 anni: offrono mammografia biennale.
-
Interrompere lo screening nelle donne di età ≥75 anni e in quelle con un’aspettativa di vita di ≤10 anni.
-
Non utilizzare l’esame clinico del seno per lo screening del cancro al seno nelle donne di qualsiasi età.
La tomosintesi (mammografia 3D) ha acquisito un ruolo nello screening del cancro al seno. L’American College of Radiology (ACR) considera la tomosintesi indicata nelle donne a basso, intermedio e alto rischio di cancro al seno e osserva che rispetto alla sola mammografia 2D, la tomosintesi si traduce in tassi più elevati di rilevamento del cancro e tassi più bassi di richiamo per risultati benigni, e che questi vantaggi possono essere particolarmente pronunciati nelle donne di età inferiore ai 50 anni e in quelle con seni densi o alcuni tipi di lesioni (ad esempio, masse spiculate, asimmetrie). [109]
Una revisione retrospettiva dello screening del cancro al seno in 385.503 donne che includeva 542.945 schermi di tomosintesi e 261.359 schermi di mammografia digitale ha dimostrato che in quasi tutti i gruppi di età e razze, la tomosintesi è associata a migliori metriche di screening dei pazienti, rispetto alla mammografia digitale: tassi di richiamo più bassi, tassi di rilevamento del cancro più elevati e valore predittivo positivo migliorato per il richiamo. [110]
Le linee guida del National Comprehensive Cancer Network (NCCN) raccomandano di considerare la tomosintesi come parte dello screening, anche se l’NCCN osserva che gli studi devono ancora determinare se la tomosintesi migliora la mortalità specifica del cancro al seno.[2]
Nello studio Screening with Tomosynthesis Or Standard Mammography-2 (STORM-2), uno studio prospettico di screening basato sulla popolazione su 9672 donne che ha confrontato la mammografia 3D integrata con la mammografia 2D, la mammografia 3D ha rilevato più casi di cancro al seno rispetto alla mammografia 2D, ma ha aumentato la percentuale di richiami falsi positivi nella lettura sequenziale dello schermo.[111] Pertanto, il beneficio di un aumento significativo della rilevazione del cancro al seno con lo screening della tomosintesi deve essere valutato rispetto al possibile rischio di sovradiagnosi.
Per le donne la cui mammografia rivela tessuto mammario denso, 21 stati degli Stati Uniti hanno leggi che richiedono che la donna sia avvisata e consigliata di discutere l’imaging supplementare con il suo fornitore. Tuttavia, uno studio di coorte prospettico ha rilevato che solo una minoranza di donne con seni densi ha alti tassi di cancro a intervalli. Kerlikowske et al hanno riferito che le donne ad alto rischio possono essere identificate combinando il rischio di cancro al seno di 5 anni, come determinato con il calcolatore del rischio del Breast Cancer Surveillance Consortium (BCSC), con la densità del seno come categorizzata con il Breast Imaging Reporting and Data System (BI-RADS). Sono stati osservati alti tassi di cancro a intervalli per le donne con un rischio di BCSC a 5 anni dell’1,67% o superiore e seni estremamente densi o un rischio di 5 anni del 2,50% o superiore e seni eterogeneamente densi. Tuttavia, i partecipanti allo studio che hanno soddisfatto questi criteri rappresentavano solo il 24% di tutte le donne con seni densi. [112]
rilevamento del cancro mediante metodo di screening in seni densi
Per ogni 1000 donne che hanno una mammografia di screening 2D:
- Circa 100 (10%) saranno raccomandati di restituire (“richiamati”) per ulteriori test.
- Circa 95 (95%) di quelli richiamati avranno risultati che si risulteranno non cancero (“falsi positivi”).
- Circa 2-7 tumori al seno saranno trovati (a seconda dell’età)[1, 2].
La tomosintesi (mammografia 3D) viene spesso utilizzata per lo screening negli Stati Uniti e aumenta il rilevamento del cancro in tutte le densità mammarie da 1 a 2 tumori per 1000 donne sottoposte a screening [3-7] e riduce i richiami a circa 84 per 1000 [3-6].
L’incidenza del cancro al seno aumenta con l’età e i falsi positivi diminuiscono con l’età.
I tumori trovati a causa di un nodulo o di altri sintomi dopo una normale mammografia di screening e prima del successivo screening di routine sono chiamati “tumori a intervalli”. I tumori a intervalli tendono a crescere più velocemente e ad avere risultati peggiori rispetto ai tumori rilevati sullo schermo. I tumori a intervalli sono molto più comuni nelle donne con seni densi. I tumori a intervalli si verificano più spesso se c’è un periodo di tempo più lungo tra gli schermi. È stato dimostrato che i metodi di screening supplementari (utilizzati dopo la mammografia), come la risonanza magnetica o l’ecografia, migliorano il rilevamento dei tumori non visti sulla mammografia e riducono il numero di tumori a intervalli.
I risultati dello screening supplementare nei seni densi dopo la mammografia sono riassunti nella tabella.
| Metodo | Cancro Aggiunto Rilevamento per 1000 Donne sottoposte a Screening |
Modifica in Falso Tasso di richiamo positivo per 1000 Donne |
Disponibilitàb |
|---|---|---|---|
| Ultrasuoni | |||
| Dopo la mammografia 2D (primo turno)c |
2-3 [9] | +75 a 117 [9, 10] | Moderato |
| Dopo la mammografia 2D (round successivi) |
3-4 [10, 11] | +70 a 98 [10, 11] | Moderato |
| Dopo la tomosintesi (primo turno) |
1-3 [12-15] | +45 [14]d | Moderato |
| Dopo la tomosintesi (round successivi) |
1 [14] | 37 [14] | Moderato |
| Imaging Molecolare Del Seno | |||
| Dopo la mammografia 2D | 7-9 [16-18] | +56 a 77 [16-18] | Limitato |
| Dopo la tomosintesi (primo turno) |
6 [19] | +89 [19] | Limitato |
| Dopo la tomosintesi (round successivi) |
4 [19] | +42 [19] | Limitato |
| Contrasto potenziato Mammografia |
|||
| Aggiunto alla mammografia 2D (primo turno) |
7-13 [20-22]e | +29 a +144 [20-22] | Limitato |
| Aggiunto alla tomosintesi (primo turno) |
7-10 [23, 24] | +52 a 132 [23, 24] | Limitato |
| Aggiunto alla tomosintesi (round successivi) |
4[24] | +46[24] | Limitato |
| MRI/RIsonanza magnetica abbreviata | |||
| Dopo la mammografia 2D (primo turno) |
14 – 20 [11, 25, 26] | +80 a +215 [11, 25, 26] | Moderato per donne ad alto rischio |
| Dopo la mammografia 2D (round successivi) |
6 [27] | +26 [27] | Moderato per donne ad alto rischio |
| Dopo la tomosintesi (primo turno) |
10 [28] | +107[28] | Moderato per donne ad alto rischio |
| Dopo la tomosintesi (round successivi) |
3[29] | +33[29] | Moderato per donne ad alto rischio© DenseBreast-info.org, Dott. Wendie Berg, dott. Robin Seitzman |
a Gli intervalli previsti per l’ulteriore rilevamento del cancro e il cambiamento delle stime del tasso di richiamo falsi positivi rappresentano le differenze nelle stime degli studi. Le differenze nelle stime sono dovute a differenze nel disegno dello studio, nei metodi, nelle popolazioni di pazienti studiate e nella frequenza dello screening.
b Disponibilità relativa elencata è per gli Stati Uniti. Per la pratica europea per paese, vedi: https://densebreast-
c Le caratteristiche prestazionali degli ultrasuoni di screening sono simili agli ultrasuoni portatili, agli ultrasuoni automatizzati e agli ultrasuoni semiautomatizzati [8].
d Nello studio multicentrico italiano ASTOUND-2, l’aumento degli ultrasuoni ricorda più della tomosintesi (1,0% contro 0,3%) dopo una mammografia 2D negativa, ma i tassi di richiamo assoluti non sono paragonabili a quelli degli Stati Uniti.
e Quando si confronta il rilevamento del cancro aggiunto dalla CEM a quello della risonanza magnetica, si dovrebbero considerare quanto segue: nessuno studio di screening ha confrontato la CEM con la risonanza magnetica nelle stesse donne; gli intervalli di screening della risonanza magnetica differivano tra gli studi (un anno contro due); e le popolazioni dello studio, i fattori di rischio e i disegni dello studio differivano. Inoltre, due dei quattro studi utilizzati per stimare il tasso di rilevamento del cancro aggiunto CEM includevano una percentuale di donne che sono state sottoposte a più screening a intervalli variabili; pertanto, potrebbe essere più appropriato confrontare il tasso di rilevamento del cancro aggiunto CEM con il tasso complessivo per il primo e i successivi round di risonanza magnetica combinati, che sarebbero circa 10 per 1000 schermi.
Ultrasonografia
| RAPIDI |
*L’eccezione è nei pazienti sotto i 30 anni, e talvolta sotto i 40 anni, che possono ricevere solo un’ecografia per la valutazione dei sintomi. Qualsiasi ulteriore test dopo una mammografia troverà più cose da controllare. Alcuni possono essere cancro, ma la maggior parte non lo sarà (noto come falso positivo). Per sapere se un risultato sospetto è cancro o meno, potrebbero essere necessari ulteriori test ed eventualmente biopsia. |
Che cos’è?
Gli ultrasuoni utilizzano onde sonore ad alta frequenza che non possono essere ascoltate dagli esseri umani e non utilizzano raggi X (radiazioni ionizzanti). Gli esami ecografici di screening possono essere eseguiti a mano da un tecnologo o radiologo addestrato che muove la sonda (trasduttore) sul seno, o utilizzando un sistema “automatizzato” o semi-automatizzato in cui la sonda è azionata da un motore con l’assistenza di posizionamento di un tecnologo.
Lo screening dell’ecografia del seno, che scansiona l’intero seno, può trovare alcuni tumori che non si vedono in una mammografia e può essere un’opzione per i pazienti che sono idonei per lo screening della risonanza magnetica ma che non possono sottoporsi, accedere o tollerare la risonanza magnetica. L’ecografia mirata
Tipi di esami ecografici
Ultrasuoni portatili (Fig. US-1) richiede abilità da parte del tecnologo o del radiologo che esegue lo studio per riconoscere quando è presente un’anomalia e scattare immagini durante la scansione. L’esame viene eseguito con il paziente sdraiato sulla schiena. L’ascella (area sotto il braccio) può essere inclusa o meno come parte dell’esame. Dopo l’esame, le immagini vengono interpretate e riportate dal radiologo.

Ecografia mammaria automatizzata (Fig. US-2,3) l’imaging viene eseguito con il paziente sdraiato sulla schiena utilizzando un trasduttore ampio (di solito 15 cm) e una leggera pressione. Almeno tre spazzate vengono fatte attraverso ogni seno per visualizzare tutto il tessuto mammario. Centinaia di immagini vengono acquisite e ricostruite in tre dimensioni su una postazione di lavoro speciale per il radiologo da esaminare.
Ci sono molti altri approcci di imaging ecografico automatizzato. L’ecografia “semi-automatizzata” utilizza lo stesso trasduttore più piccolo dell’ecografia portatile, ma il trasduttore viene messo in un braccio motorizzato che si muove attraverso il seno in segmenti sovrapposti. Nella “tomografia” ad ultrasuoni, la paziente si sdraia a faccia in giù e abbassa un seno alla volta attraverso un’apertura in un tavolo imbottito in acqua calda. Ogni seno viene poi scansionato da un trasduttore a forma di anello che si muove verso l’alto del seno.
In media, l’ecografia di screening richiede circa 15 minuti per essere eseguita, indipendentemente dall’approccio utilizzato. Se fatto a mano, il successo dell’esame dipende dalla capacità della persona che esegue la scansione di riconoscere un’anomalia e di scattarne buone immagini. L’abilità nell’esecuzione di ultrasuoni varia. Un vantaggio della scansione manuale è che è possibile scattare immagini aggiuntive come il Doppler (che mostra il flusso sanguigno) durante la scansione e di solito è possibile fare una raccomandazione finale. Se eseguita utilizzando una tecnica automatizzata, l’ecografia di screening dipende meno da chi esegue l’esame poiché l’intero seno viene fotografato per una successiva revisione. Quando un’area di preoccupazione viene vista sull’ecografia automatizzata, il paziente di solito dovrà tornare per un’ecografia mirata fatta a mano al fine di determinare l’assistenza appropriata.
Figura US-2. Ultrasuoni mammarie a screening automatizzato. Le immagini in tre piani mostrano due masse irregolari ipoecoiche (grigio scuro) dovute al carcinoma duttale invasivo di grado 2-3. Le frecce rosse puntano alla massa più piccola, più vicina al capezzolo (il cerchio giallo indica la posizione del capezzolo). La freccia gialla è al bordo della seconda massa più grande.
Figura US-3. Ecografia mammaria automatizzata (a sinistra), ecografia semiautomatizzata (al centro), tomografia ecografica (a destra).
Come funziona
Gli ultrasuoni utilizzano onde sonore ad alta frequenza per formare un’immagine. Le onde sonore passano attraverso il seno e rimbalzano o “eco” per formare un’immagine delle strutture interne del seno. Solo una leggera pressione viene applicata al seno e l’ecografia raramente causa un disagio significativo. Non ci sono radiazioni ionizzanti e nessuna iniezione endovenosa di contrasto. Un gel o una lozione idrosolubile viene posizionato sulla pelle del seno. Il trasduttore portatile o automatizzato dirige le onde sonore al tessuto mammario per creare un’immagine che può essere vista sullo schermo di un computer.
Che aspetto ha il cancro all’ecografia?
I tumori di solito si presentano come masse leggermente grigie (“ipoecotiche”) rispetto al grasso grigio più chiaro o al tessuto mammario più bianco (fibroglandulare) (Fig. US-4, 5). La forma specifica (ad esempio irregolare) e il margine (ad esempio, indistinto o spicolato) della massa danno al radiologo indizi che una massa ha più probabilità di essere un cancro, piuttosto che benigna. I tumori possono variare nell’aspetto e se una massa non sembra definitivamente benigna, è probabile che il radiologo raccomandi una biopsia o un’imaging di follow-up.
Figura US-4. Ultrasuoni del cancro. Una donna di 60 anni è stata notata con una massa irregolare sulla mammografia di screening. L’ecografia portatile (US) mostra una massa spiculata irregolare, ipoecoica (grigio scuro) (freccia), altamente sospetta per il cancro. La biopsia dell’ago del nucleo guidata dagli Stati Uniti e il successivo intervento chirurgico hanno mostrato un cancro lobulare invasivo.
Figura US-5. Ecografia del cancro al seno triplo negativo. Una donna di 32 anni era incinta di 10 settimane e ha notato un nodo nel seno sinistro. L’ecografia portatile mirata mostra una massa ovale ipoecoica (grigio scuro) (freccia rossa) con bordo iperecoico (bianco) circostante (frecce gialle corte). La biopsia dell’ago centrale ha mostrato un cancro duttale invasivo di grado 3 ER-/PR-/HER2- (“triplo negativo”), che è un sottotipo aggressivo di cancro al seno che a volte può essere difficile da distinguere da una cisti.
Figura US-6. Ultrasuoni di una semplice cisti. Una donna di 73 anni usa la crema di estrogeni e una nuova massa è stata vista sulla sua mammografia di screening. Un’ecografia mirata a una massa trovata in una mammografia mostra una massa ovale (ben definita), anecoica (nera) circoscritta, con echi aumentati (piuti bianchi) in profondità alla massa (chiamato “minfioramento posteriore”). Questa è una semplice cisti, che è un risultato benigno (non canceroso). Le cisti non richiedono follow-up o biopsia.
Benefici
Ci sono molteplici vantaggi nello screening degli ultrasuoni:
- L’ecografia di screening può identificare ulteriori tumori non rilevati sulla mammografia di screening. Se 1000 individui con seno denso hanno un’ecografia di screening dopo una mammografia “normale” o “benigna”, l’esame ecografico (a mano, automatizzato o semiautomatico) identificherà il cancro in 2 o 3 individui [1].
- Più dell’85% dei tumori visti solo all’ecografia sono invasivi, in fase iniziale e nodo negativi [1,2]. Questi tumori sono importanti da trovare in quanto possono diffondersi oltre il seno nei linfonodi e altrove nel corpo. Fortunatamente, la maggior parte viene trovata abbastanza presto sugli ultrasuoni di screening da essere ancora contenuta nel seno. Tali tumori sono curabili e i pazienti in genere hanno ottimi risultati.
- L’ecografia è molto buona nel rilevare il cancro lobulare invasivo, che è un tipo di cancro difficile da rilevare sulla mammografia [1,2].
- Gli ultrasuoni di screening aiutano a ridurre il numero di tumori riscontrati a causa di un nodulo o di un sintomo tra gli esami di screening (noti come “tumori a intervalli”) [3].
- L’ecografia è prontamente disponibile per l’uso diagnostico, ma non tutti i centri offrono ultrasuoni di screening.
Considerazioni
Lo screening ecografico non sostituisce lo screening mammografico ed è meglio abbinato alla mammografia, specialmente nelle pazienti con seno denso. Alcuni tumori possono essere trovati solo sulla mammografia, mentre altri tumori possono essere trovati solo sugli ultrasuoni.
In due studi prospettici multicentrici [3, 4], il 20-30% dei tumori è stato visto solo sulla mammografia e il 29-33% dei tumori è stato visto solo sull’ecografia. In media, l’ecografia mostra più aree che necessitano di follow-up/imaging aggiuntivo rispetto alla mammografia. Alcune di queste aree saranno il cancro, ma la maggior parte no (noti come “falsi positivi”).
Altre considerazioni:
- Il tasso di falsi positivi per gli ultrasuoni portatili o automatizzati varia dal 4-10% al primo esame (ed è inferiore quando ci sono precedenti studi di confronto).
- Solo circa il 10% delle lesioni raccomandate per la biopsia tramite ecografia si rivelano cancerose (noto come “valore predittivo positivo per le biopsie”)[5].
- Gli ultrasuoni semiautomatizzati o automatizzati rilevano almeno tanti tumori quanti sono gli ultrasuoni portatili [1, 6, 7]. Gli ultrasuoni semiautomatici producono anche meno biopsie benigne [6], ma non sono ampiamente disponibili.
- Il vantaggio di aggiungere ultrasuoni di screening alla mammografia 3D (tomosintesi) è inferiore rispetto a quando l’ecografia viene aggiunta alla mammografia 2D [8, 9].
Da notare, la risonanza magnetica del seno è la modalità di imaging più sensibile disponibile e non c’è alcun vantaggio nello screening ecografico se viene eseguita la risonanza magnetica [4][10].
L’ecografia è diventata un complemento ampiamente disponibile e utile alla mammografia in ambito clinico. Originariamente, l’ecografia era utilizzata principalmente come metodo relativamente economico ed efficace per differenziare le masse mammarie cistiche, che non richiedevano il campionamento, dalle masse mammarie solide, che di solito venivano esaminate con biopsia; in molti casi, i risultati di queste biopsie erano benigni. Tuttavia, è ora ben stabilito che l’ecografia fornisce anche informazioni preziose sulla natura e l’estensione delle masse solide e di altre lesioni al seno e può spesso fornire informazioni utili sulla stadiazione dell’ascella. Donne Uomini
Incidenza 55.900 790
Tasso di incidenza standardizzato per et๠119,1 1.1
Morti 18.889 213
Tasso di mortalità standardizzato per et๠21.7 0.3
Prevalenza a 5 anni 315.000 2.800
Prevalenza a 10 anni 570.900 4.600
Tasso di sopravvivenza relativo a 5 anni* 88 % 77 %
Tasso di sopravvivenza relativo a 10 anni* 83 % 68 %
Con circa 55.900 casi di incidenti annuali, il cancro al seno è di gran lunga il cancro più comune nelle donne. Inoltre, a più di 6.000 donne viene diagnosticato un tumore al seno in situ ogni anno. Circa l’1 per cento di tutti i nuovi casi di cancro al seno colpisce gli uomini.
Sulla base degli attuali tassi di incidenza, si prevede che circa una donna su otto svilupperà il cancro al seno nel corso della vita. Quasi una donna su sei colpita ha meno di 55 anni al momento della diagnosi. I tassi di nuovi casi e decessi rimangono più bassi negli ex stati della Germania dell’Est rispetto a quelli ex Germania Ovest; solo per le donne di età inferiore ai 55 anni i tassi sono in gran parte convergenti.
Qual è l’effetto dello screening mammografico?
A seguito dell’introduzione dello screening mammografico tra il 2005 e il 2009, i tassi di nuovi casi mostrano una tendenza tipica con un aumento significativo all’inizio del programma e un conseguente lento declino. È stato dimostrato che a meno donne nella fascia d’età di screening sono stati diagnosticati tumori avanzati rispetto a prima dell’introduzione dello screening.Dalla fine degli anni ’90, i tassi di mortalità per cancro al seno sono diminuiti continuamente, più recentemente più bruscamente tra le donne di età compresa tra 60 e 69 anni.
Tassi di incidenza stimati per età standardizzati del cancro al seno in donne ammissibili allo screening mammografico (50 – 69 anni) e in altre fasce d’età (30 – 49 anni, 70 anni e oltre), Germania 1999 – 2018, per 100.000 donne (vecchia popolazione standard europea)
I progressi nella terapia hanno sostanzialmente migliorato le possibilità di sopravvivenza delle persone con diagnosi di cancro al seno, e questo ha portato anche a una diminuzione dei tassi di mortalità. Entro pochi anni, dovrebbe essere possibile valutare la misura in cui lo screening ha portato a un’ulteriore riduzione.
Gli ormoni influenzano il rischio di cancro al seno
Gli ormoni possono influenzare il rischio di malattia: le prime e le ultime mestruazioni, l’assenza di figli o un’età maggiore alla prima nascita sono considerati fattori di rischio. La terapia ormonale sostitutiva può aumentare il rischio di cancro al seno, in particolare la terapia combinata con estrogeni e progestinici prolungati. Gli inibitori dell’ovulazione contenenti ormoni (pillole anticoncezionali) aumentano leggermente il rischio di cancro al seno.
Il tessuto mammario molto denso, alcuni cambiamenti benigni del seno o una precedente storia di cancro al seno sono anche tra i fattori di rischio noti per il cancro al seno.
Alcuni tumori al seno sono dovuti a un aumento del rischio genetico: le donne i cui parenti stretti sono stati diagnosticati con cancro al seno o alle ovaie hanno un rischio elevato di sviluppare il cancro al seno. Allo stesso modo, il rischio di cancro al seno aumenta dopo la radioterapia del seno durante l’infanzia o l’adolescenza.
Anche i fattori dello stile di vita come il sovrappeso e la mancanza di esercizio fisico dopo la menopausa, nonché il consumo di alcol, sono fattori di rischio. Il fumo potrebbe anche aumentare leggermente il rischio.
Quali test di screening sono disponibili?
Il programma di diagnosi precoce dell’assicurazione sanitaria statutaria offre alle donne di 30 anni di età e oltre un esame di palpazione annuale da parte di un medico. Le donne di età compresa tra 50 e 75 anni hanno diritto a un esame radiografico del seno ogni due anni come parte del programma di screening mammografico.
Quale sottotipo di tumore al seno ha il più alto rischio di recidiva? Cancro al seno triplo negativo
Uno dei fattori più importanti da considerare con una diagnosi di cancro al seno è il sottotipo biologico. Ci sono tre principali sottotipi di cancro al seno: recettore del fattore di crescita epidermico umano simile a quello luminale, positivo al recettore del fattore di crescita epidermico umano 2 (HER2) e triplo-negativo, che sono identificati dall’espressione dei recettori ormonali (HR) e HER2 da parte delle cellule del cancro al seno. Da notare che questi sottotipi hanno caratteristiche biologiche, prognosi e risposta al trattamento diverse. Sebbene tutti i tipi di cancro al seno possano ricorrere nonostante il trattamento, quelli definiti come cancro al seno triplo negativo (TNBC), che non hanno obiettivi specifici per trattamenti efficaci, sono considerati ad alto rischio di recidiva. I dati hanno indicato che fino al 40% dei pazienti con stadio I-III TNBC sperimenterà una recidiva dopo il trattamento standard.
I tumori HR-positivi, che esprimono recettori degli estrogeni (ER) e/o recettori del progesterone (PR), sono definiti come luminali, tipicamente meno aggressivi e con una prognosi più favorevole. I tumori mammari HER2-positivi sono tumori biologicamente aggressivi, ma il risultato è notevolmente migliorato con le terapie mirate anti-HER2.
Scopri di più sui fattori di rischio del cancro al seno. Approssimativamente quale percentuale di individui con variante patogena BRCA1 nota della linea germinale sviluppa il cancro al seno durante la loro vit
• In media, gli individui che ospitano una mutazione germinale BRCA1 hanno un rischio del 72% di sviluppare cancro al seno all’età di 80 anni; per quelli con una mutazione germinale BRCA2, il rischio è del 69%. I più alti tassi di mutazioni BRCA1 si verificano tra gli individui di discendenza ebraica ashkenazita.
A causa dell’alto rischio per tutta la vita di cancro al seno nei portatori di mutazione BRCA della linea germinale, entrambe le linee guida americane, brasiliane ed europee raccomandano di prendere in considerazione la chirurgia profilattica, come la doppia mastectomia. Altri individui ad alto rischio di sviluppare il cancro al seno a causa di una predisposizione ereditaria possono optare per l’imaging frequente.
Scopri di più sulle mutazioni BRCA1 e BRCA2.
Il rischio di recidiva di un tumore HER2-positivo dipende generalmente dalle dimensioni del tumore, dalla presenza di linfonodi ascellari positivi, dal grado tumorale e da altri fattori istologici e del paziente. Prima dello sviluppo di efficaci terapie anti-HER2, come trastuzumab, nuovi inibitori della tirosina chinasi anti-HER2 o coniugati anticorpo-farmaco, la positività HER2 era associata a una prognosi sfavorevole. Il grado di positività HER2 (cioè, immunoistochimica [IHC] 2+/fluorescenza ibridazione in situ amplificata rispetto a IHC 3+) non è generalmente correlato al rischio di recidiva, sebbene possa essere associato a una maggiore reattività alle terapie anti-HER2. I pazienti con tumori HER2 positivi in fase iniziale con linfonodi clinicamente positivi sono di solito candidati per un trattamento sistemico neoadiuvante con chemioterapia e pertuzumab più trastuzumab.
i pazienti vengono selezionati per la terapia adiuvante con un inibitore della poli polimerasi (ADP-ribosio) (PARP) per il trattamento del carcinoma mammario delero HER2-negativo, ad alto rischio, in fase iniziale, deleterio o sospetto tratto germinale mutato BRCA-deleterio deleterio o adiuvante dopo il trattamento con chemioterapia neoadiuvante o
• Test di accompagnamento diagnostico per lo stato germinaleBRCA
• Istologia del cancro al seno
• Cancro al seno
• Sopravvivente al cancro al seno nei veterani
• Imaging del cancro al seno maschile
• Ecografia del cancro al seno
• Quiz Fast Five: presentazioni insolite sul cancro al seno
• Simulazione del paziente: una donna di 63 anni con cancro al seno metastatico
.)
Cancro al seno, ecografia. Mammografia digitale obliqua mediolaterale del seno destro in una donna di 66 anni con una massa nuova, opaca e irregolare di circa 1 cm di diametro. La massa ha margini spiculati nel terzo medio del seno destro nella posizione delle 10. L’immagine mostra sia la massa spiculata (freccia nera) che l’asimmetria focale anteriore separata (freccia bianca).
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Originariamente, l’ecografia era utilizzata principalmente come metodo relativamente economico ed efficace per differenziare le masse mammarie cistiche dalle masse mammarie solide. Tuttavia, è ormai ben stabilito che gli Stati Uniti forniscano anche preziose informazioni sulla natura e l’estensione delle masse solide e di altre lesioni al seno.
L’ecografia non espone una paziente alle radiazioni ionizzanti, un fattore particolarmente importante per le pazienti in gravidanza e i giovani pazienti. Si ritiene che in queste pazienti, il seno sia più sensibile alle radiazioni; ciò significherebbe che rispetto agli Stati Uniti, la mammografia sarebbe associata a un leggero aumento del piccolo rischio di sviluppare neoplasie indotte da radiazioni. Inoltre, il seno delle giovani donne tende ad apparire denso nelle mammografie, un fattore che riduce la sensibilità diagnostica della mammografia in questo gruppo. Inoltre, il seno US è superiore alla mammografia nella valutazione degli ascessi mammari. [8, 9, 10]
Information from Industry
Clinical Trials Studying Mutant Selective PI3K Inhibitors for HR+ Breast Cancer See Latest Advances
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M-XX-0018780 September 2024
Ruolo dell’ecografia nello screening
Sebbene la mammografia sia uno strumento di screening efficace, i dati suggeriscono che è spesso meno sensibile nel rilevare il cancro nel tessuto mammario mammograficamente denso. L’uso di US per lo screening per la malattia del seno non è stato generalmente raccomandato per le donne ad alto rischio con seni densi.
Sebbene alcuni progetti di ricerca abbiano riportato risultati ragionevoli dallo screening del seno negli Stati Uniti, una serie di problemi gravi devono essere risolti prima che la pratica sia raccomandata per l’applicazione generale. I fattori includono la variabilità tra gli osservatori, la variabilità intra-osservatore, la sensibilità sconosciuta e la bassa specificità (che porta a numerose valutazioni di biopsia di lesioni benigne). [11, 12, 13, 14, 15, 16, 17, 18, 19, 20, 21, 22, 23, 24, 25, 26,27, 28, 29, 30] Kolb et al e Buchberger et al hanno scoperto che, se eseguita con attenzione, l’ecografia può essere utile per rilevare il cancro al seno occulto in seni densi. [31, 32]
Due grandi studi di screening ecografia per il cancro al seno sono il Japan Strategic Anti-Cancer Randomized Trial (J-START) (72.998 donne; 36 139 donne nel braccio della mammografia più ecografia) e un rapporto di un programma di screening austriaco basato sulla popolazione (66 680 donne in totale e 31.918 donne con seni densi). Nello studio J-START, il tasso di rilevamento del cancro è stato di 3,3 per 1000 schermi nel braccio di mammografia e di 3,9 per 1000 schermi nel braccio di mammografia più ecografia (aumento di 0,6 per 1000 schermi). [33, 34] Nello studio austriaco, il tasso di rilevamento del cancro con la sola mammografia era di 3,5 per 1000 schermi, che è aumentato a 4,0 per 1000 schermi quando è stata aggiunta l’ecografia. In quelle donne con seni densi, il tasso di rilevamento del cancro con la sola mammografia era di 1,8 per 1000 schermi, che è aumentato a 2,4 per 1000 schermi quando è stata aggiunta l’ecografia. [33, 35]
Sono state pubblicate numerose raccomandazioni per quanto riguarda lo screening del seno. Il National Comprehensive Cancer Network, la European Society of Breast Imaging (EUSOBI), la Japanese Breast Cancer Society e la Chinese Anti-Cancer Association (CACA) hanno raccomandato uno screening ecografico supplementare (S-US) per le donne con seni densi dopo una mammografia negativa. [36, 37, 38, 39, 40, 41, 42, 43, 44]
Una revisione sistematica condotta per gli Stati Uniti La Preventive Services Task Force (USPSTF) ha scoperto che l’ecografia dopo una mammografia negativa aveva una sensibilità dell’80-83%, una specificità dell’86-95% e un valore predittivo positivo (PPV) del 3-8%. [45, 36]
Uno studio retrospettivo su 48.251 donne che sono state sottoposte a mammografia digitale a campo completo ed ecografia per lo screening del cancro al seno ha rilevato che l’ecografia da sola è soddisfacente per tutte le fasce d’età, anche se la mammografia digitale a campo completo più il rilevamento assistito da computer più l’ecografia è risultata essere il metodo di screening perfetto. La rilevabilità del cancro al seno mediante ecografia (96,5%) o mammografia digitale a campo completo più rilevamento computerizzato più ultrasuoni (100%) era superiore a quella della mammografia digitale a campo completo (87,1%) o della mammografia digitale a campo completo più rilevamento computerizzato (88,3%). [1]
Lo studio Newtwork 6666 dell’American College of Radiology Imaging (ACRIN 6666) ha scoperto che il tasso di rilevamento del cancro con l’ecografia è paragonabile a quello con la mammografia (58 su 111, contro 59 su 111, rispettivamente), con una percentuale maggiore di tumori invasivi rilevati dagli ultrasuoni che dalla mammografia (91,4% contro 69,5%), ma i falsi positivi erano più comuni con gli ultrasuoni. Il numero di ecografie per rilevare un cancro è stato di 129 e per la mammografia, 127. [2]
Gli Stati Uniti sono generalmente riconosciuti come una modalità altamente dipendente dall’operatore che richiede un professionista qualificato, esami di alta qualità e attrezzature all’avanguardia. Si raccomanda che l’uso di US nello screening per la malattia mammaria sia riservato a situazioni speciali, come per i pazienti altamente ansiosi che lo richiedono e per le donne che hanno una storia di carcinoma mammograficamente occulto.
Un ampio studio multicentrico sostenuto dalla Avon Foundation e dal National Institutes of Health è stato creato attraverso l’American College of Radiology Imaging Network (ACRIN) per esaminare il ruolo degli Stati Uniti nello screening del cancro al seno. [46] In questo progetto, un protocollo per valutare l’efficacia dello screening del seno negli Stati Uniti è stato implementato in 14 centri di imaging per definire meglio il ruolo degli Stati Uniti nello screening del cancro al seno. Lo studio ha riportato una maggiore rilevazione del cancro nelle donne ad alto rischio che hanno subito un’ecografia annuale oltre alla mammografia, rispetto a quelle che hanno subito solo la mammografia. [47]
Gli Stati Uniti La Food and Drug Administration ha approvato il primo sistema ecografica, il sistema automatizzato di ultrasuoni al seno somo-v (ABUS), per lo screening del cancro al seno in combinazione con la mammografia standard specificamente per le donne con tessuto mammario denso. [48] ABUS è indicato per le donne con una mammografia negativa, nessun sintomo di cancro al seno e nessun precedente intervento al seno come chirurgia o biopsia.
(Vedi le immagini qui sotto dell’ecografia per il cancro al seno.)
Cancro al seno, ecografia. Mammografia digitale obliqua mediolaterale del seno destro in una donna di 66 anni con una massa nuova, opaca e irregolare di circa 1 cm di diametro. La massa ha margini spiculati nel terzo medio del seno destro nella posizione delle 10. L’immagine mostra sia la massa spiculata (freccia nera) che l’asimmetria focale anteriore separata (freccia bianca).
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Cancro al seno, ecografia. Questa mammografia mediolaterale è stata ottenuta in una donna di 74 anni con una storia di 2 settimane di secrezione spontanea dal capezzolo destro. Un pennarello BB in metallo è stato posizionato su un possibile nodulo nella posizione delle 2. Il seno è eterogeneamente denso, il che può ridurre la sensibilità della mammografia.
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Cancro al seno, ecografia. La mammografia digitale di screening craniocaudale in una donna di 46 anni mostra una nuova massa (freccia) nella posizione delle 7 alle 8 nel seno destro. Sono state quindi richieste la mammografia diagnostica e l’ecografia.
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Cancro al seno, ecografia. L’ecografia radiale mostra una massa quasi isoecoica rispetto al grasso mammario. La massa ha margini angolati e spiculati circondati da tessuto fibroso ecogenico. I margini sono contrassegnati con calibri elettronici bianchi. La sua dimensione più grande è di 0,8 cm.
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Cancro al seno, ecografia. Vista digitale della compressione spot del seno sinistro in una donna di 79 anni che si è presentata con un nodulo palpabile nel quadrante esterno superiore del seno sinistro. L’immagine mostra un marcatore BB sulla massa palpabile ad alta densità, che ha un diametro di circa 2 cm e ha margini oscurati.
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Cancro al seno, ecografia. Questa mammografia digitale obliqua mediolaterale del seno sinistro è stata ottenuta in una donna di 48 anni con una storia di diversi mesi di secrezione sanguinolente dal capezzolo sinistro. L’immagine mostra condotti dilatati che si estendono dal capezzolo nell’aspetto laterale del seno (asterischi) con una calcificazione in 1 dei dotti dilatati (punta di freccia).
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Cancro al seno, ecografia. L’ecografia Doppler a colori (visualinata in bianco e nero nella scatola a colori Doppler) dallo stesso quadrante del seno sinistro mostra il flusso sanguigno nel tumore all’interno dei dotti. Le aree ovali bianche (con asterischi centrali) rappresentano il flusso sanguigno all’interno del tessuto intraduttale e quindi confermano che il materiale ecogeno all’interno dei condotti è un tumore e non solo detriti intraluminali, coaguli di sangue o secrezioni.
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Cancro al seno, ecografia. L’ingrandimento spot a 90° la vista mediolaterale della massa nell’immagine 33 dimostra che è eterogenea, con un bordo sottile di grasso radiolucido subcapsulare (frecce).
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Uno studio del valore predittivo positivo (PPV) dell’ecografia bilaterale dell’intero seno (BWBU) per il rilevamento di lesioni sincrone al seno sulla diagnosi iniziale del cancro al seno ha rilevato che BWBU può rilevare ulteriori tumori sincroni con un PPV relativamente alto, specialmente quando i risultati della mammografia sono correlati ai risultati ecografica. In 75 pazienti che avevano lesioni sincrone, il PPV per biopsia aggiuntiva era del 25,7% (18 su 70). Il PPV per le lesioni sincrone rilevate sia sulla mammografia che sulla BWBU era del 76,9% (10 su 13), e per quelle rilevate solo su BWBU, del 14,3% (7 su 49). I fattori di imaging associati alla malignità nella lesione sincrona aggiuntiva erano una massa con calcificazione sulla presentazione della mammografia (P< 0,01), la presenza di calcificazione nei risultati ecografici (P< 0,01) e un’elevata valutazione finale del sistema di segnalazione e dati del sistema di imaging mammario (P< 0,01). [49]
In uno studio retrospettivo su donne di età inferiore ai 40 anni identificate con cancro invasivo (N = 27) o carcinoma duttale in situ (N = 3), l’ecografia è risultata affidabile come modalità di imaging primaria. Delle 30 donne, 28 sono state sottoposte a mammografia (valutata come incerta, sospetta o maligna nella maggioranza) e la malignità è stata mancata in un paziente. Tutti i 30 pazienti sono stati sottoposti a ecografia (segnalati come incerti, sospetti o maligni, un’indicazione per la biopsia diagnostica del nucleo), e l’ecografia da sola non ha mancato alcun tumore, ma non è riuscita a rilevare la malattia multifocale in un paziente. [50]
Segnalazione dell’imaging del seno e sistema di dati
Come accennato, l’ecografia dipende fortemente dall’operatore. Pertanto, la sua efficacia dipende dall’ottenimento di immagini di alta qualità tecnica, dall’interpretazione corretta di tali immagini e dalla segnalazione chiara dei risultati. L’Atlante Breast Imaging Reporting and Data System (BI-RADS), pubblicato dall’American College of Radiology, fornisce la terminologia standardizzata per l’imaging del seno, l’organizzazione dei rapporti, la struttura di valutazione e un sistema di classificazione per la mammografia, l’ecografia e la risonanza magnetica del seno. [51, 52, 53, 54] L’Atlante BI-RADS, 5a edizione, include sezioni complete sul seno US (ACR BI-RADS-US) e MRI (ACR BI-RADS-MRI). ACR BI-RADS-US può aiutare a standardizzare i termini utilizzati per caratterizzare e segnalare le lesioni, facilitando così la cura del paziente, la caratterizzazione delle lesioni e lo sviluppo di possibili applicazioni di screening.
ACR BI-RADS-US fornisce termini che descrivono le seguenti caratteristiche o risultati sugli esami del seno: forma, orientamento, margine, confine, modello ecografico, caratteristiche acustiche posteriori e tessuto circostante per le masse; calcificazioni del seno (che sono scarsamente caratterizzate da US); casi speciali, come cisti complicate e linfonodi intramammari; vascolarizzazione; e categorie di valutazione.
ACR BI-RADS-US descrive 7 categorie di valutazione, come segue [51, 52, 53, 54] :
• Categoria 0: Incompleta — Necessità di ulteriore valutazione dell’immagine e/o immagini precedenti per il confronto
• Categoria 1: Negativo
• Categoria 2: Benigno
• Categoria 3: Probabilmente Benigno
• Categoria 4: Sospetto. Questa categoria è riservata ai risultati che non hanno l’aspetto classico di malignità ma sono sufficientemente sospetti da giustificare una raccomandazione per la biopsia. Suddividendo la categoria 4 in 4A, 4B e 4C, si spera che i pazienti e i medici di riferimento prendano più prontamente decisioni informate sulla linea d’azione finale.
• Categoria 5: Altamente suggestivo di malignità. Queste valutazioni hanno una probabilità molto alta (≥ 95%) di malignità.
• Categoria 6: malignità nota con prota da biopsia. Questa categoria è riservata agli esami eseguiti dopo la prova di malignità della biopsia (imaging eseguita dopo la biopsia percutanea ma prima dell’escissione chirurgica), in cui non ci sono anomalie diverse dal cancro noto che potrebbe necessitare di una valutazione aggiuntiva.
Utilizzando l’approccio BI-RADS, un paziente viene inserito nella categoria dello schermo o nella categoria diagnostica. Una mammografia di screening è per un paziente senza lamentele e un esame normale. Se c’è un risultato o un sintomo come dolore, un nodulo palpabile o scarico, il paziente viene inserito nella categoria diagnostica. [51]
Il rapporto mammografico suggerito da BI-RADS include la densità del seno, i risultati di imaging, la valutazione finale e la gestione. Il lessico mammografico include descrizioni di categorie per composizione o densità del seno, masse, calcificazioni, asimmetrie, caratteristiche associate e posizione della lesione. [51]
La densità del seno è descritta come grassa, sparsa, eterogeneamente densa ed estremamente densa. Se c’è una massa, è descritta da forma, margine e densità. La forma può essere rotonda, ovale o irregolare. I margini possono essere circoscritti, oscurati, microlobulati, indistinti e spiculati. La densità è descritta come alta densità, uguale densità, bassa densità e contenuto di grassi. Una massa di forma irregolare con margini spiculati e ad alta densità è la più preoccupante per la malignità, mentre una massa rotonda con margini circoscritti ha maggiori probabilità di essere benigna, specialmente se è contenente grasso. [51]
In Bi-RADS 2, i risultati benigni includono calcificazioni secretorie, cisti semplici, lesioni contenenti grasso, fibroadenomi calcificati, impianti e linfonodi intrammmari. Con BI-RADS 3, il rischio di malignità è inferiore al 2% e un risultato è descritto come una massa non palpabile e circoscritta su una mammografia di base; un’asimmetria focale, che diventa meno densa sulle immagini di compressione spot; o un gruppo solitario di calcificazioni punteggiate. [51]
La categoria BI-RADS 4 è suddivisa in a, b e c. La sottocategoria (a) ha una bassa probabilità di malignità, con una probabilità del 2-10% di malignità. Sottocategoria (b) la probabilità di malignità è del 10-50%. Sottocategoria (c) probabilità di malignità varia dal 50 al 95%. [51, 54]
La probabilità di malignità BI-RADS 5 è maggiore del 95%. A questo livello, anche se la patologia si presenta come benigna, la raccomandazione è ancora la consultazione chirurgica, perché la patologia è in discordia con i risultati radiografici. BI-RADS 6 è maligno provato. [51]
Distinguere le masse benigne dalle masse maligne
In origine, l’ecografia veniva utilizzata principalmente per distinguere le cisti semplici, che non richiedevano il campionamento, dalle masse solide che di solito venivano esaminate con la biopsia. In molti casi, i risultati di queste biopsie erano benigni. Il miglioramento delle attrezzature e delle tecniche di scansione ha contribuito ad espandere le applicazioni del seno negli Stati Uniti. I trasduttori ad alta frequenza a matrice lineare (7,5 MHz o frequenza centrale superiore) sono generalmente utilizzati.
Noduli benigni, indeterminati e maligni
In uno studio storico, Stavros et al. hanno stabilito criteri statunitensi per caratterizzare le masse sossemmali solide. [55]Questo lavoro è stato facilitato dall’evoluzione dei miglioramenti tecnici nelle apparecchiature statunitensi che hanno fornito una migliore risoluzione e immagini. Hanno dimostrato che gli Stati Uniti possono essere utilizzati per classificare accuratamente alcune lesioni solide come benigne, consentendo il follow-up con l’imaging piuttosto che la biopsia. Hanno usato trasduttori ad alta risoluzione, che all’epoca erano all’avanguardia, e hanno eseguito esami sia su piani radiali che antiradiali. Gli investigatori si sono anche concentrati sulla valutazione delle aree sospette nei piani trasversali e longitudinali.
Stavros et al hanno proposto uno schema statunitense per classificare prospetticamente i noduli mammari in 1 di 3 categorie [55] :
• Benigno
• Indeterminato
• Maligno
Per essere classificato come benigno, un nodulo non doveva avere caratteristiche maligne. Inoltre, doveva essere dimostrata una delle seguenti 3 combinazioni di caratteristiche benigne:
• Iperecogenicità uniforme intensa
• Orientamento ellissoide o più largo (parallelo), insieme a una capsula sottile ed ecogena
• 2 o 3 lobulazioni delicate e una sottile capsula ecogena
Un nodulo è stato classificato come indeterminato per impostazione predefinita se non aveva caratteristiche maligne e nessuna delle 3 combinazioni di caratteristiche benigne sopra elencate.
Per essere classificata come maligna, una massa doveva avere una delle seguenti caratteristiche:
• Contorno spiculato
• Orientamento più alto che largo (non parallelo)
• Margini angolari
• Ipoecogenicità marcata
• Ombreggiatura acustica posteriore
• Calcificazioni a punti
• Estensione del condotto
• Modello di ramo
• Microlobulazione
Delle 424 lesioni che Stavros et al hanno classificato prospetticamente come benigne per mezzo di US, solo 2 sono state trovate maligne alla biopsia, con un risultato di un valore predittivo negativo del 99,5% in una popolazione con una prevalenza del cancro del 16,7%. [55] Delle 125 lesioni riscontrate maligne alla biopsia, 123 sono state classificate come maligne o indeterminate con US, producendo una sensibilità del 98,4%. La biopsia è indicata per i noduli che sono classificati negli Stati Uniti come maligni o indeterminati.
Skaane et al hanno scoperto che gli Stati Uniti potevano distinguere i fibroadenomi dal carcinoma duttale invasivo. [56] Altri che hanno studiato le caratteristiche delle masse benigne e maligne da parte dell’esame statunitense includono Zonderland et al e Rahbar et al. [57, 58]
Modelli tipici statunitensi di tipi specifici di carcinoma mammario
La comparsa di tipi specifici di carcinoma mammario è stata studiata. Anche se le apparenze variano notevolmente, alcuni modelli sono tipici.
I carcinomi contenenti mucina sono spesso circoscritti ma possono avere margini irregolari. Queste lesioni possono essere ipoecotiche o isoecotiche rispetto al grasso sottocutaneo. In uno studio su questi carcinomi di Conant et al che ha coinvolto 8 pazienti, gli Stati Uniti hanno mostrato masse solide ipoecoiche in tutti i loro casi. [59] Le lesioni hanno mostrato ombreggiatura acustica o un aumento del miglioramento acustico. Alcune lesioni avevano margini circoscritti e alcune non erano circoscritte.
Il carcinoma tubolare è solitamente ipoecoico, ma è privo di margini circoscritti e ombreggiatura posteriore acustica. Il carcinoma duttale invasivo appare tipicamente come una massa di forma irregolare con margini spiculati con ombreggiatura e distorsione architettonica del tessuto mammario adiacente. Questa lesione può contenere microcalcificazioni maligne.
Il carcinoma lobulare invasivo spesso non causa una reazione desmoplastica. Questo tipo viene spesso trascurato sulla mammografia e può essere difficile da vedere sugli ecogrammi. Butler et al hanno riferito che queste lesioni erano occulte a livello ecuscografico nel 12% dei loro casi. [60] In circa il 60% dei casi, è apparso come una massa eterogenea e ipoecoica con margini angolari o mal definiti e ombreggiatura acustica posteriore. Nel 15% dei casi, gli Stati Uniti hanno dimostrato l’ombreggiatura focale senza una massa discreta; nel 12% dei casi, gli Stati Uniti hanno mostrato una massa lobulata e circoscritta.
Il carcinoma midollare appare spesso come una massa ipoecogena con miglioramento acustico (aumentato attraverso la trasmissione). Può essere scambiato per una cisti negli Stati Uniti.
Soo et al hanno studiato il carcinoma papillare del seno; hanno scoperto che la forma cistica in situ può apparire come una massa solida o una massa cistica complessa con una componente solida interna. [61] In entrambi i tipi, il miglioramento acustico tende ad essere aumentato. Lo studio Doppler può dimostrare il flusso sanguigno intratumorale. Il carcinoma papillare invasivo di solito appare come una massa solida, anche se può anche apparire come una massa cistica e solida complessa.
Il carcinoma duttale in situ del seno appare spesso come microcalcificazioni suggestive sulla mammografia. Tuttavia, può occasionalmente apparire come una massa solida all’ecografia.
Masse Benigne Caratteristiche
Molte masse che sono dimostrate sulle mammografie richiedono una biopsia per determinare se sono benigne. Taylor et al hanno riferito che l’uso di US in combinazione con la mammografia ha aumentato la specificità dal 51% al 66% in una popolazione con una prevalenza maligna del 31%. [62] Questo miglioramento potrebbe ridurre significativamente il tasso di biopsia delle lesioni benigne. Breast US spesso rivela lesioni benigne inaspettate.
Molte condizioni benigne del seno hanno un aspetto non specifico negli Stati Uniti. Tuttavia, alcune masse, come le cisti semplici, le cisti sebacee e i linfonodi intramammari, hanno un aspetto caratteristico che suggerisce una diagnosi specifica. Quasi tutte le masse altamente ecogeniche sono benigne.
Se l’imaging Doppler a colori dimostra il flusso sanguigno all’interno del contenuto di una cisti complessa o di un dotto dilatato, allora questi contenuti sono costituiti da tessuto solido piuttosto che solo detriti, coaguli di sangue o fluido ecogeno. Tuttavia, abbiamo visto tumori solidi che non hanno un flusso sanguigno dimostrabile sull’imaging Doppler a colori. Diversi ricercatori hanno esaminato la capacità del Doppler a colori US o del Doppler US potenziato dal contrasto di distinguere le lesioni benigne da da maligne. I risultati erano variabili; Doppler US non è generalmente utilizzato per distinguere le masse mammarie solide benigne da quelle maligne.
Procedure e trattamenti ecografici
L’ecografia viene utilizzata per guidare procedure come l’aspirazione della cisti, la biopsia percutanea, la localizzazione dell’ago delle masse per l’escissione chirurgica, il drenaggio dell’ascesso in casi selezionati e la radiofrequenza terapeutica o la crioablazione.
L’ecografia è molto accurata nella diagnosi di una cisti semplice ed è utile per valutare alcune cisti complesse. Di solito, una cisti semplice non viene aspirata a meno che non sia sintomatica o il paziente non abbia preoccupazioni psicologiche persistenti al riguardo. Cisti complesse o sospetti ascessi possono essere aspirati.
Berg et al hanno esaminato la loro esperienza con la correlazione patologica statunitense delle lesioni cistiche e hanno scoperto che tutte le microcisti raggruppate erano benigne, ma hanno avvertito che sono necessari ulteriori studi. [63] Hanno raccomandato che la biopsia sia eseguita nei casi che coinvolgono (1) lesioni cistiche con pareti spesse e indistinte e/o settazioni spesse (0,5 mm); (2) masse intracistiche; e (3) masse prevalentemente solide con focolai cistici eccentrici. Queste raccomandazioni si basavano sul fatto che, nella loro serie, 18 su 79 di tali lesioni cistiche complesse si sono rivelate maligne.
Se non è chiaro se un nodulo visto sugli Stati Uniti sia una cisti complessa o una massa solida, viene spesso eseguita l’aspirazione guidata dagli Stati Uniti della cisti. Questa procedura viene eseguita anche se la comparsa di una cisti complessa negli Stati Uniti è preoccupante. L’aspirato può essere inviato per la valutazione citologica, anche se non c’è consenso generale sulle indicazioni per la citologia. Alcuni medici inviano solo il fluido per l’analisi se è sanguinante.
Parker et al hanno riportato un’eccellente concordanza tra i risultati della biopsia del nucleo automatizzata guidata dagli Stati Uniti con un ago calibro 14 e la resezione chirurgica in 49 lesioni. [64] US fornisce una guida efficace per la biopsia del seno percutanea senza radiazioni ionizzanti. Offre anche i vantaggi della visualizzazione in tempo reale dell’ago e della lesione bersaglio, dell’imaging multidirezionale e del basso costo. Con US, il paziente non ha bisogno di sottoporsi a compressione mammografica; inoltre, con US, l’esame può di solito essere eseguito con il paziente sdraiato piuttosto che seduto, come spesso accade con le procedure che coinvolgono la guida mammografica. Tuttavia, gli Stati Uniti non sono appropriati per la guida in tutte le situazioni. Ad esempio, le microcalcificazioni spesso non possono essere localizzate con gli Stati Uniti; inoltre, non tutte le masse viste sulla mammografia possono essere viste con gli Stati Uniti.
Altri dispositivi per biopsia, come dispositivi assistiti da vuoto, sono stati sviluppati per l’uso con la guida degli Stati Uniti. Occasionalmente, può essere difficile trovare l’area del seno in cui è stata eseguita in precedenza la biopsia del core. Questo può essere un problema se i risultati patologici del campione di biopsia e altri fattori indicano che è necessaria una biopsia di escissione o una lumpectomia. Dopo che un paziente riceve la chemioterapia neoadiuvante preoperatoria, il tumore può diventare occulto, rendendo difficile la localizzazione per la lumpectomia. Per questi motivi, sono state sviluppate varie tecniche statunitensi per contrassegnare la biopsia o il sito tumorale. Questi includono l’installazione di bobine, clip o fili.
La biopsia di aspirazione con ago fine (FNAB) guidata dagli Stati Uniti dei noduli solidi è stata utilizzata in molti centri. Alcuni vantaggi sono che è relativamente facile per un professionista esperto da eseguire e che i risultati sono rapidamente ottenuti se è disponibile un citopatologo. Per buoni risultati, la persona che esegue il FNAB e il citopatologo devono essere abili. Alcuni gruppi hanno ottenuto risultati eccellenti. Tuttavia, in uno studio di Pisano et al che ha coinvolto 18 istituzioni, il FNAB guidato dagli Stati Uniti o guidato stereotatticamente ha prodotto un tasso di campionamento insufficiente del 10% per il FNAB guidato dagli Stati Uniti delle masse. [65] Questo risultato non si confronta favorevolmente con i risultati della biopsia del nucleo guidata dagli Stati Uniti o della localizzazione dell’ago guidata dagli Stati Uniti. [66,67, 68, 69, 70, 71, 72, 73, 74, 75, 76, 77, 78, 79]
Diversi ricercatori hanno presentato rapporti preliminari sull’uso dell’ablazione terapeutica a radiofrequenza guidata dagli Stati Uniti o della crioablazione del carcinoma mammario invasivo. [80, 81, 82]
Pianificazione del trattamento, chirurgia e follow-up post-trattamento
Berg et al hanno mostrato il possibile beneficio di combinare l’USA preoperatoria del seno intero con la mammografia quando è pianificato un intervento chirurgico di conservazione del seno. [63] gli Stati Uniti hanno dimostrato ulteriori siti di carcinoma multifocale e multicentrico, facilitando la pianificazione preoperatoria.
Diversi ricercatori hanno studiato il ruolo di US nella valutazione dei linfonodi ascellari per il coinvolgimento tumorale. I linfonodi normali di solito hanno un importante ilo grasso ecogeno e una sottile corteccia ipoecoica. I linfonodi che mancano di un ilum ecogeno grasso o sono eterogenei sono considerati sospetti. Le apparenze sugli Stati Uniti di linfonodi benigni e maligni si sovrappongono; pertanto, è stata sostenuta la biopsia di aspirazione ad ago fine guidata dagli Stati Uniti (FNAB) di linfonodi sospetti. Krishnamurthy et al hanno scoperto che in circa il 12% dei casi, si verificano risultati falsi negativi con il linfonodo ascellare guidato dagli Stati Uniti FNAB. [83]
Deurloo et al hanno dimostrato che il linfonodo ascellare FJAB guidato dagli Stati Uniti riduce il numero di procedure di biopsia del nodo sentinella che richiedono più tempo che sono necessarie. [84]
US intraoperatorio può essere utilizzato per localizzare le masse mammarie. Obivia la necessità di localizzazione dell’ago preoperatorio, offre più flessibilità nella scelta del sito di incisione rispetto alla localizzazione dell’ago preoperatoria e può consentire la valutazione dell’estensione del tumore. Tuttavia, gli Stati Uniti intraoperatori dipendono dall’operatore e, come per la localizzazione dell’ago mammario, potrebbe non aiutare a localizzare il carcinoma. [85, 86, 87, 88, 89]
gli Stati Uniti svolgono un ruolo nella valutazione postoperatoria delle pazienti con cancro al seno. Può essere utile per valutare sia le masse mammarie postoperatorie che le infezioni mammarie. Edeiken et al hanno dimostrato che gli Stati Uniti offrono un beneficio nel rilevamento del cancro ricorrente sul seno ricostruito con lembi miocutanei autogeni. [90]
Argomenti speciali
L’ecografia può essere utile in determinate circostanze, come la rottura dell’impianto mammario, l’identificazione di masse mammarie benigne negli uomini e la caratterizzazione delle lesioni nei bambini.
Protesi mammarie
Sebbene la risonanza magnetica sia accurata nel valutare gli impianti di silicone per la rottura, la risonanza magnetica non è prontamente disponibile o non può essere utilizzata in una serie di circostanze. Ad esempio, la rottura degli impianti può essere valutata con l’ecografia. Negli Stati Uniti, un impianto intatto ha una parete ecogena e il suo contenuto è anecoico. Si possono vedere pieghe normali nella parete dell’impianto. gli Stati Uniti possono dimostrare il segno della scala a gradini, costituito da più linee nell’impianto quando si verifica una rottura intracapsulare o quando si verifica una rottura extracapsulare, producendo il segno della tempesta di neve di una maggiore ecogenicità. Gli Stati Uniti possono fornire ulteriori informazioni sugli impianti e possono anche aiutare a valutare le masse mammarie che non sono correlate all’impianto.
Masse Maschili Al Seno
Nel paziente di sesso maschile, gli Stati Uniti possono aiutare a distinguere le condizioni benigne, come la ginecomastia, dal carcinoma mammario. Molti credono che l’aggiunta di US alla mammografia aumenti l’accuratezza diagnostica. Tuttavia, i risultati statunitensi di malignità nel seno maschile possono essere sottili e le apparenze di malattia benigna e malattia maligna si sovrappongono.
Masse mammarie pediatriche
US è particolarmente utile nel caratterizzare le lesioni cistiche, infiammatorie e neoplastiche nei bambini. I fibroadenomi sono i tumori al seno più comuni nelle ragazze adolescenti e possono diventare grandi. Sebbene la maggior parte delle masse che si verificano nel seno pediatrico siano benigne, i tumori dei fillodi possono essere benigni o maligni. Negli adolescenti, i fillodi del cistosarcoma sono rari, ma sono ancora i tumori maligni al seno più comuni. I tumori dei fillodi sono di solito tumori ben circoscritti, ovali o lobulati e possono avere aree cistiche. In uno studio che ha coinvolto adolescenti, Kronemer et al hanno scoperto che gli ecografi hanno dimostrato 36 fibroadenomi, 12 cisti, 7 ascessi, 1 adenoma in allattamento e 1 tumore fillodici. [91]
Dopo aver utilizzato gli Stati Uniti per valutare le masse mammarie in pazienti pediatrici e adolescenti, Weinstein et al. hanno riportato risultati su ginecomastia, cisti, fibroadenoma, linfonodo, galattocele, ectasia del dotto e infezione. [10] Non avevano pazienti con malignità, ma hanno avvertito che, in rari casi, il rabdomiosarcoma, il linfoma non-Hodgkin e la leucemia possono metastasizzarsi al seno; hanno anche riferito che nei pazienti di questa fascia d’età, queste malattie hanno maggiori probabilità di essere trovate rispetto a un cancro al seno primario.
Elastografia ad ultrasuoni
La World Federation of Ultrasound in Medicine and Biology (WFUMB) ha pubblicato linee guida sull’uso dell’elastografia ad ultrasuoni per l’esame del seno per misurare la rigidità del tessuto mammario. Secondo il WFUMB, l’elastografia ad ultrasuoni ha dimostrato di essere altamente accurata nel caratterizzare le lesioni al seno come benigne o maligne. Il tessuto tumorale è più rigido del normale tessuto mammario e si ritiene che l’irrigidimento dei tessuti inizi nella fase iniziale del cancro. Il punteggio di Tsukuba è una scala di 5 punti per classificare la rigidità di una massa, ma altri metodi di interpretazione (ad esempio, il rapporto lesione-grasso) si sono dimostrati efficaci. [92]
Sono disponibili molte tecniche di elastografia diverse per misurare e visualizzare l’elastografia qualitativamente o quantitativamente utilizzando il modus visualizzato e le diverse forze. Le tecniche comunemente utilizzate sono l’elastografia a deformazione (SE), l’imaging dell’impulso della forza di radiazione acustica (ARFI), l’elastografia transitoria (TE), l’elastografia a onde di taglio a punti (pSWE) e l’elastografia a onde di taglio (SWE). [93]
Gli studi hanno dimostrato che l’elastografia di deformazione e l’elastografia a onde di taglio possono avere un’elevata sensibilità e specificità per caratterizzare le lesioni mammarie come benigne o maligne. L’elastografia di deformazione ha mostrato la massima sensibilità e l’elastografia ad onde di tesa la massima specificità. [94, 95, 96]
L’elastografia a cesto è una tecnica qualitativa che valuta i cambiamenti nei tessuti quando viene applicata una forza esterna, con tessuti più morbidi che si deformano più dei tessuti più rigidi. I 2 metodi di applicazione dello stress nell’elastografia da deformazione sono la compressione e il rilascio manuali e un impulso di impulso di forza della radiazione acustica (ARFI). L’elastografia della deformazione produce un’immagine basata sullo spostamento relativo del tessuto. [94, 95, 96]
L’elastografia ad onde di tesa, utilizzando la forza di radiazione acustica indotta dall’impulso di spinta ad ultrasuoni generato dal trasduttore, fornisce parametri quantitativi di elasticità e visualizza una sovrapposizione di colori visiva di informazioni elastiche in tempo reale. Oltre a dimostrarsi utile per la diagnosi del cancro al seno, l’elastografia a onde di sensura ha dimostrato di essere preziosa come predittore preoperatorio della prognosi o della risposta alla chemioterapia. [94, 95, 96]
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Invenia™ ABUS 2.0
Invenia ABUS 2.0 è la prima tecnologia di screening ecografico supplementare approvata dalla FDA progettata in modo specifico per rilevare il tumore nel tessuto mammario denso.
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Circa il 40% delle donne ha un tessuto mammario denso2, si tratta di uno dei fattori di rischio più diffusi per lo sviluppo del carcinoma mammario3. Evidenze cliniche confermano la sempre crescente efficacia dei sistemi ecografici nell’individuazione di tumori invasivi, di dimensioni ridotte e con linfonodi negativi non rilevati dalla mammografia4. Invenia ABUS 2.0, con imaging supplementare, è progettato per lo screening, in particolare, per le donne con tessuto mammario denso.
IMMAGINI CLINICHE
Invenia ABUS 2.0
Osserva in modo diverso il tessuto mammario denso
Carcinoma duttale invasivo occulto con biopsia
Carcinoma duttale invasivo occulto con una lesione satellite
Carcinoma duttale invasivo multicentrico occulto
Cisti multiple
Carcinoma duttale invasivo occulto di 7 mm
Carcinoma duttale invasivo occulto con diverse cisti benigne
Carcinoma duttale invasivo occulto con biopsia
Carcinoma duttale invasivo occulto con una lesione satellite
Carcinoma duttale invasivo multicentrico occulto
Cisti multiple
Carcinoma duttale invasivo occulto di 7 mm
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CURA DEL SENO CON TESSUTO MAMMARIO DENSO
Durante la mammografia, il tessuto mammario denso e il tumore appaiono bianchi, fattore che può potenzialmente occultare i tumori più piccoli. Invenia ABUS 2.0 è una soluzione progettata in modo specifico per aiutare i medici a individuare i tumori che potrebbero non essere visibili con la mammografia1,2.
SCREENING
La capacità di diagnosticare precocemente i tumori
Utilizzato insieme alla mammografia, Invenia ABUS 2.0 può migliorare il rilevamento del tumore alla mammella del 55% rispetto all’utilizzo della sola mammografia5. Se un tumore alla mammella viene individuato nello stadio iniziale, la percentuale di sopravvivenza è del 90% o più alta6.
DIAGNOSI E STADIAZIONE
Caratterizzazione della lesione per una stadiazione affidabile con tessuto mammario denso
Invenia ABUS 2.0 utilizza le più recenti innovazioni ecografiche e soluzioni basate sull’intelligenza artificiale per migliorare la precisione della diagnosi e aumentare la sicurezza clinica.
Un parametro di pratica dell’American College of Radiology elenca le seguenti indicazioni appropriate per l’ecografia diagnostica del seno e dell’ascella [113]:
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Valutazione e caratterizzazione delle masse palpabili e di altri segni e/o sintomi correlati al seno
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Valutazione di anomalie sospette o apparenti rilevate sulla mammografia (con o senza tomosintesi mammaria digitale), risonanza magnetica mammaria o altre modalità di imaging
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Valutazione iniziale dell’imaging delle masse mammarie palpabili in pazienti di età inferiore ai 30 anni che non sono ad alto rischio di sviluppare il cancro al seno
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Valutazione dei sintomi nelle pazienti in allattamento e in gravidanza
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Valutazione dei problemi associati alle protesi mammarie
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Linee guida per la biopsia e altre procedure interventiste per il seno e l’ascella
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Pianificazione del trattamento per la radioterapia
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Identificazione di linfonodi ascellari anomali in pazienti con cancro al seno di nuova diagnosi o ricorrente, o in pazienti con risultati altamente suggestivi di malignità o risultati palpabili sotto l’ascella
In una revisione sistematica e una meta-analisi di Sood et al, i dati dei paesi a basso e medio reddito hanno mostrato che gli ultrasuoni avevano una sensibilità diagnostica dell’89,2% e una specificità del 99,1% per il rilevamento del cancro al seno. Questi autori hanno concluso che l’ecografia ha un potenziale utilizzo come strumento di rilevamento primario per il cancro al seno in contesti a basse risorse in cui la mammografia non è disponibile. [114]
Imaging a risonanza magnetica
Le principali indicazioni per la risonanza magnetica del seno sono lo screening per il cancro al seno nelle donne a rischio maggiore, la stadiazione del cancro noto e la valutazione della risposta alla chemioterapia neoadiuvante. La risonanza magnetica del seno si basa sull’imaging ponderato T1 con contrasto, ma la valutazione multiparametrica, tra cui l’imaging ponderato T2, ultraveloce e ponderato per diffusione, può essere utilizzata per migliorare la caratterizzazione delle lesioni. [115]
La risonanza magnetica viene utilizzata in combinazione con la mammografia per lo screening del cancro al seno nelle donne ad aumentato rischio. [2, 116] Ad esempio, le linee guida dell’American College of Radiology (ACR) raccomandano uno screening supplementare con risonanza magnetica mammaria potenziata dal contrasto per le donne con i seguenti fattori di rischio [117]:
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predisposizione genetica
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Rischio calcolato di cancro al seno per tutta la vita del 20% o più
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Storia di radioterapia toracica o del mantello in giovane età
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Storia personale di cancro al seno e tessuto denso o diagnosi all’età di 50 anni
L’ACR raccomanda anche la considerazione di un’ulteriore sorveglianza con risonanza magnetica nelle donne con anamnesi di cancro al seno e in quelle con atipia alla biopsia, specialmente se sono presenti altri fattori di rischio.
Tuttavia, in uno studio osservazionale di Buist et al che ha incluso più di 2 milioni di screening in oltre 800.000 donne, lo screening MRI per il cancro al seno è stato associato a tassi più elevati di biopsia successiva, ma a una resa inferiore dei risultati del cancro. Nelle donne con una storia di cancro al seno, i tassi di biopsia erano più del doppio più alti dopo la risonanza magnetica che dopo la sola mammografia; nelle donne senza storia di cancro al seno, i tassi di biopsia erano più di cinque volte più alti. [118]
Nelle donne con una storia passata di cancro al seno, il carcinoma duttale in situ o malattia invasiva è stato trovato in 404,6 per 1000 biopsie dopo la mammografia rispetto a 267,7 per 1000 biopsie dopo la risonanza magnetica, una differenza significativa. Il rendimento non è stato significativamente più alto dopo la mammografia nelle donne senza una storia di cancro al seno: 279,3 contro 214,6 per 1000, rispettivamente. [118]
La risonanza magnetica del seno può essere eseguita quando si sospetta un cancro al seno, ma altri studi di imaging hanno prodotto risultati equivoci. [116] In uno studio su 1441 donne con seni densi che sono state sottoposte a screening, la risonanza magnetica al seno abbreviata è stata associata a un tasso significativamente più alto di rilevamento invasivo del cancro al seno rispetto alla tomosintesi mammaria digitale. [119]
Per ulteriori informazioni, vedere la mammografia a risonanza magnetica.
Studi di imaging
Gli studi di imaging utilizzati per la stadiazione del cancro al seno includono la tomografia a emissione di positroni (PET) e la scintimammografia.
Utilizzando una vasta gamma di metaboliti marcati (ad esempio, glucosio fluorurato [18-fluorodeossiglucosio;18FDG
La scintimammografia può svolgere un ruolo in varie indicazioni cliniche specifiche, come nei casi di mammografia non diagnostica o difficile e nella valutazione di pazienti ad alto rischio, risposta tumorale alla chemioterapia e coinvolgimento metastatico dei linfonodi ascellari. I seguenti 3 radiotracciatori sono comunemente utilizzati per l’imaging del seno o la scintimammografia nella pratica clinica o nella ricerca:
-
Technetium-99m ( 99mTc)-sestamibi (per l’imaging di perfusione miocardica); questo è stato il primo agente radiofarmaceutico ad essere approvato dalla Food and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti per l’uso nella scintimammografia [120]
-
99mTc-tetrofosmina (anche per l’imaging di perfusione miocardica)
-
99mTc-metilen difosfonato (MDP; per scintigrafia ossea)
In diversi studi prospettici, la sensibilità complessiva della scintimammografia 99mTc–
Precisione delle modalità di imaging del seno
Le diverse tecniche utilizzate nell’imaging del seno variano per quanto riguarda la sensibilità, la specificità e il valore predittivo positivo (vedi Tabella 1 di seguito).
Tabella 1. Accuratezza delle modalità di imaging del seno (apri la tabella in una nuova finestra)
| Modalità | Sensibilità | Specificità | PPV | Indicazioni |
| Mammografia | 63-95% (>95% palpabile, 50% impalpabile, 83-92% nelle donne di età superiore ai 50 anni; diminuisce al 35% nei seni densi) | 14-90% (90% palpabile) | 10-50%
(94% palpabile) |
Indagine iniziale per il seno sintomatico nelle donne di età superiore ai 35 anni e per lo screening; indagine di scelta per la microcalcificazione |
| Ultrasonografia | 68-97% palpabile | 74-94% palpabile | 92% (palpabile) | Indagine iniziale per lesioni palpabili in donne di età inferiore ai 35 anni |
| Risonanza magnetica | 86-100% | 21-97% (< 40% di cancro primario) | 52% | Seno cicatrizzato, impianti, lesioni multifocali e lesioni borderline per la conservazione del seno; può essere utile nello screening delle donne ad alto rischio |
| Scintigrafia | 76-95% palpabile, 52-91% impalpabile | 62-94% (94% impalpabile) | 70-83% (83% palpabile, 79% impalpabile) | Lesioni >1 cm e valutazione dell’ascella; può aiutare a prevedere la resistenza ai farmaci |
| ANIMALE DOMESTICO | 96% (90% metastasi ascellari) | 100% | Valutazione dell’ascella, seno cicatrizzante e lesioni multifocali | |
| MRI = risonanza magnetica; PET = tomografia a emissione di positroni; PPV = valore predittivo positivo. | ||||
Biopsia del seno
La biopsia percutanea con aghi di grosso calibro assistito da vuoto (VACNB) con guida dell’immagine è l’approccio diagnostico raccomandato per i tumori mammari di nuova diagnosi. Le biopsie di base possono ridurre al minimo la necessità di un intervento chirurgico (e delle successive cicatrici) e fornire una diagnosi patologica accurata per una gestione appropriata.
È stato dimostrato che la biopsia di escissione, come approccio operativo iniziale, aumenta il tasso di margini positivi. La biopsia a escissione aperta è riservata alle lesioni in cui la diagnosi rimane equivoca nonostante l’imaging e la valutazione della biopsia del nucleo o per lesioni benigne che il paziente sceglie di rimuovere. Poiché l’ampia clearance della lesione di solito non è l’obiettivo nelle biopsie diagnostiche, si evita così un’inutile distorsione del seno. L’audit in corso è essenziale per aiutare a ridurre un eccessivo rapporto di biopsia da benigna a maligna.
Test HER2
Il test per l’amplificazione del gene del recettore 2 del fattore di crescita epidermico umano (HER2) o la sovraespressione proteica è essenziale nel cancro al seno, per identificare i tumori che possono beneficiare delle terapie mirate a HER2. L’American Society of Clinical Oncology (ASCO) e il College of American Pathologists (CAP) hanno pubblicato linee guida per garantire l’accuratezza dei test HER2. I campioni di cancro al seno dovrebbero inizialmente essere sottoposti a test HER2 da un test immunoistochimico convalidato (IHC) (ad esempio, HercepTest; Dako, Glostrup, Danimarca) per l’espressione proteica HER2. Le linee guida sono state pubblicate per la prima volta nel 2007, aggiornate nel 2018 e riaffermate nel 2023. [121, 122, 123] (Vedi Ca
Il metodo di punteggio per l’espressione HER2 si basa sul modello di colorazione della membrana cellulare ed è il seguente:
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IHC 3+ – Positivo per l’espressione della proteina HER2; colorazione circonferenziale, completa e intensa della membrana in oltre il 10% delle cellule tumorali invasive
-
IHC 2+ – Equivoco per l’espressione della proteina HER2; colorazione completa della membrana da debole a moderata in oltre il 10% delle cellule
-
IHC 1+ – Negativo; colorazione incompleta della membrana che è debole o appena percettibile e in oltre il 10% delle cellule
-
IHC 0 – Negativo; nessuna colorazione osservata, o colorazione della membrana incompleta e debole/a malapena percepibile in ≤10% delle cellule
Nei campioni di cancro al seno con risultati equivoci (IHC 2+), le linee guida ASCO/CAP consigliano che il patologo debba ordinare un test riflessico dello stesso campione, utilizzando l’ibridazione in situ (ISH) per testare l’amplificazione HER2; o ordinare un nuovo test su un nuovo campione, se disponibile, utilizzando ICH o ISH. La disinzione è importante perché le pazienti con tumori al seno che sono IHC 3+ o IHC 2+ con ISH amplificato possono essere ammissibili a diverse terapie che interrompono le vie di segnalazione HER2, mentre i pazienti con IHC 1+ o IHC 2+ con ISH non amplificato possono essere trattati con il coniugato anticorpo-farmaco trastuzumab-deruxtecan. [122,
Il test HER2 ISH coinvolge il rapporto tra HER2 e il centromero del cromosoma 17 [HER2/CEP17] e il numero di copie genici. I risultati sono classificati come segue:
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Amplificazione HER2 positiva – rapporto HER2:CEP17 ≥ 2,0 e numero medio di copie HER2 ≥ 6,0 segnali/cella
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Amplificazione HER2 negativa – Rapporto HER2:CEP17 < 2,0 e numero medio di copie HER2 < 4,0 segnali/cella
Per i casi in cui il test ISH produce risultati contraddittori o intermedi (ad esempio, rapporto HER:CEP17 < 2,0, numero medio di copie HER2 ≥ 4,0 a < 6,0), le linee guida ASCO forniscono una serie di algoritmi per guidare la classificazione.
Istologia
I tumori al seno di solito sono tumori epiteliali di origine duttale o lobulare. Per una discussione completa, vedi Istologia del cancro al seno.
Tutte le seguenti caratteristiche sono importanti per decidere un ciclo di trattamento per qualsiasi tumore al seno:
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Taglia
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Stato del margine chirurgico
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Presenza o assenza di recettore degli estrogeni (ER) e recettore del progesterone (PR)
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grado nucleare e istologico
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Invasione linfovascolare
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Necrosi tumorale
-
Quantità di componente intraduttale
Sulla base dei risultati ER e PR (recettore ormonale) e HER2, il cancro al seno è classificato come uno dei seguenti tipi [6]:
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Positivo al recettore ormonale
-
HER2 positivo
-
Triplo negativo (ER, PR e HER2 negativo)
Questa classificazione aiuta a guidare la selezione dei regimi farmacologici.
grado istologico
Il grado istologico è il miglior predittore della prognosi della malattia nel carcinoma in situ, ma dipende dal sistema di classificazione utilizzato, come la classificazione di Van Nuys (comedo di alto grado, comedo di basso grado, non comedo di basso grado). La classificazione del carcinoma invasivo è importante anche come indicatore prognostico, con gradi più alti che indicano una prognosi peggiore (vedi Tabella 2 di seguito).
Tabella 2. Sistema di classificazione nel cancro al seno invasivo (Bloom e Richardson modificati) (Apri tabella in una nuova finestra)
| Punteggio | |||
| 1 | > 2 | > 3 | |
| A. Formazione dei tubuli | >75% | 10-75% | < 10% |
| B. Conteggio mitotico/HPF (dipendente dal microscopio e dal campo) | < 7 | 7-12 | >12 |
| C. Dimensione nucleare e pleomorfismo | Quasi normale; poca variazione | Leggermente ingrandito; variazione moderata | Marcatamente ingrandito; variazione marcata |
| Cancro di grado I se il punteggio totale (A + B + C) è 3-5 | |||
| Cancro di grado II se il punteggio totale (A + B + C) è 6 o 7 | |||
| Cancro di grado III se il punteggio totale (A + B + C) è 8 o 9 | |||
| HPF = campo ad alta potenza. | |||
…
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Gestione del cancro al seno
Chirurgia, radioterapia e ormone adiuvante o chemioterapia quando indicato sono considerati trattamento primario. La terapia chirurgica può consistere in lumpectomia o mastectomia totale con biopsia del linfonodo sentinella (SLNB) o dissezione completa del linfonodo ascellare (ALND). La radioterapia può seguire la chirurgia nel tentativo di sradicare la malattia residua riducendo al contempo i tassi di recidiva. Le terapie sistemiche adiuvanti (ad esempio, terapia ormonale, chemioterapia, terapie mirate), quando indicate, sono raccomandate sulla base della biologia tumorale, dei risultati del test dello stadio e dell’espressione genica, nonché dei singoli fattori del paziente come le comorbilità e le preferenze personali.
Prevenzione
Due modulatori selettivi del recettore degli estrogeni (SERM), tamoxifene e raloxifene, sono approvati per la riduzione del rischio di cancro al seno nelle donne ad alto rischio. Gli inibitori dell’aromatasi sono anche approvati per la riduzione del rischio nelle donne in postmenopausa. La mastectomia profilattica è anche un’opzione per la riduzione del rischio.
Molti tumori al seno precoci sono asintomatici; il dolore o il disagio non è di solito un sintomo del cancro al seno. Il cancro al seno viene spesso rilevato per la prima volta come un’anomalia in una mammografia prima di essere sentito dal paziente o dall’operatore sanitario.
L’approccio generale alla valutazione del cancro al seno è stato formalizzato come tripla valutazione: esame clinico, imaging (di solito mammografia, ecografia o entrambi) e biopsia con l’ago. (Vedi Workup.) Una maggiore consapevolezza pubblica e un miglioramento dello screening hanno portato a una diagnosi precoce, in fasi suscettibili di completare la resezione chirurgica e le terapie curative. I miglioramenti nella terapia e nello screening hanno portato a un miglioramento dei tassi di sopravvivenza per le donne con diagnosi di cancro al seno.
La chirurgia e la radioterapia, insieme all’ormone adiuvante o alla chemioterapia quando indicato, sono ora considerati il trattamento primario per il cancro al seno. Per molte pazienti con carcinoma mammario in fase iniziale a basso rischio, la chirurgia con radiazioni locali è curativa. (Vedi Trattamento.)
Le terapie adiuvanti per il cancro al seno sono progettate per trattare le malattie micrometastatiche o le cellule del cancro al seno che sono sfuggite ai linfonodi al seno e ai linfonodi regionali ma non hanno ancora stabilito una metastasi identificabile. A seconda del modello di riduzione del rischio, è stato stimato che la terapia adiuvante sia responsabile del 35-72% della diminuzione della recidiva del cancro.
Negli ultimi 3 decenni, la ricerca sul cancro al seno ampia e guidata dai sostenitori ha portato a straordinari progressi nella comprensione della malattia. Ciò ha portato allo sviluppo di trattamenti più mirati e meno tossici. (VediTrattamento e Farmaci.)
Per informazioni sull’educazione del paziente, vedere Cancro al seno e Diagnosi del cancro al seno: screening, rilevamento e test.
Diagnosi
• Il cancro al seno viene spesso rilevato per la prima volta come un’anomalia in una mammografia prima di essere avvertito dalla paziente o dall’operatore sanitario. Le caratteristiche mammografiche che suggeriscono malignità includono asimmetria, microcalcificazioni e una distorsione di massa o architettonica. Se una di queste caratteristiche viene identificata, la mammografia diagnostica insieme all’ecografia del seno deve essere eseguita prima di ottenere una biopsia. In alcuni casi, la risonanza magnetica per immagini (MRI) del seno può essere giustificata.
Segni e sintomi del tumore al seno
I tumori al seno in uno stato iniziale possono essere asintomatici, il dolore e il disagio sono in genere non presenti. Se viene scoperto un nodulo, quanto segue può indicare la possibile presenza di cancro al seno:
• Cambiamento delle dimensioni o della forma del seno, anche se nessun nodulo è palpabile
• Recente retrazione del capezzolo o cambiamento della cute o anomalie del capezzolo
• Secrezione monoorifiziale in particolare se ematica
• Adenopatia ascellare
Diagnosi precoce
La prevenzione secondaria ha come obiettivo la riduzione della mortalità e l’aumento dei tassi di sopravvivenza nei tumori molto aggressivi diagnosticando precocemente il tumore.
La mammografia non previene il tumore, permette di diagnosticarlo in anticipo, nella convinzione che così facendo le cure siano meno invasive e la mortalità sia ridotta. Tante donne pensano erroneamente che sottoponendosi a questo test eviteranno di ammalarsi.
Diagnosticare il tumore in una fase ancora iniziale di sviluppo, permette di intervenire su carcinomi di piccole dimensioni e di garantire così alla paziente una maggiore probabilità di guarigione completa, attraverso cure meno impattanti.
La mammografia è lo strumento di diagnosi precoce più adeguato nelle donne dai 40 anni in su, dove il rischio di insorgenza è piuttosto elevato.
Per le più giovani invece, in assenza di familiarità, non è indicata la mammografia; è suggerito invece praticare l’autopalpazione, dopo l’inizio delle mestruazioni, quando il seno è più valutabile. Nella fascia 30-40 anni, è consigliabile iniziare a sottoporsi a controlli periodici, supportati dall’ecografia mammaria, con la cadenza suggerita dallo specialista in base alla tipologia del seno e alla storia familiare.
In Italia, la mortalità per tumore della mammella dal 2001 al 2021 si è ridotta del 16%, ma con andamenti diversi nelle diverse aree del Paese: al Sud la riduzione di mortalità è stata inferiore rispetto a quanto osservato nel Nord (-6% vs -21%). In alcune Regioni del Sud, quali Calabria, Molise e Basilicata, si osservano addirittura degli incrementi pari al 9%, 6% e 0,8% rispettivamente.
La diagnosi precoce è disuguale
Calabria prima per migrazione sanitaria. Ultima per spesa sanitaria!
La Calabria, è l’ultima regione in Italia per spesa corrente in sanità, per numero di donne che si sottopongono agli screening oncologici ed è la prima per migrazione sanitaria. E’ quanto emerge dal Report Svimez “Un Paese, due cure”. I divari Nord-Sud nel diritto alla salute”, in collaborazione con Save the Children.
Secondo le valutazioni dell’Istituto superiore di sanità, nel biennio 2021-2022, in Italia circa il 70% delle donne di 50-69 anni si è sottoposta ai controlli: circa due su tre lo ha fatto aderendo ai programmi di screening gratuiti. La prima regione per copertura è il Friuli-Venezia Giulia (87,8%); l’ultima è la Calabria, dove solamente il 42,5% delle donne di 50-69 anni si è sottoposto ai controlli. Riguardo alla quota di donne che ha avuto accesso a screening organizzati, con l’11,8% la Calabria ha il dato più basso d’Italia. In relazione alla “fuga” dal Sud per ricevere assistenza in strutture sanitarie è sempre la Calabria a registrare l’incidenza più elevata di migrazioni: il 43% dei pazienti si rivolge a strutture sanitarie di Regioni non confinanti. Nelle regioni del Sud i tassi di mortalità, che storicamente erano più bassi rispetto al nord, ora sono paragonabili. Tra le cause c’è anche il minore ricorso agli screening: nelle aree dove si partecipa meno a questa forma di diagnosi oltre ad avere una maggiore mortalità c’è anche un più alto l’indice di fuga, il numero cioè di pazienti costretto a spostarsi per potersi operare.
Dove si fanno meno screening aumenta anche l’indice di fuga. Se si guarda alla correlazione tra l’indice di fuga e la copertura dello screening emerge che le Regioni con le coperture di screening più alte presentano indici di fuga più bassi. Questo dato evidenzia come in Regioni in cui lo screening mammografico raggiunge una buona parte della popolazione femminile il sistema è anche in grado si prendersi carico dei casi di tumore della mammella che necessitano di un ricovero ospedaliero per intervento chirurgico, mentre questo non è sempre garantito nelle Regioni dove lo screening è ancora lontano dai livelli ottimali. In questo panorama Regioni come Calabria e Molise si distinguono fra quelle con i più bassi livelli di copertura dello screening mammografico e il più alto indice di fuga.
L’attuale screening mammografico per il tumore al seno ha dimostrato di avere evidenti benefici, ma è anche associato ad alcuni effetti collaterali. Il rapporto rischio/beneficio di questi effetti può variare a seconda del rischio di ogni partecipante di sviluppare un tumore al seno. L’attuale strategia in uso (mammografia per tutte le donne a partire da una certa età) rispetto ad una strategia basata sul rischio (mammografie a intervalli di tempo diversi in base al rischio individuale + eventuale RMT o CEM se necessarie).
Nei Paesi occidentali, lo screening per il tumore al seno è parte di sistemi nazionali organizzati di screening con monitoraggio della qualità dello screening e con doppia lettura (ad eccezione di Israele) delle mammografie. Radiologi e radiografi certificati sono responsabili della qualità delle prestazioni diagnostiche.
Screening per il tumore al seno
L’obiettivo dello screening mammografico è quello di individuare il tumore il più presto possibile. La mammografia, in particolare la tomosintesi, è il miglior metodo di screening disponibile per la ricerca dei tumori di piccole dimensioni, ma non è in grado di rilevare tutti i tumori al seno: ecco perché è importante partecipare regolarmente ai programmi di screening. La tomosintesi, può essere definita una “mammografia migliore”, è in grado di eliminare gli artefatti da sovrapposizione del tessuto fibroghiandolare, incrementa la risoluzione spaziale, riduce i falsi negativi e i falsi positivi. I falsi negativi della mammografia digitale oscillano dal 10 al 30%. Ad eccezione delle pazienti molto rare con altissimo rischio, l’età è attualmente l’unico criterio per iniziare lo screening. A seconda del Paese, vengono offerte mammografie ogni 1-3 anni, a partire dai 40-50 anni fino ai 69-74 anni.
L’attuale screening per il tumore al seno mediante mammografia: danni e limit
L’attuale screening mammografico è associato ad una serie di danni e limiti che sono stati ampiamente discussi nella letteratura medica negli ultimi 10 anni: - La sensibilità della mammografia biennale (e ancor più se triennale, ad esempio nel Regno Unito) non è ottimale: 1-2 (o più per il Regno Unito) casi di tumori al seno ogni 1.000 donne esaminate sono tumori sviluppati durante l’intervallo. Ciò significa che tra il 16 e il 35% dei tumori sono tumori sviluppati durante l’intervallo, a seconda dell’intervallo di screening. Inoltre, circa un quarto dei tumori che si verificano in donne sottoposte a screening regolare è comunque diagnosticato allo stadio 2 o superiore.
- Una piccola percentuale di mammografie di screening porta a controlli aggiuntivi o biopsie per un’immagine che si rivela alla fine benigna: questi risultati “falsi positivi”, secondo le stime, riguardano il 3-14% di tutte le mammografie, causando inutili ansie nelle pazienti.
- Un’altra critica è la sovradiagnosi (diagnosi tramite screening di un tumore che non sarebbe diventato clinicamente evidente senza lo screening) che è stimata in media nel 10% di tutti i tumori rilevati durante screening (le stime sono molto variabili; vanno dall’1% al 30%, a seconda della popolazione e dei metodi di stima), il che porta ad un trattamento eccessivo.
- Lo screening mammografico è associato ad un rischio di tumore al seno causato dalle radiazioni. Il rischio appare estremamente basso (circa 1 donna su 1.000 sottoposte a screening per 30 anni) rispetto ai benefici della diagnosi precoce, e le dosi di radiazioni somministrate sono ora monitorate molto attentamente.
La regola in medicina e sanità pubblica è che per decidere se un intervento è utile si fa un bilancio tra gli effetti che produce di tipo positivo (benefici) e quelli di tipo negativo (danni). Nel caso dello screening mammografico il beneficio principale è che, alla lunga, meno donne muoiono di tumore al seno mentre il danno principale è che alcune donne possono subire trattamenti inutili. Una volta identificati i principali risultati, per fare il bilancio occorre avere un’idea del loro valore numerico: quante sono le morti di tumore al seno evitate dai Programmi di screening? E quante le sovradiagnosi, cioè i casi diagnosticati in eccesso?Il bilancio è positivo per le autorità sanitarie che su questa base organizzano il Programma di screening. Autorevoli gruppi e istituzioni scientifiche, seguendo approcci metodologici diversi, arrivano a produrre stime dei beniefici e soprattutto dei danni a volte molto diverse.
| Quante donne in meno muoiono di tumore al seno grazie allo screening ? | Quante diagnosi di tumore al seno in eccessoci sono per lo screening ? |
|---|---|
| I valori di riduzione della mortalità per tumore al seno trovati dai ricercatori vanno da circa il 20% al 38%. La disparità dipende dai diversi metodi seguiti per calcolarli e nessun metodo è riconosciuto da tutti come migliore degli altri. |
I valori di sovradiagnosi trovati dai ricercatori vanno da circa il 5% al 30%. La disparità dipende dai diversi metodi seguiti per calcolarli e nessun metodo è riconosciuto da tutti come migliore degli altri. |
Cambiare la tempistica può essere positivo
Lo screening annuale può essere più efficace dello screening biennale per le donne ad alto rischio a causa di seno denso e di altri fattori di rischio. Al contrario, diversi studi hanno suggerito che le donne che sono state sottoposte a meno screening in una situazione a basso rischio avrebbero ottenuto un buon rapporto rischi-benefici.
Per tutte queste ragioni, si prevede che lo screening basato sul rischio non sarà inferiore e sarà, anzi, potenzialmente superiore allo screening standard basato sull’età:
Nei soggetti ad alto rischio, anche se i danni dello screening non diminuiranno e potrebbero persino aumentare a causa di una maggiore frequenza di screening, tale screening ha ampie possibilità di essere più efficiente, come dimostrato in molte pubblicazioni.
Nei soggetti a basso rischio, il rapporto rischi-benefici dovrebbe essere guidato da una diminuzione del danno in termini di risultati falsi positivi, sovradiagnosi e tumori radio-indotti, mentre l’efficacia non dovrebbe essere ridotta con l’esecuzione di screening con minore frequenza. Tuttavia, il basso rischio non significa che il rischio sia nullo, e le misure di precauzione adatte (autopalpazione, ecc.) dovrebbero essere rese più rigide.
“Medicina 4P” e relativa applicazione allo screening per il tumore al seno

Fattori di rischio per il tumore al seno
Sebbene i decessi per tumore al seno siano diminuiti in molti Paesi occidentali, la sua incidenza continua ad aumentare. In particolare, in Paesi con un’incidenza storicamente bassa, i tassi di tumore al seno stanno aumentando rapidamente, il che lo rende oggi il tumore più diffuso al mondo. L’aumento dell’incidenza è quasi certamente legato ai cambiamenti nei modelli alimentari e riproduttivi associati allo stile di vita occidentale. Studi genetici condotti negli Stati Uniti, in Islanda e nel Regno Unito hanno dimostrato un aumento triplicato dell’incidenza negli ultimi 80 anni, non solo nella popolazione generale, ma anche tra le donne con mutazioni dei geni BRCA1 e BRCA2.
L’esplorazione e la descrizione dei rischi associati al cancro al seno attraverso ampie coorti retrospettive e prospettiche hanno permesso di ottenere una quantità molto elevata di dati sui potenziali fattori di rischio individuali di cancro al seno.
Sono stati identificati diversi fattori di rischio di cancro al seno, tra cui la storia familiare, l’esposizione a ormoni, la storia riproduttiva e lo stile di vita.
Una storia familiare di tumore al seno suggerisce la presenza di una variante genetica ereditaria come quelle dei geni BRCA1 e BRCA2, che conferiscono un’elevata suscettibilità (Couch et al. 2014). Recentemente sono stati identificati ulteriori fattori di rischio genetico, incluse varianti rare in geni come PALB2, CHEK2, associate a varianti di rischio da moderato ad alto e varianti comuni a basso rischio.
I fattori di rischio non genetici di tumore al seno includono fattori ormonali (ad es. uso di terapia ormonale sostitutiva, contraccezione orale), fattori riproduttivi (ad es. età della prima gravidanza, allattamento, età del menarca, età della menopausa) e fattori riguardanti lo stile di vita (ad es. obesità, attività fisica, consumo di alcol).
Nel complesso, ad eccezione della vera predisposizione genetica, ognuno di questi fattori da solo ha un impatto limitato, con rischi relativi compresi tra 1,1 (fattori riproduttivi) e 3.
Inoltre, nel corso degli ultimi 20 anni la densità mammaria è stata esplorata e confermata da molti studi come un importante fattore di rischio di cancro al seno, insieme ma indipendentemente da un suo altro effetto (effetto di mascheramento): la densità è infatti al momento considerata come un indicatore che riassume / può essere utilizzato come marcatore surrogato sia del background genetico di una donna, sia delle esposizioni esogene a ormoni o altri modificatori di rischio.
Modelli di valutazione del rischio di tumore al seno
Poiché i fattori individuali, ad eccezione della storia familiare, hanno un impatto limitato se considerati da soli, negli ultimi 25 anni sono stati sviluppati diversi modelli matematici multivariabili per stimare il rischio di cancro al seno nella popolazione generale. Tutti questi modelli utilizzano variabili cliniche basate su storia familiare, storia di malattia benigna del seno, così come variabili che riassumono una certa quantità di esposizione ormonale endogena ed esogena derivata da studi epidemiologici.
Questi modelli di rischio di tumore al seno possono essere suddivisi tra quelli che utilizzano principalmente fattori ormonali e ambientali e quelli che si concentrano maggiormente sul rischio ereditario. Sono stati sviluppati modelli specifici per le popolazioni ad alto rischio dovuto alla familiarità, i quali sono in grado di prevedere la probabilità di una mutazione germinale e il rischio individuale di cancro al seno di una donna in questo contesto: essi includono i modelli di Claus esteso e, più recentemente, BRCAPRO e Bodicea. Questi modelli, tuttavia, non sono adatti alla popolazione generale e sono stati sviluppati per prevedere le mutazioni BRCA1/2, ma possono essere meno rilevanti per altre alterazioni della linea germinale.
Questi modelli non sono adatti per la popolazione generale, per la quale cui i modelli più accurati sono i tre modelli aggiornati Breast Cancer Risk Assessment Tool (BCRAT/Gail), Tyrer-Cuzick (IBIS) e Breast Cancer Screening Consortium (BCSC).
I recenti modelli di rischio di tumore al seno si basano su coorti di screening e integrano la densità mammografica del seno come fattore di rischio. Questa aggiunta ha leggermente aumentato l’accuratezza dei modelli nel discriminare tra le donne che si ammalano e quelle che non si ammalano di cancro al seno, con statistiche di concordanza (c-statistica) di circa 0,65 rispetto a 0,58 per i modelli che non includono la densità.
Un punto fondamentale è l’utilizzo di modelli convalidati a livello internazionale, e tutti e tre questi punteggi/modelli sono attualmente in corso di convalida esterna. I team coinvolti in MyPeBS hanno esperienza con due importanti modelli di valutazione del rischio di cancro al seno, recentemente aggiornati e rispettati:
- Il modello americano BCSC è stato validato nella coorte clinica Mayo e, più recentemente, nelle popolazioni francesi di screening mammografico generale (dopo l’adeguamento dell’incidenza nazionale, c-statistica 0,61, E/0 1,005) e può essere utilizzato come tale.
- Il modello Tyrer-Cuzick è stato ampiamente descritto sia nelle popolazioni generali che nelle cliniche familiari ad alto rischio, e tra le popolazioni di studi clinici (IBIS1). Ha particolare rilevanza per le donne con una storia familiare: la sua accuratezza è media nella popolazione generale (c-statistica tra 0,57-0,60), mentre è molto elevata nelle popolazioni con rischio familiare (c-statistica fino a 0,70).
La genotipizzazione permette di effettuare una stima del rischio di cancro al seno

Il polimorfismo a singolo nucleotide (SNP) è una mutazione del DNA in un singolo nucleotide che si verifica in una specifica posizione all’interno del genoma, laddove ogni variazione è presente in misura apprezzabile all’interno di una popolazione (es. > 1%).
Oltre ai precedenti fattori di rischio clinico e alla loro somma per formare punteggi, enormi sforzi internazionali (in Europa e Nord America) hanno portato, attraverso i progressi nel campo della tecnologia genomica, all’identificazione di oltre centocinquanta polimorfismi a singolo nucleotide (SNPs) comuni e validati, associati al rischio di cancro al seno.
Questi SNP prevedono sia il tumore al seno invasivo in generale nella maggior parte dei casi e/o per il rischio di recettori ormonali negativi, o il rischio di morte per tumore al seno. Molti SNP hanno un impatto minimo, quelli descritti all’inizio hanno l’impatto più alto (rischio totale 1,01-1,30).
Le ultime pubblicazioni hanno identificato più di 300 nuovi fattori indipendenti associati al rischio complessivo di cancro al seno a P < 5 × 10-8. La maggior parte dei polimorfismi a singolo nucleotide in questi loci ricadono in elementi regolatori distali e, integrando in silico i dati per prevedere i geni bersaglio nelle cellule mammarie in ciascun locus, hanno dimostrato una forte sovrapposizione tra i geni bersaglio candidati e i geni somatici guida nei tumori al seno.
L’importanza dei polimorfismi a singolo nucleotide nella previsione del rischio di cancro, rispetto ad altri fattori di rischio di cancro al seno, in particolare la densità mammografica, la storia riproduttiva e lo stile di vita, è ora stata provata. Le combinazioni di modelli di rischio che includono le variabili classiche + densità mammografica + punteggio SNP (ovvero un punteggio di rischio basato sul polimorfismo = PRS) sono utilizzate per stimare con maggiore precisione il rischio della popolazione, affinando i gruppi ad alto e basso rischio.
Screening personalizzato: non tutte le donne hanno lo stesso rischio, non tutte le donne hanno lo stesso seno!
Negli ultimi 10 anni sono state pubblicate diverse rivalutazioni dei benefici associati allo screening mammografico negli studi randomizzati con interpretazione variabile dei dati. Infatti, le metodologie degli studi sono in qualche modo eterogenee, e la maggior parte degli studi risalgono a momenti in cui l’incidenza e le terapie erano molto diverse. Nel 2011, il pannello indipendente del Regno Unito ha stimato che il beneficio dello screening mammografico a partire dall’età di 50 anni è dell’ordine di una morte per cancro al seno prevenuta su 250 donne invitate.
Il rapporto benefici e rischi-benefici dello screening mammografico tra i 40 e i 50 anni è dubbio e ogni Paese ha attualmente una propria politica. È stato inoltre dimostrato che lo screening mammografico riduce il numero di tumori di stadio 2 e superiori diagnosticati in donne di età superiore ai 50 anni
Confronto mammografia 2D con tomosintesi. il tumore è ben evidenziabile in tomosintesi
Limiti della mammografia:
- mammelle opache, ghiandolari (densità c e d)
- sede marginale del tumore
- scarsa densità (opacità) intrinseca del tumore
- tumore molto piccolo
- contorni regolari di alcuni tumori
- apparecchiature obsolete, errori nell’esecuzione dell’esame
L’utilizzo di apparecchiature non obsolete è un obbligo delle strutture sanitarie. Oggi in Italia vengono eseguite 1,6 milioni di mammografie all’anno. Il 29% dei mammografi, però, ha più di dieci anni. Un mammografo con meno di dieci anni è spesso un mammografo 3D (tomosintesi) che consente una visione più accurata e approfondita delle patologia tumorali.
I programmi di screening hanno sempre utilizzato una strategia “universale” in cui le donne di uno specifico gruppo (tipicamente tra i 50 e i 69 anni) sono invitate per una mammografia (2 radiografie bilaterali del seno) ogni 2 anni. Questo approccio ha dimostrato i suoi benefici (riduzione del 20% della mortalità specifica per il cancro al seno). Tuttavia, porta anche alcuni effetti collaterali, come i risultati falsi positivi, sovradiagnosi e trattamenti eccessivi – vale a dire il trattamento dei tumori indolenti (quelli che non avrebbero mai causato problemi durante la vita di una donna perché evolvono molto lentamente), e un basso rischio di cancro indotto dalle radiazioni per tutta la vita. Inoltre, la sensibilità dell’attuale screening mammografico non è perfetta, e il suo impatto sulla mortalità non è così elevato come si potrebbe pensare.
I vantaggi della tomosintesi
I programmi di screening organizzato contribuiscono alla riduzione delle diseguaglianze in termini di accesso alla prevenzione nelle fasce di popolazione target più svantaggiate? No. La diseguaglianza nell’adesione allo screening viene rilevata per:
- territorio
- livello d’istruzione
- difficoltà economiche
- cittadinanza straniera.
Nonostante mozioni parlamentari direttive Europee e l’impegno delle Associazioni delle donne a oggi non si vedono concreti progetti operativi che possano superare la disomogeneità di diagnosi precoce e di trattamento ancora presenti nel nostro territorio. La percezione delle differenze e della inadeguatezza è diffusa. Esiste una forte differenza tra le varie aree geografiche nella tempestività della diagnosi. La distribuzione per stadio del tumore è diversa tra Nord, Centro e Sud. Al Nord e al Centro il 60% dei tumori viene individuato nello stadio precoce, al Sud solo il 40%.
Elementi discordanti e contradditori dello screening mammografico:
- Assenza del rapporto medico-paziente e non completa informazione
- Non coinvolgimento delle donne e delle Associazioni femminili
- Mammografia esclusiva (biennale)
- Lettura dell’esame differita e ansia nei richiami
- Bassa adesione ai programmi al Sud;
- Tasso dei carcinomi non rilevati (20%);
- Carcinomi d’intervallo del 30% se screening annuale, del 50% se biannuale;
- 10% di sovratrattamento;
- Nessun esame per le donne escluse dal programma;
Nella strategia attualmente utilizzata, tutte le donne invitate alla mammografia sono trattate allo stesso modo. Ma le donne non sono tutte uguali: ogni donna ha un rischio diverso di sviluppare il tumore al seno, che dipende da fattori genetici, stile di vita ed esposizione a ormoni.
Un approccio promettente per migliorare lo screening mammografico è lo screening personalizzato, basato sul rischio individuale.
I benefici della mammografia sono noti, ma molte donne potrebbero aver bisogno di uno screening aggiuntivo, utilizzando l’ecografia, nei casi di densità mammaria più alta. Per determinare lo strumento di screening ottimale, dovremmo dialogare con la paziente e conoscere la sua storia personale – non possiamo fare una dichiarazione generale che tutti dovrebbero ottenere questo o quello. È impraticabile dire, ad esempio, che una risonanza magnetica è il miglior test, quindi tutte dovrebbero farla.
La densità del seno è una misura utilizzata per descrivere la proporzione dei diversi tessuti che compongono il seno di una donna. I seni sono costituiti di grasso, tessuto ghiandolare e tessuto connettivo. L’elevata densità del seno significa che esiste una percentuale maggiore di tessuto ghiandolare e connettivo rispetto al grasso. La densità mammografica viene classificata usando una scala di 4 livelli.
Il seno denso, è un fattore limitante per la rilevazione del carcinoma mammario mediante mammografia poiché il tessuto mammario denso, come i noduli maligni o benigni, appare bianco sulla mammografia. Nelle mammelle ad elevata densità la mammografia di screening rileva il tumore solo nel 40%-50% dei casi.
Tumori del seno: un approccio medico personalizzato è lo screening ottimale.
L’uso integrato di esami diagnostici diversi, il tipo di strumentazione e l’esperienza del medico fanno la differenza per la diagnosi precoce del tumore della mammella.
| L’approccio integrato prevede la presa in carico continuativa della donna da parte del senologo clinico. Dovrebbe essere praticata la visita senologica completa con l’utilizzo integrato di più metodiche diagnostiche: tomosintesi, ecografia, mammografia con mezzo di contrasto (CEM) e in casi selezionati l’agobiopsia. Questo metodo consente di individuare un 30% in più di casi di tumore rispetto alla sola mammografia periodica, consigliata dalle linee guida ogni due anni. |
La classificazione della densità del seno (studiata con software dedicato) è un marker di rischio diagnostico riconosciuto sia per quello che viene chiamato “effetto masking” (cioè il tumore, in questi casi, è oscurato dalla densa struttura del seno, cioè il tumore non si vede perché è bianco come la componente ghiandolare della mammella) sia, come indicatore del rischio futuro di ammalarsi di tumore, le donne con densità elevata hanno un rischio 4 volte superiore di ammalarsi di tumore al seno rispetto alle con il seno adiposo.
Un radio-senologo potrebbe e dovrebbe consegnare i risultati alla paziente in tempo reale alla fine dell’esame mammografico, integrando con ecografia in caso di seno denso e formulando raccomandazioni in base alle stime del rischio. La categoria di densità definisce l’intervallo di esecuzione dell’esame e gli esami supplementari come l’ecografia e la RM o la mammografia con il contrasto.
I limiti della mammografia per la rilevazione del cancro tra le donne con seno denso hanno portato molti stati americani ad emanare una legislazione che impone ai radiologi di informare i pazienti sulla densità del seno e indicare la possibile necessità di esami supplementari. Il rapporto dovrebbe essere scritto in linguaggio comprensibile, specificando il “significato” di densità mammografica.
Circa il 30% dei tumori mammari non viene diagnosticato alla mammografia e il 10% delle donne viene richiamato per esami aggiuntivi. Le due principali limitazioni della mammografia sono, infatti, la ridotta sensibilità nei seni densi, dove questa si riduce dal 95% nel seno adiposo (densità a), al 40-50% (densità d) e la percentuale relativamente elevata di falsi positivi. In questo contesto, l’esame ecografico supporta l’esame mammografico.
L’ecografia trova indicazione in molti casi e se associata alla mammografia determina dei notevoli vantaggi:
- studio di reperti clinici e/o mammografici dubbi
- studio di mammelle radiopache (seno denso)
- incrementa la sensibilità dei tumori non palpabili e mammograficamente occulti
- consente il rapporto medico-paziente
- facilita le procedure interventistiche
Non deve essere usata come tecnica alternativa alla mammografia ai fini di diagnosi precoce.
L’ecografia si è confermata più utile della mammografia nelle donne più giovani rispetto a quelle sopra i 60 anni e nei seni a maggiore densità ghiandolare. La mammografia con il contrasto e la risonanza come strumento aggiuntivo aiutano a identificare i casi di tumore iniziale non individuati alla mammografia.
Nel seno a densità adiposa o fibroadiposa (a e b) la tomosintesi può essere effettuata ogni due anni, nelle donne con mammelle a densità eterogenea o a densità elevata (c e d) si richiede la tomosintesi e l’ecografia annualmente. Nei casi di densità elevata d, alcuni protocolli prevedono ogni due anni la mammografia con il contrasto o la risonanza magnetica con mezzo di contrasto.

Oltre alla valutazione della densità mammografica, nello screening personalizzato, si raccomanda di basare il programma di sorveglianza sui fattori di rischio specifici del paziente, come segue:
- Per la maggior parte delle donne a rischio superiore alla media con mutazione genetica, rischio calcolato a vita ≥ 20%, o esposizione alle radiazioni toraciche in giovane età il metodo di screening supplementare di scelta è la risonanza magnetica al seno o la mammografia con mezzo di contrasto a partire dai 25 ai 30 anni.
- Cancro al seno prima dei 50 anni o con storie personali di cancro al seno e seni marcatamente densi: Risonanza magnetica annuale supplementare al seno o Mammografia con contrasto biennale.
La mammografia con mezzo di contrasto (CEM) è la più recente delle tecniche diagnostiche introdotte in senologiaL’introduzione della Mammografia con mezzo di contrasto (generalmente indicata come CEM) ha l’obiettivo di superare parte dei limiti della mammografia standard. La CEM è una metodica che combina le informazioni morfologiche della mammografia digitale e informazioni funzionali grazie all’utilizzo del mezzo di contrasto iodato iniettato per via endovenosa, che consente la valutazione della neoangiogenesi tumorale analogamente a quanto avviene con la risonanza magnetica (RM) con mezzo di contrasto endovenoso.
Mammografia 2D CEM Tomosintesi
Il tumore del seno è caratterizzato prevalentemente da un’area di nuova formazione di vasi (neoangiogenesi), pertanto la possibilità di evidenziare e studiare la presenza di queste aree è importante ai fini diagnostici.
Questo esame – molto veloce e ben tollerato dalle pazienti – permette di escludere completamente tutte le patologie benigne e di evidenziare solo le aree interessate dalla neoplasia. Come ormai dimostrato in letteratura da numerosi studi, la mammografia con mezzo di contrasto ha le stesse indicazioni e possibilità diagnostiche della risonanza magnetica.
In tale contesto la CEM è in grado di combinare in un unico esame sia la valutazione morfologica della mammografia che l’analisi della neo-angiogenesi, ed è potenzialmente più accessibile della RM, a oggi per lo più limitata alle sole pazienti ad alto rischio.
Una medicina umana implica la capacità di agire con ascolto, moderazione e condivisione per una senologia sempre più umana e attenta ai bisogni delle donne. Costruiamo fiducia attraverso il dialogo per una alleanza diagnostica finalizzata ad una medicina personalizzata!
Diagnosi di tumore al seno
Il cancro al seno viene spesso rilevato per la prima volta come anomalia in una mammografia prima di essere avvertito dalla paziente o dall’operatore sanitario.
La valutazione del cancro al seno include quanto segue:
• Esame clinico
• Immagini diagnostiche
• Biopsia con ago
Esame clinico
I seguenti quadri richiedono approfondimenti.
• Retrazione della cute
• Retrazione del capezzolo
• Vene dilatate
• Ulcerazione
• Eritema cutaneo o arrossamento simile all’eczema sul capezzolo o sull’area circostante
• Nodulo
• Edema o buccia d’arancia
Se viene trovato un nodulo palpabile che possiede una delle seguenti caratteristiche, può essere presente il cancro al seno:
• Consistenza dura
• Irregolarità
• Nodularità focale
• Fissazione alla pelle o al muscolo.
La diagnosi precoce rimane la difesa principale nella prevenzione del cancro al seno avanzato. Le modalità di screening includono quanto segue:
• Mammografia con tomosintesi
• Ultrasonografia
• Risonanza magnetica (MRI) con e senza contrasto
• Mammografia con contrasto (CEM)
L’ecografia, la CEM e la risonanza magnetica sono più sensibili della mammografia per il cancro invasivo nel seno non adiposo.


La tomosintesi, l’esame clinico e la risonanza magnetica sono più sensibili di qualsiasi altro test individuale o combinazione di test.

L’autoesame del seno non è più raccomandato. Invece, si raccomanda la consapevolezza del seno; le donne dovrebbero avere familiarità con l’aspetto e la sensazione normalmente del loro seno e segnalare prontamente eventuali cambiamenti al loro medico senologo. La maggior parte delle linee guida non prevede l’esame clinico per lo screening.
Biopsia
La biopsia del nodulo con guida dell’immagine è l’approccio diagnostico raccomandato per i tumori al seno di nuova diagnosi. Questo ottiene tessuto mammario senza chirurgia e può eliminare la necessità di ulteriori interventi chirurgici.
Considerazioni sull’iter diagnostico
La valutazione del cancro al seno dovrebbe essere un’indagine che inizia con i sintomi, la storia clinica generale. Questo è seguito da una sequenza che è diventata formalizzata come tripla valutazione, che include i seguenti componenti:
• Esame clinico
• Imaging (di solito mammografia, ecografia o entrambi)
• Biopsia con ago
• Questo approccio si presta naturalmente a un grado di invasività gradualmente crescente, in modo che una diagnosi possa essere ottenuta con il minimo grado di invasività e, di conseguenza, la quantità minima di disagio per il paziente. Poiché le indagini più invasive tendono anche ad essere le più costose, questo approccio è di solito il più economico.
• Gli obiettivi della valutazione di una lesione al seno sono giudicare se è necessario un intervento chirurgico e, in caso affermativo, pianificare l’intervento chirurgico più appropriato. L’obiettivo finale della chirurgia è raggiungere il grado più appropriato di conservazione del seno riducendo al minimo la necessità di rioperazione.
Screening del cancro al seno
Mentre la diagnosi precoce è stata sostenuta come difesa primaria contro lo sviluppo del cancro al seno potenzialmente letale, sono state sollevate domande riguardanti l’età in cui iniziare, la modalità di utilizzo, l’intervallo tra gli screening, se sottoporre a screening le donne anziane e persino l’impatto sui decessi correlati al cancro al seno. È opinione diffusa che i tumori al seno più piccoli o non palpabili e che presentano un profilo favorevole del marcatore tumorale siano più curabili se rilevati precocemente.
È stato dimostrato un beneficio di sopravvivenza della diagnosi precoce con lo screening mammografico. [91, 92] Una revisione che ha utilizzato sette modelli statistici ha determinato che l’uso della mammografia di screening ha ridotto il tasso di mortalità per cancro al seno del 28-65% (mediana, 46%). [91] Una meta-analisi ha rilevato che la mammografia a screening riduce la mortalità per cancro al seno di circa il 20-35% nelle donne di età compresa tra 50 e 69 anni e leggermente meno nelle donne di età compresa tra 40 e 49 anni a 14 anni di follow-up. [92]
Nello studio Age del Regno Unito, la mortalità per cancro al seno nei primi 10 anni dopo la diagnosi è stata significativamente inferiore (rapporto tasso [RR] 0,75) nelle donne che hanno ricevuto una mammografia di screening annuale dall’età di 40-49 anni rispetto a quelle invitate allo screening all’età di 50 anni e successivamente ogni 3 anni. Durante il resto del periodo di follow-up di 17 anni, tuttavia, la riduzione della mortalità per cancro al seno non era evidente (RR 1.02). [93]
Al contrario, il follow-up di 25 anni di 89.835 donne nel Canadian National Breast Screening Study ha rilevato che la mammografia annuale nelle donne di età compresa tra 40 e 59 anni non riduceva la mortalità per cancro al seno oltre a quella dell’esame fisico o delle cure abituali quando la terapia adiuvante per il cancro al seno è liberamente disponibile. I risultati per le donne di età compresa tra 40-49 e 50-59 anni erano quasi identici. Inoltre, il 22% (106/484) dei tumori al seno invasivi rilevati dalla mammografia di screening è stato sovradiagnosticato, rappresentando un tumore al seno sovradiagnosticato per ogni 424 donne che hanno ricevuto lo screening mammografico nello studio. [94]
Uno studio osservazionale su larga scala, basato sulla popolazione, di García-Albéniz et al ha concluso che il continuo screening annuale del cancro al seno oltre i 75 anni non ha comportato riduzioni sostanziali della mortalità per cancro al seno a 8 anni rispetto all’interruzione dello screening. Lo studio ha utilizzato i dati di 1.058.013 donne iscritte a Medicare negli Stati Uniti durante il 2000-2008. [95]
Nelle donne di età compresa tra 70 e 74 anni, lo screening continuo ha portato a un tasso leggermente ridotto di mortalità per cancro al seno in 8 anni: 2,7 decessi per 1.000 donne, rispetto ai 3,7 per coloro che hanno interrotto lo screening. In quelli di età compresa tra 75 e 84 anni, cifre comparabili erano 3,8 contro 3,7 decessi per 1.000 donne (hazard ratio, 1,00 [CI, da 0,83 a 1,19]). [95] Sebbene il cancro al seno sia stato diagnosticato più spesso nelle donne che hanno continuato lo screening, ciò non si è tradotto in una riduzione significativa dei decessi perché il cancro al seno è un trattamento meno efficace nelle donne anziane. [96]
Esistono una serie di modalità di screening per il cancro al seno, tra cui la mammografia, l’ecografia e la risonanza magnetica. L’autoesame del seno non è più raccomandato per lo screening. Invece, si raccomanda la consapevolezza del seno; le donne dovrebbero avere familiarità con l’aspetto e la sensazione normalmente del loro seno e segnalare prontamente eventuali cambiamenti al loro fornitore di assistenza sanitaria. [2, 3] La maggior parte delle linee guida raccomanda anche contro l’esame clinico del seno. [4,5, 97] (Vedi Screening Del Cancro Al Seno.)
Mammografia
La mammografia è una modalità a basso dosaggio basata sui raggi X utilizzata per visualizzare il seno. Attualmente è il miglior metodo basato sulla popolazione disponibile per rilevare il cancro al seno in una fase precoce. [92, 98.99]
La mammografia viene utilizzata sia per lo screening per rilevare un cancro che per il lavoro diagnostico dei pazienti dopo che è stato rilevato un tumore. La mammografia di screening viene eseguita nelle donne asintomatiche, mentre la mammografia diagnostica viene eseguita nelle donne sintomatiche (cioè, quando è presente un nodulo al seno o una secrezione del capezzolo o quando si trova un’anomalia durante la mammografia di screening).
La mammografia è sensibile alle microcalcificazioni che si sviluppano nei tumori mammari con sensibilità inferiore a 100 µm. La mammografia spesso rileva una lesione prima che sia palpabile dall’esame clinico del seno e, in media, da 1 a 2 anni prima di essere notata dall’autoesame del seno.
I progressi nella mammografia includono lo sviluppo della mammografia digitale e l’aumento dell’uso di sistemi di diagnosi assistita da computer (CAD). [100] I sistemi CAD sono stati sviluppati per aiutare il radiologo a identificare anomalie mammografiche. La mammografia tomosintetica è un metodo per creare un’immagine tridimensionale del seno da sezioni trasversali a raggi X. La mammografia con tomosintesi aumenta i tassi di rilevamento del cancro nei pazienti asintomatici. [101, 102]
La mammografia digitale consente di registrare e memorizzare l’immagine. Con la tecnologia informatica, le immagini della mammografia digitale possono essere ingrandite e l’immagine modificata per migliorare la valutazione di aree specifiche in questione. Le immagini digitali possono essere trasmesse elettronicamente, riducendo il tempo per un secondo parere senza il rischio di perdere la pellicola.
In uno studio di coorte su donne di età compresa tra 50 e 74 anni, che ha utilizzato i dati del programma di screening del seno dell’Ontario, la radiografia computerizzata (CR) è stata il 21% meno efficace della radiografia digitale diretta (DR) per la diagnosi del cancro al seno; tuttavia, la DR era equivalente alla mammografia con film sullo schermo (SFM). [103]
La US Preventive Services Task Force (USPSTF) riferisce che la riduzione della mortalità per cancro al seno dovuta alla mammografia di screening varia con l’età del paziente. Con la mammografia di screening, il rischio relativo (RR) di mortalità per cancro al seno era di 0,92 per le donne di età compresa tra 39 e 49 anni, 0,86 per quelle di età compresa tra 50 e 59 anni, 0,67 per quelle di età compresa tra 60 e 69 anni e 0,80 per quelle di età compresa tra 70 e 74 anni. Il rischio di carcinoma mammario avanzato è stato ridotto per le donne di età pari o superiore a 50 anni (RR 0,62) ma non per quelle di età compresa tra 39 e 49 anni (RR 0,98). [104]
Screening mammografico
Sebbene le linee guida per la mammografia siano in vigore da più di 30 anni, il 20-30% delle donne non si sottopone ancora allo screening come indicato. I due fattori più significativi che governano la decisione di una donna di sottoporsi a mammografia sono la raccomandazione del medico e l’accesso all’assicurazione sanitaria. Le donne non bianche e quelle di basso status socioeconomico hanno meno probabilità di ottenere servizi di mammografia e più probabilità di presentare malattie in fase avanzata che minacciano la vita. [105, 106]
Attualmente, le raccomandazioni più ampiamente accettate negli Stati Uniti provengono dall’American Cancer Society (ACS). Nell’ottobre 2015, l’ACS ha aggiornato le sue linee guida, che in precedenza avevano raccomandato la mammografia di screening annuale, a partire dall’età di 40 anni per tutte le donne e continuando finché una donna è in buona salute, insieme a esami clinici del seno circa ogni 3 anni per le donne tra 20 e 30 anni e ogni anno per le donne dai 40 anni in su, con l’autoesame mensile del seno come opzione per le donne che iniziano i 20 anni. [107, 108]
Le attuali raccomandazioni ACS per le donne a rischio medio di cancro al seno sono le seguenti [108, 3]:
• Le donne dovrebbero avere l’opportunità di iniziare lo screening annuale a 40-44 anni di età (raccomandazione qualificata)
• Le donne dovrebbero iniziare la mammografia a screening regolare all’età di 45 anni (forte raccomandazione)
• Le donne di età compresa tra 45 e 54 anni dovrebbero essere sottoposte a screening annuale (raccomandazione qualificata)
• Le donne di età pari o superiore a 55 anni dovrebbero passare allo screening biennale o avere l’opportunità di continuare lo screening ogni anno (racconsidazione qualificata)
• Le donne dovrebbero continuare lo screening mammografico finché la loro salute generale è buona e hanno un’aspettativa di vita di 10 anni o più (racconsigliazione qualificata)
• L’esame clinico del seno non è raccomandato per lo screening del cancro al seno in donne a rischio medio a qualsiasi età
Dal 2009 l’USPSTF ha raccomandato la mammografia di screening biennale per le donne di età compresa tra 50 e 74 anni. Tuttavia, nell’aprile 2024 l’USPSTF ha pubblicato raccomandazioni aggiornate, come segue [106]:
• Le donne di età compresa tra 40 e 74 anni dovrebbero sottoporsi a mammografia di screening biennale, poiché c’è una moderata certezza che questo abbia un beneficio netto moderato.
• Nelle donne di età pari o superiore a 75 anni, le prove attuali sono insufficienti per valutare l’equilibrio tra benefici e danni della mammografia a screening.
• Le prove sono insufficienti per determinare l’equilibrio tra benefici e danni dello screening supplementare per il cancro al seno con ecografia al seno o risonanza magnetica, indipendentemente dalla densità del seno.
Allo stesso modo, una revisione del 2019 dell’American College of Physicians (ACP) fornisce le seguenti dichiarazioni di orientamento relative allo screening delle donne asintomatiche a rischio medio e in buona salute [4]:
• Donne di età compresa tra 40 e 49 anni: discutere i benefici e i danni della mammografia a screening (i potenziali danni superano i benefici nella maggior parte dei casi).
• Donne di età compresa tra 50 e 74 anni: offrono mammografia biennale.
• Interrompere lo screening nelle donne di età ≥75 anni e in quelle con un’aspettativa di vita di ≤10 anni.
• Non utilizzare l’esame clinico del seno per lo screening del cancro al seno nelle donne di qualsiasi età.
La tomosintesi (mammografia 3D) ha acquisito un ruolo nello screening del cancro al seno. L’American College of Radiology (ACR) considera la tomosintesi indicata nelle donne a basso, intermedio e alto rischio di cancro al seno e osserva che rispetto alla sola mammografia 2D, la tomosintesi si traduce in tassi più elevati di rilevamento del cancro e tassi più bassi di richiamo per risultati benigni, e che questi vantaggi possono essere particolarmente pronunciati nelle donne di età inferiore ai 50 anni e in quelle con seni densi o alcuni tipi di lesioni (ad esempio, masse spiculate, asimmetrie). [109]
Una revisione retrospettiva dello screening del cancro al seno in 385.503 donne che includeva 542.945 schermi di tomosintesi e 261.359 schermi di mammografia digitale ha dimostrato che in quasi tutti i gruppi di età e razze, la tomosintesi è associata a migliori metriche di screening dei pazienti, rispetto alla mammografia digitale: tassi di richiamo più bassi, tassi di rilevamento del cancro più elevati e valore predittivo positivo migliorato per il richiamo. [110]
Le linee guida del National Comprehensive Cancer Network (NCCN) raccomandano di considerare la tomosintesi come parte dello screening, anche se l’NCCN osserva che gli studi devono ancora determinare se la tomosintesi migliora la mortalità specifica del cancro al seno. [2]
Nello studio Screening with Tomosynthesis Or Standard Mammography-2 (STORM-2), uno studio prospettico di screening basato sulla popolazione su 9672 donne che ha confrontato la mammografia 3D integrata con la mammografia 2D, la mammografia 3D ha rilevato più casi di cancro al seno rispetto alla mammografia 2D, ma ha aumentato la percentuale di richiami falsi positivi nella lettura sequenziale dello schermo. [111] Pertanto, il beneficio di un aumento significativo della rilevazione del cancro al seno con lo screening della tomosintesi deve essere valutato rispetto al possibile rischio di sovradiagnosi.
Per le donne la cui mammografia rivela tessuto mammario denso, 21 stati degli Stati Uniti hanno leggi che richiedono che la donna sia avvisata e consigliata di discutere l’imaging supplementare con il suo fornitore. Tuttavia, uno studio di coorte prospettico ha rilevato che solo una minoranza di donne con seni densi ha alti tassi di cancro a intervalli. Kerlikowske et al hanno riferito che le donne ad alto rischio possono essere identificate combinando il rischio di cancro al seno di 5 anni, come determinato con il calcolatore del rischio del Breast Cancer Surveillance Consortium (BCSC), con la densità del seno come categorizzata con il Breast Imaging Reporting and Data System (BI-RADS). Sono stati osservati alti tassi di cancro a intervalli per le donne con un rischio di BCSC a 5 anni dell’1,67% o superiore e seni estremamente densi o un rischio di 5 anni del 2,50% o superiore e seni eterogeneamente densi. Tuttavia, i partecipanti allo studio che hanno soddisfatto questi criteri rappresentavano solo il 24% di tutte le donne con seni densi. [112]
Ultrasonografia
L’ecografia è diventata un complemento ampiamente disponibile e utile alla mammografia in ambito clinico. Originariamente, l’ecografia era utilizzata principalmente come metodo relativamente economico ed efficace per differenziare le masse mammarie cistiche, che non richiedevano il campionamento, dalle masse mammarie solide, che di solito venivano esaminate con biopsia; in molti casi, i risultati di queste biopsie erano benigni. Tuttavia, è ora ben stabilito che l’ecografia fornisce anche informazioni preziose sulla natura e l’estensione delle masse solide e di altre lesioni al seno e può spesso fornire informazioni utili sulla stadiazione dell’ascella.
Un parametro di pratica dell’American College of Radiology elenca le seguenti indicazioni appropriate per l’ecografia diagnostica del seno e dell’ascella [113]:
• Valutazione e caratterizzazione delle masse palpabili e di altri segni e/o sintomi correlati al seno
• Valutazione di anomalie sospette o apparenti rilevate sulla mammografia (con o senza tomosintesi mammaria digitale), risonanza magnetica mammaria o altre modalità di imaging
• Valutazione iniziale dell’imaging delle masse mammarie palpabili in pazienti di età inferiore ai 30 anni che non sono ad alto rischio di sviluppare il cancro al seno
• Valutazione dei sintomi nelle pazienti in allattamento e in gravidanza
• Valutazione dei problemi associati alle protesi mammarie
• Linee guida per la biopsia e altre procedure interventiste per il seno e l’ascella
• Pianificazione del trattamento per la radioterapia
• Identificazione di linfonodi ascellari anomali in pazienti con cancro al seno di nuova diagnosi o ricorrente, o in pazienti con risultati altamente suggestivi di malignità o risultati palpabili sotto l’ascella.
In una revisione sistematica e una meta-analisi di Sood et al, i dati dei paesi a basso e medio reddito hanno mostrato che gli ultrasuoni avevano una sensibilità diagnostica dell’89,2% e una specificità del 99,1% per il rilevamento del cancro al seno. Questi autori hanno concluso che l’ecografia ha un potenziale utilizzo come strumento di rilevamento primario per il cancro al seno in contesti a basse risorse in cui la mammografia non è disponibile. [114]
Uno dei fattori più importanti da considerare con una diagnosi di cancro al seno è il sottotipo biologico. Ci sono tre principali sottotipi di cancro al seno: recettore del fattore di crescita epidermico umano simile a quello luminale, positivo al recettore del fattore di crescita epidermico umano 2 (HER2) e triplo-negativo, che sono identificati dall’espressione dei recettori ormonali (HR) e HER2 da parte delle cellule del cancro al seno. Da notare che questi sottotipi hanno caratteristiche biologiche, prognosi e risposta al trattamento diverse. Sebbene tutti i tipi di cancro al seno possano ricorrere nonostante il trattamento, quelli definiti come cancro al seno triplo negativo (TNBC), che non hanno obiettivi specifici per trattamenti efficaci, sono considerati ad alto rischio di recidiva. I dati hanno indicato che fino al 40% dei pazienti con stadio I-III TNBC sperimenterà una recidiva dopo il trattamento standard.
I tumori HR-positivi, che esprimono recettori degli estrogeni (ER) e/o recettori del progesterone (PR), sono definiti come luminali, tipicamente meno aggressivi e con una prognosi più favorevole. I tumori mammari HER2-positivi sono tumori biologicamente aggressivi, ma il risultato è notevolmente migliorato con le terapie mirate anti-HER2.
Scopri di più sui fattori di rischio del cancro al seno.
DOMANDA 2/5
Approssimativamente quale percentuale di individui con variante patogena BRCA1 nota della linea germinale sviluppa il cancro al seno durante la loro vita?
10%
70%
50%
20%
I
• In media, gli individui che ospitano una mutazione germinale BRCA1 hanno un rischio del 72% di sviluppare cancro al seno all’età di 80 anni; per quelli con una mutazione germinale BRCA2, il rischio è del 69%. I più alti tassi di mutazioni BRCA1 si verificano tra gli individui di discendenza ebraica ashkenazita.
A causa dell’alto rischio per tutta la vita di cancro al seno nei portatori di mutazione BRCA della linea germinale, entrambe le linee guida americane, brasiliane ed europee raccomandano di prendere in considerazione la chirurgia profilattica, come la doppia mastectomia. Altri individui ad alto rischio di sviluppare il cancro al seno a causa di una predisposizione ereditaria possono optare per l’imaging frequente.
Scopri di più sulle mutazioni BRCA1 e BRCA2.
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• DOMANDA 3/5
• Qual è il test più appropriato per determinare se la chemioterapia adiuvante sarà utile per ridurre il rischio di recidiva della malattia in una paziente con carcinoma mammario in fase iniziale, HR-positivo (ER-positivo e/o PR-positivo), HER2-negativo, nodo-negativo?
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• Risposta a un breve ciclo di terapia endocrina neoadiuvante
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• Misurazione Ki-67
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• Test di espressione multigenica
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• Risposta a un breve ciclo di chemioterapia neoadiuvant
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Il rischio di recidiva di un tumore HER2-positivo dipende generalmente dalle dimensioni del tumore, dalla presenza di linfonodi ascellari positivi, dal grado tumorale e da altri fattori istologici e del paziente. Prima dello sviluppo di efficaci terapie anti-HER2, come trastuzumab, nuovi inibitori della tirosina chinasi anti-HER2 o coniugati anticorpo-farmaco, la positività HER2 era associata a una prognosi sfavorevole. Il grado di positività HER2 (cioè, immunoistochimica [IHC] 2+/fluorescenza ibridazione in situ amplificata rispetto a IHC 3+) non è generalmente correlato al rischio di recidiva, sebbene possa essere associato a una maggiore reattività alle terapie anti-HER2. I pazienti con tumori HER2 positivi in fase iniziale con linfonodi clinicamente positivi sono di solito candidati per un trattamento sistemico neoadiuvante con chemioterapia e pertuzumab più trastuzumab.
Scopri di più sui fattori di rischio del cancro al seno.
DOMANDA 5/5
In che modo i pazienti vengono selezionati per la terapia adiuvante con un inibitore della poli polimerasi (ADP-ribosio) (PARP) per il trattamento del carcinoma mammario delero HER2-negativo, ad alto rischio, in fase iniziale, deleterio o sospetto tratto germinale mutato BRCA-deleterio deleterio o adiuvante dopo il trattamento con chemioterapia neoadiuvante o
• Test di accompagnamento diagnostico per lo stato germinaleBRCA
• Istologia del cancro al seno
• Cancro al seno
• Sopravvivente al cancro al seno nei veterani
• Imaging del cancro al seno maschile
• Ecografia del cancro al seno
• Quiz Fast Five: presentazioni insolite sul cancro al seno
• Simulazione del paziente: una donna di 63 anni con cancro al seno metastatico
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Informazioni dall’industria
Guarda i vantaggi di KISQALI (ribociclib) + ET in HR+/HER2- ABCVisit L’ecografia (US) ha svolto un ruolo sempre più importante nella valutazione del cancro al seno. US è utile nella valutazione delle masse palpabili che sono mammograficamente occulte, delle lesioni al seno clinicamente sospette in donne di età inferiore ai 30 anni e di molte anomalie osservate nelle mammografie. Alcuni immagini del seno credono che gli Stati Uniti siano la modalità principale per la valutazione delle masse palpabili nelle donne di età pari o superiore a 30 anni e che la mammografia svolga un ruolo aggiuntivo. US è anche utile nella guida di biopsie e procedure terapeutiche. [1, 2, 3, 4, 5, 6, 7]
Real-world evidence for patients with r/r Hodgkin lymphoma
Discover more
C-APROM/CH/ADCE/0052 January 2024
Medscape WebMD Professional
(Vedi l’immagine qui sotto.)
Cancro al seno, ecografia. Mammografia digitale obliqua mediolaterale del seno destro in una donna di 66 anni con una massa nuova, opaca e irregolare di circa 1 cm di diametro. La massa ha margini spiculati nel terzo medio del seno destro nella posizione delle 10. L’immagine mostra sia la massa spiculata (freccia nera) che l’asimmetria focale anteriore separata (freccia bianca).
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Originariamente, l’ecografia era utilizzata principalmente come metodo relativamente economico ed efficace per differenziare le masse mammarie cistiche dalle masse mammarie solide. Tuttavia, è ormai ben stabilito che gli Stati Uniti forniscano anche preziose informazioni sulla natura e l’estensione delle masse solide e di altre lesioni al seno.
L’ecografia non espone una paziente alle radiazioni ionizzanti, un fattore particolarmente importante per le pazienti in gravidanza e i giovani pazienti. Si ritiene che in queste pazienti, il seno sia più sensibile alle radiazioni; ciò significherebbe che rispetto agli Stati Uniti, la mammografia sarebbe associata a un leggero aumento del piccolo rischio di sviluppare neoplasie indotte da radiazioni. Inoltre, il seno delle giovani donne tende ad apparire denso nelle mammografie, un fattore che riduce la sensibilità diagnostica della mammografia in questo gruppo. Inoltre, il seno US è superiore alla mammografia nella valutazione degli ascessi mammari. [8, 9, 10]
Information from Industry
Clinical Trials Studying Mutant Selective PI3K Inhibitors for HR+ Breast Cancer See Latest Advances
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M-XX-0018780 September 2024
Ruolo dell’ecografia nello screening
Sebbene la mammografia sia uno strumento di screening efficace, i dati suggeriscono che è spesso meno sensibile nel rilevare il cancro nel tessuto mammario mammograficamente denso. L’uso di US per lo screening per la malattia del seno non è stato generalmente raccomandato per le donne ad alto rischio con seni densi.
Sebbene alcuni progetti di ricerca abbiano riportato risultati ragionevoli dallo screening del seno negli Stati Uniti, una serie di problemi gravi devono essere risolti prima che la pratica sia raccomandata per l’applicazione generale. I fattori includono la variabilità tra gli osservatori, la variabilità intra-osservatore, la sensibilità sconosciuta e la bassa specificità (che porta a numerose valutazioni di biopsia di lesioni benigne). [11, 12, 13, 14, 15, 16, 17, 18, 19, 20, 21, 22, 23, 24, 25, 26,27, 28, 29, 30] Kolb et al e Buchberger et al hanno scoperto che, se eseguita con attenzione, l’ecografia può essere utile per rilevare il cancro al seno occulto in seni densi. [31, 32]
Due grandi studi di screening ecografia per il cancro al seno sono il Japan Strategic Anti-Cancer Randomized Trial (J-START) (72.998 donne; 36 139 donne nel braccio della mammografia più ecografia) e un rapporto di un programma di screening austriaco basato sulla popolazione (66 680 donne in totale e 31.918 donne con seni densi). Nello studio J-START, il tasso di rilevamento del cancro è stato di 3,3 per 1000 schermi nel braccio di mammografia e di 3,9 per 1000 schermi nel braccio di mammografia più ecografia (aumento di 0,6 per 1000 schermi). [33, 34] Nello studio austriaco, il tasso di rilevamento del cancro con la sola mammografia era di 3,5 per 1000 schermi, che è aumentato a 4,0 per 1000 schermi quando è stata aggiunta l’ecografia. In quelle donne con seni densi, il tasso di rilevamento del cancro con la sola mammografia era di 1,8 per 1000 schermi, che è aumentato a 2,4 per 1000 schermi quando è stata aggiunta l’ecografia. [33, 35]
Sono state pubblicate numerose raccomandazioni per quanto riguarda lo screening del seno. Il National Comprehensive Cancer Network, la European Society of Breast Imaging (EUSOBI), la Japanese Breast Cancer Society e la Chinese Anti-Cancer Association (CACA) hanno raccomandato uno screening ecografico supplementare (S-US) per le donne con seni densi dopo una mammografia negativa. [36, 37, 38, 39, 40, 41, 42, 43, 44]
Una revisione sistematica condotta per gli Stati Uniti La Preventive Services Task Force (USPSTF) ha scoperto che l’ecografia dopo una mammografia negativa aveva una sensibilità dell’80-83%, una specificità dell’86-95% e un valore predittivo positivo (PPV) del 3-8%. [45, 36]
Uno studio retrospettivo su 48.251 donne che sono state sottoposte a mammografia digitale a campo completo ed ecografia per lo screening del cancro al seno ha rilevato che l’ecografia da sola è soddisfacente per tutte le fasce d’età, anche se la mammografia digitale a campo completo più il rilevamento assistito da computer più l’ecografia è risultata essere il metodo di screening perfetto. La rilevabilità del cancro al seno mediante ecografia (96,5%) o mammografia digitale a campo completo più rilevamento computerizzato più ultrasuoni (100%) era superiore a quella della mammografia digitale a campo completo (87,1%) o della mammografia digitale a campo completo più rilevamento computerizzato (88,3%). [1]
Lo studio Newtwork 6666 dell’American College of Radiology Imaging (ACRIN 6666) ha scoperto che il tasso di rilevamento del cancro con l’ecografia è paragonabile a quello con la mammografia (58 su 111, contro 59 su 111, rispettivamente), con una percentuale maggiore di tumori invasivi rilevati dagli ultrasuoni che dalla mammografia (91,4% contro 69,5%), ma i falsi positivi erano più comuni con gli ultrasuoni. Il numero di ecografie per rilevare un cancro è stato di 129 e per la mammografia, 127. [2]
Gli Stati Uniti sono generalmente riconosciuti come una modalità altamente dipendente dall’operatore che richiede un professionista qualificato, esami di alta qualità e attrezzature all’avanguardia. Si raccomanda che l’uso di US nello screening per la malattia mammaria sia riservato a situazioni speciali, come per i pazienti altamente ansiosi che lo richiedono e per le donne che hanno una storia di carcinoma mammograficamente occulto.
Un ampio studio multicentrico sostenuto dalla Avon Foundation e dal National Institutes of Health è stato creato attraverso l’American College of Radiology Imaging Network (ACRIN) per esaminare il ruolo degli Stati Uniti nello screening del cancro al seno. [46] In questo progetto, un protocollo per valutare l’efficacia dello screening del seno negli Stati Uniti è stato implementato in 14 centri di imaging per definire meglio il ruolo degli Stati Uniti nello screening del cancro al seno. Lo studio ha riportato una maggiore rilevazione del cancro nelle donne ad alto rischio che hanno subito un’ecografia annuale oltre alla mammografia, rispetto a quelle che hanno subito solo la mammografia. [47]
Gli Stati Uniti La Food and Drug Administration ha approvato il primo sistema ecografica, il sistema automatizzato di ultrasuoni al seno somo-v (ABUS), per lo screening del cancro al seno in combinazione con la mammografia standard specificamente per le donne con tessuto mammario denso. [48] ABUS è indicato per le donne con una mammografia negativa, nessun sintomo di cancro al seno e nessun precedente intervento al seno come chirurgia o biopsia.
(Vedi le immagini qui sotto dell’ecografia per il cancro al seno.)
Cancro al seno, ecografia. Mammografia digitale obliqua mediolaterale del seno destro in una donna di 66 anni con una massa nuova, opaca e irregolare di circa 1 cm di diametro. La massa ha margini spiculati nel terzo medio del seno destro nella posizione delle 10. L’immagine mostra sia la massa spiculata (freccia nera) che l’asimmetria focale anteriore separata (freccia bianca).
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Cancro al seno, ecografia. Questa mammografia mediolaterale è stata ottenuta in una donna di 74 anni con una storia di 2 settimane di secrezione spontanea dal capezzolo destro. Un pennarello BB in metallo è stato posizionato su un possibile nodulo nella posizione delle 2. Il seno è eterogeneamente denso, il che può ridurre la sensibilità della mammografia.
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Cancro al seno, ecografia. La mammografia digitale di screening craniocaudale in una donna di 46 anni mostra una nuova massa (freccia) nella posizione delle 7 alle 8 nel seno destro. Sono state quindi richieste la mammografia diagnostica e l’ecografia.
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Cancro al seno, ecografia. L’ecografia radiale mostra una massa quasi isoecoica rispetto al grasso mammario. La massa ha margini angolati e spiculati circondati da tessuto fibroso ecogenico. I margini sono contrassegnati con calibri elettronici bianchi. La sua dimensione più grande è di 0,8 cm.
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Cancro al seno, ecografia. Vista digitale della compressione spot del seno sinistro in una donna di 79 anni che si è presentata con un nodulo palpabile nel quadrante esterno superiore del seno sinistro. L’immagine mostra un marcatore BB sulla massa palpabile ad alta densità, che ha un diametro di circa 2 cm e ha margini oscurati.
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Cancro al seno, ecografia. Questa mammografia digitale obliqua mediolaterale del seno sinistro è stata ottenuta in una donna di 48 anni con una storia di diversi mesi di secrezione sanguinolente dal capezzolo sinistro. L’immagine mostra condotti dilatati che si estendono dal capezzolo nell’aspetto laterale del seno (asterischi) con una calcificazione in 1 dei dotti dilatati (punta di freccia).
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Cancro al seno, ecografia. L’ecografia Doppler a colori (visualinata in bianco e nero nella scatola a colori Doppler) dallo stesso quadrante del seno sinistro mostra il flusso sanguigno nel tumore all’interno dei dotti. Le aree ovali bianche (con asterischi centrali) rappresentano il flusso sanguigno all’interno del tessuto intraduttale e quindi confermano che il materiale ecogeno all’interno dei condotti è un tumore e non solo detriti intraluminali, coaguli di sangue o secrezioni.
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Cancro al seno, ecografia. L’ingrandimento spot a 90° la vista mediolaterale della massa nell’immagine 33 dimostra che è eterogenea, con un bordo sottile di grasso radiolucido subcapsulare (frecce).
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Uno studio del valore predittivo positivo (PPV) dell’ecografia bilaterale dell’intero seno (BWBU) per il rilevamento di lesioni sincrone al seno sulla diagnosi iniziale del cancro al seno ha rilevato che BWBU può rilevare ulteriori tumori sincroni con un PPV relativamente alto, specialmente quando i risultati della mammografia sono correlati ai risultati ecografica. In 75 pazienti che avevano lesioni sincrone, il PPV per biopsia aggiuntiva era del 25,7% (18 su 70). Il PPV per le lesioni sincrone rilevate sia sulla mammografia che sulla BWBU era del 76,9% (10 su 13), e per quelle rilevate solo su BWBU, del 14,3% (7 su 49). I fattori di imaging associati alla malignità nella lesione sincrona aggiuntiva erano una massa con calcificazione sulla presentazione della mammografia (P< 0,01), la presenza di calcificazione nei risultati ecografici (P< 0,01) e un’elevata valutazione finale del sistema di segnalazione e dati del sistema di imaging mammario (P< 0,01). [49]
In uno studio retrospettivo su donne di età inferiore ai 40 anni identificate con cancro invasivo (N = 27) o carcinoma duttale in situ (N = 3), l’ecografia è risultata affidabile come modalità di imaging primaria. Delle 30 donne, 28 sono state sottoposte a mammografia (valutata come incerta, sospetta o maligna nella maggioranza) e la malignità è stata mancata in un paziente. Tutti i 30 pazienti sono stati sottoposti a ecografia (segnalati come incerti, sospetti o maligni, un’indicazione per la biopsia diagnostica del nucleo), e l’ecografia da sola non ha mancato alcun tumore, ma non è riuscita a rilevare la malattia multifocale in un paziente. [50]
Segnalazione dell’imaging del seno e sistema di dati
Come accennato, l’ecografia dipende fortemente dall’operatore. Pertanto, la sua efficacia dipende dall’ottenimento di immagini di alta qualità tecnica, dall’interpretazione corretta di tali immagini e dalla segnalazione chiara dei risultati. L’Atlante Breast Imaging Reporting and Data System (BI-RADS), pubblicato dall’American College of Radiology, fornisce la terminologia standardizzata per l’imaging del seno, l’organizzazione dei rapporti, la struttura di valutazione e un sistema di classificazione per la mammografia, l’ecografia e la risonanza magnetica del seno. [51, 52, 53, 54] L’Atlante BI-RADS, 5a edizione, include sezioni complete sul seno US (ACR BI-RADS-US) e MRI (ACR BI-RADS-MRI). ACR BI-RADS-US può aiutare a standardizzare i termini utilizzati per caratterizzare e segnalare le lesioni, facilitando così la cura del paziente, la caratterizzazione delle lesioni e lo sviluppo di possibili applicazioni di screening.
ACR BI-RADS-US fornisce termini che descrivono le seguenti caratteristiche o risultati sugli esami del seno: forma, orientamento, margine, confine, modello ecografico, caratteristiche acustiche posteriori e tessuto circostante per le masse; calcificazioni del seno (che sono scarsamente caratterizzate da US); casi speciali, come cisti complicate e linfonodi intramammari; vascolarizzazione; e categorie di valutazione.
ACR BI-RADS-US descrive 7 categorie di valutazione, come segue [51, 52, 53, 54] :
• Categoria 0: Incompleta — Necessità di ulteriore valutazione dell’immagine e/o immagini precedenti per il confronto
• Categoria 1: Negativo
• Categoria 2: Benigno
• Categoria 3: Probabilmente Benigno
• Categoria 4: Sospetto. Questa categoria è riservata ai risultati che non hanno l’aspetto classico di malignità ma sono sufficientemente sospetti da giustificare una raccomandazione per la biopsia. Suddividendo la categoria 4 in 4A, 4B e 4C, si spera che i pazienti e i medici di riferimento prendano più prontamente decisioni informate sulla linea d’azione finale.
• Categoria 5: Altamente suggestivo di malignità. Queste valutazioni hanno una probabilità molto alta (≥ 95%) di malignità.
• Categoria 6: malignità nota con prota da biopsia. Questa categoria è riservata agli esami eseguiti dopo la prova di malignità della biopsia (imaging eseguita dopo la biopsia percutanea ma prima dell’escissione chirurgica), in cui non ci sono anomalie diverse dal cancro noto che potrebbe necessitare di una valutazione aggiuntiva.
Utilizzando l’approccio BI-RADS, un paziente viene inserito nella categoria dello schermo o nella categoria diagnostica. Una mammografia di screening è per un paziente senza lamentele e un esame normale. Se c’è un risultato o un sintomo come dolore, un nodulo palpabile o scarico, il paziente viene inserito nella categoria diagnostica. [51]
Il rapporto mammografico suggerito da BI-RADS include la densità del seno, i risultati di imaging, la valutazione finale e la gestione. Il lessico mammografico include descrizioni di categorie per composizione o densità del seno, masse, calcificazioni, asimmetrie, caratteristiche associate e posizione della lesione. [51]
La densità del seno è descritta come grassa, sparsa, eterogeneamente densa ed estremamente densa. Se c’è una massa, è descritta da forma, margine e densità. La forma può essere rotonda, ovale o irregolare. I margini possono essere circoscritti, oscurati, microlobulati, indistinti e spiculati. La densità è descritta come alta densità, uguale densità, bassa densità e contenuto di grassi. Una massa di forma irregolare con margini spiculati e ad alta densità è la più preoccupante per la malignità, mentre una massa rotonda con margini circoscritti ha maggiori probabilità di essere benigna, specialmente se è contenente grasso. [51]
In Bi-RADS 2, i risultati benigni includono calcificazioni secretorie, cisti semplici, lesioni contenenti grasso, fibroadenomi calcificati, impianti e linfonodi intrammmari. Con BI-RADS 3, il rischio di malignità è inferiore al 2% e un risultato è descritto come una massa non palpabile e circoscritta su una mammografia di base; un’asimmetria focale, che diventa meno densa sulle immagini di compressione spot; o un gruppo solitario di calcificazioni punteggiate. [51]
La categoria BI-RADS 4 è suddivisa in a, b e c. La sottocategoria (a) ha una bassa probabilità di malignità, con una probabilità del 2-10% di malignità. Sottocategoria (b) la probabilità di malignità è del 10-50%. Sottocategoria (c) probabilità di malignità varia dal 50 al 95%. [51, 54]
La probabilità di malignità BI-RADS 5 è maggiore del 95%. A questo livello, anche se la patologia si presenta come benigna, la raccomandazione è ancora la consultazione chirurgica, perché la patologia è in discordia con i risultati radiografici. BI-RADS 6 è maligno provato. [51]
Distinguere le masse benigne dalle masse maligne
In origine, l’ecografia veniva utilizzata principalmente per distinguere le cisti semplici, che non richiedevano il campionamento, dalle masse solide che di solito venivano esaminate con la biopsia. In molti casi, i risultati di queste biopsie erano benigni. Il miglioramento delle attrezzature e delle tecniche di scansione ha contribuito ad espandere le applicazioni del seno negli Stati Uniti. I trasduttori ad alta frequenza a matrice lineare (7,5 MHz o frequenza centrale superiore) sono generalmente utilizzati.
Noduli benigni, indeterminati e maligni
In uno studio storico, Stavros et al. hanno stabilito criteri statunitensi per caratterizzare le masse sossemmali solide. [55]Questo lavoro è stato facilitato dall’evoluzione dei miglioramenti tecnici nelle apparecchiature statunitensi che hanno fornito una migliore risoluzione e immagini. Hanno dimostrato che gli Stati Uniti possono essere utilizzati per classificare accuratamente alcune lesioni solide come benigne, consentendo il follow-up con l’imaging piuttosto che la biopsia. Hanno usato trasduttori ad alta risoluzione, che all’epoca erano all’avanguardia, e hanno eseguito esami sia su piani radiali che antiradiali. Gli investigatori si sono anche concentrati sulla valutazione delle aree sospette nei piani trasversali e longitudinali.
Stavros et al hanno proposto uno schema statunitense per classificare prospetticamente i noduli mammari in 1 di 3 categorie [55] :
• Benigno
• Indeterminato
• Maligno
Per essere classificato come benigno, un nodulo non doveva avere caratteristiche maligne. Inoltre, doveva essere dimostrata una delle seguenti 3 combinazioni di caratteristiche benigne:
• Iperecogenicità uniforme intensa
• Orientamento ellissoide o più largo (parallelo), insieme a una capsula sottile ed ecogena
• 2 o 3 lobulazioni delicate e una sottile capsula ecogena
Un nodulo è stato classificato come indeterminato per impostazione predefinita se non aveva caratteristiche maligne e nessuna delle 3 combinazioni di caratteristiche benigne sopra elencate.
Per essere classificata come maligna, una massa doveva avere una delle seguenti caratteristiche:
• Contorno spicolato
• Orientamento più alto che largo (non parallelo)
• Margini angolari
• Ipoecogenicità marcata
• Ombreggiatura acustica posteriore
• Calcificazioni a punti
• Estensione del condotto
• Modello di ramo
• Microlobulazione
Delle 424 lesioni che Stavros et al hanno classificato prospetticamente come benigne per mezzo di US, solo 2 sono state trovate maligne alla biopsia, con un risultato di un valore predittivo negativo del 99,5% in una popolazione con una prevalenza del cancro del 16,7%. [55] Delle 125 lesioni riscontrate maligne alla biopsia, 123 sono state classificate come maligne o indeterminate con US, producendo una sensibilità del 98,4%. La biopsia è indicata per i noduli che sono classificati negli Stati Uniti come maligni o indeterminati.
Skaane et al hanno scoperto che gli Stati Uniti potevano distinguere i fibroadenomi dal carcinoma duttale invasivo. [56] Altri che hanno studiato le caratteristiche delle masse benigne e maligne da parte dell’esame statunitense includono Zonderland et al e Rahbar et al. [57, 58]
Modelli tipici statunitensi di tipi specifici di carcinoma mammario
La comparsa di tipi specifici di carcinoma mammario è stata studiata. Anche se le apparenze variano notevolmente, alcuni modelli sono tipici.
I carcinomi contenenti mucina sono spesso circoscritti ma possono avere margini irregolari. Queste lesioni possono essere ipoecotiche o isoecotiche rispetto al grasso sottocutaneo. In uno studio su questi carcinomi di Conant et al che ha coinvolto 8 pazienti, gli Stati Uniti hanno mostrato masse solide ipoecoiche in tutti i loro casi. [59] Le lesioni hanno mostrato ombreggiatura acustica o un aumento del miglioramento acustico. Alcune lesioni avevano margini circoscritti e alcune non erano circoscritte.
Il carcinoma tubolare è solitamente ipoecoico, ma è privo di margini circoscritti e ombreggiatura posteriore acustica. Il carcinoma duttale invasivo appare tipicamente come una massa di forma irregolare con margini spiculati con ombreggiatura e distorsione architettonica del tessuto mammario adiacente. Questa lesione può contenere microcalcificazioni maligne.
Il carcinoma lobulare invasivo spesso non causa una reazione desmoplastica. Questo tipo viene spesso trascurato sulla mammografia e può essere difficile da vedere sugli ecogrammi. Butler et al hanno riferito che queste lesioni erano occulte a livello ecuscografico nel 12% dei loro casi. [60] In circa il 60% dei casi, è apparso come una massa eterogenea e ipoecoica con margini angolari o mal definiti e ombreggiatura acustica posteriore. Nel 15% dei casi, gli Stati Uniti hanno dimostrato l’ombreggiatura focale senza una massa discreta; nel 12% dei casi, gli Stati Uniti hanno mostrato una massa lobulata e circoscritta.
Il carcinoma midollare appare spesso come una massa ipoecogena con miglioramento acustico (aumentato attraverso la trasmissione). Può essere scambiato per una cisti negli Stati Uniti.
Soo et al hanno studiato il carcinoma papillare del seno; hanno scoperto che la forma cistica in situ può apparire come una massa solida o una massa cistica complessa con una componente solida interna. [61] In entrambi i tipi, il miglioramento acustico tende ad essere aumentato. Lo studio Doppler può dimostrare il flusso sanguigno intratumorale. Il carcinoma papillare invasivo di solito appare come una massa solida, anche se può anche apparire come una massa cistica e solida complessa.
Il carcinoma duttale in situ del seno appare spesso come microcalcificazioni suggestive sulla mammografia. Tuttavia, può occasionalmente apparire come una massa solida all’ecografia.
Masse Benigne Caratteristiche
Molte masse che sono dimostrate sulle mammografie richiedono una biopsia per determinare se sono benigne. Taylor et al hanno riferito che l’uso di US in combinazione con la mammografia ha aumentato la specificità dal 51% al 66% in una popolazione con una prevalenza maligna del 31%. [62] Questo miglioramento potrebbe ridurre significativamente il tasso di biopsia delle lesioni benigne. Breast US spesso rivela lesioni benigne inaspettate.
Molte condizioni benigne del seno hanno un aspetto non specifico negli Stati Uniti. Tuttavia, alcune masse, come le cisti semplici, le cisti sebacee e i linfonodi intramammari, hanno un aspetto caratteristico che suggerisce una diagnosi specifica. Quasi tutte le masse altamente ecogeniche sono benigne.
Se l’imaging Doppler a colori dimostra il flusso sanguigno all’interno del contenuto di una cisti complessa o di un dotto dilatato, allora questi contenuti sono costituiti da tessuto solido piuttosto che solo detriti, coaguli di sangue o fluido ecogeno. Tuttavia, abbiamo visto tumori solidi che non hanno un flusso sanguigno dimostrabile sull’imaging Doppler a colori. Diversi ricercatori hanno esaminato la capacità del Doppler a colori US o del Doppler US potenziato dal contrasto di distinguere le lesioni benigne da da maligne. I risultati erano variabili; Doppler US non è generalmente utilizzato per distinguere le masse mammarie solide benigne da quelle maligne.
Procedure e trattamenti ecografici
L’ecografia viene utilizzata per guidare procedure come l’aspirazione della cisti, la biopsia percutanea, la localizzazione dell’ago delle masse per l’escissione chirurgica, il drenaggio dell’ascesso in casi selezionati e la radiofrequenza terapeutica o la crioablazione.
L’ecografia è molto accurata nella diagnosi di una cisti semplice ed è utile per valutare alcune cisti complesse. Di solito, una cisti semplice non viene aspirata a meno che non sia sintomatica o il paziente non abbia preoccupazioni psicologiche persistenti al riguardo. Cisti complesse o sospetti ascessi possono essere aspirati.
Berg et al hanno esaminato la loro esperienza con la correlazione patologica statunitense delle lesioni cistiche e hanno scoperto che tutte le microcisti raggruppate erano benigne, ma hanno avvertito che sono necessari ulteriori studi. [63] Hanno raccomandato che la biopsia sia eseguita nei casi che coinvolgono (1) lesioni cistiche con pareti spesse e indistinte e/o settazioni spesse (0,5 mm); (2) masse intracistiche; e (3) masse prevalentemente solide con focolai cistici eccentrici. Queste raccomandazioni si basavano sul fatto che, nella loro serie, 18 su 79 di tali lesioni cistiche complesse si sono rivelate maligne.
Se non è chiaro se un nodulo visto sugli Stati Uniti sia una cisti complessa o una massa solida, viene spesso eseguita l’aspirazione guidata dagli Stati Uniti della cisti. Questa procedura viene eseguita anche se la comparsa di una cisti complessa negli Stati Uniti è preoccupante. L’aspirato può essere inviato per la valutazione citologica, anche se non c’è consenso generale sulle indicazioni per la citologia. Alcuni medici inviano solo il fluido per l’analisi se è sanguinante.
Parker et al hanno riportato un’eccellente concordanza tra i risultati della biopsia del nucleo automatizzata guidata dagli Stati Uniti con un ago calibro 14 e la resezione chirurgica in 49 lesioni. [64] US fornisce una guida efficace per la biopsia del seno percutanea senza radiazioni ionizzanti. Offre anche i vantaggi della visualizzazione in tempo reale dell’ago e della lesione bersaglio, dell’imaging multidirezionale e del basso costo. Con US, il paziente non ha bisogno di sottoporsi a compressione mammografica; inoltre, con US, l’esame può di solito essere eseguito con il paziente sdraiato piuttosto che seduto, come spesso accade con le procedure che coinvolgono la guida mammografica. Tuttavia, gli Stati Uniti non sono appropriati per la guida in tutte le situazioni. Ad esempio, le microcalcificazioni spesso non possono essere localizzate con gli Stati Uniti; inoltre, non tutte le masse viste sulla mammografia possono essere viste con gli Stati Uniti.
Altri dispositivi per biopsia, come dispositivi assistiti da vuoto, sono stati sviluppati per l’uso con la guida degli Stati Uniti. Occasionalmente, può essere difficile trovare l’area del seno in cui è stata eseguita in precedenza la biopsia del core. Questo può essere un problema se i risultati patologici del campione di biopsia e altri fattori indicano che è necessaria una biopsia di escissione o una lumpectomia. Dopo che un paziente riceve la chemioterapia neoadiuvante preoperatoria, il tumore può diventare occulto, rendendo difficile la localizzazione per la lumpectomia. Per questi motivi, sono state sviluppate varie tecniche statunitensi per contrassegnare la biopsia o il sito tumorale. Questi includono l’installazione di bobine, clip o fili.
La biopsia di aspirazione con ago fine (FNAB) guidata dagli Stati Uniti dei noduli solidi è stata utilizzata in molti centri. Alcuni vantaggi sono che è relativamente facile per un professionista esperto da eseguire e che i risultati sono rapidamente ottenuti se è disponibile un citopatologo. Per buoni risultati, la persona che esegue il FNAB e il citopatologo devono essere abili. Alcuni gruppi hanno ottenuto risultati eccellenti. Tuttavia, in uno studio di Pisano et al che ha coinvolto 18 istituzioni, il FNAB guidato dagli Stati Uniti o guidato stereotatticamente ha prodotto un tasso di campionamento insufficiente del 10% per il FNAB guidato dagli Stati Uniti delle masse. [65] Questo risultato non si confronta favorevolmente con i risultati della biopsia del nucleo guidata dagli Stati Uniti o della localizzazione dell’ago guidata dagli Stati Uniti. [66,67, 68, 69, 70, 71, 72, 73, 74, 75, 76, 77, 78, 79]
Diversi ricercatori hanno presentato rapporti preliminari sull’uso dell’ablazione terapeutica a radiofrequenza guidata dagli Stati Uniti o della crioablazione del carcinoma mammario invasivo. [80, 81, 82]
Pianificazione del trattamento, chirurgia e follow-up post-trattamento
Berg et al hanno mostrato il possibile beneficio di combinare l’USA preoperatoria del seno intero con la mammografia quando è pianificato un intervento chirurgico di conservazione del seno. [63] gli Stati Uniti hanno dimostrato ulteriori siti di carcinoma multifocale e multicentrico, facilitando la pianificazione preoperatoria.
Diversi ricercatori hanno studiato il ruolo di US nella valutazione dei linfonodi ascellari per il coinvolgimento tumorale. I linfonodi normali di solito hanno un importante ilo grasso ecogeno e una sottile corteccia ipoecoica. I linfonodi che mancano di un ilum ecogeno grasso o sono eterogenei sono considerati sospetti. Le apparenze sugli Stati Uniti di linfonodi benigni e maligni si sovrappongono; pertanto, è stata sostenuta la biopsia di aspirazione ad ago fine guidata dagli Stati Uniti (FNAB) di linfonodi sospetti. Krishnamurthy et al hanno scoperto che in circa il 12% dei casi, si verificano risultati falsi negativi con il linfonodo ascellare guidato dagli Stati Uniti FNAB. [83]
Deurloo et al hanno dimostrato che il linfonodo ascellare FJAB guidato dagli Stati Uniti riduce il numero di procedure di biopsia del nodo sentinella che richiedono più tempo che sono necessarie. [84]
US intraoperatorio può essere utilizzato per localizzare le masse mammarie. Obivia la necessità di localizzazione dell’ago preoperatorio, offre più flessibilità nella scelta del sito di incisione rispetto alla localizzazione dell’ago preoperatoria e può consentire la valutazione dell’estensione del tumore. Tuttavia, gli Stati Uniti intraoperatori dipendono dall’operatore e, come per la localizzazione dell’ago mammario, potrebbe non aiutare a localizzare il carcinoma. [85, 86, 87, 88, 89]
gli Stati Uniti svolgono un ruolo nella valutazione postoperatoria delle pazienti con cancro al seno. Può essere utile per valutare sia le masse mammarie postoperatorie che le infezioni mammarie. Edeiken et al hanno dimostrato che gli Stati Uniti offrono un beneficio nel rilevamento del cancro ricorrente sul seno ricostruito con lembi miocutanei autogeni. [90]
Argomenti speciali
L’ecografia può essere utile in determinate circostanze, come la rottura dell’impianto mammario, l’identificazione di masse mammarie benigne negli uomini e la caratterizzazione delle lesioni nei bambini.
Protesi mammarie
Sebbene la risonanza magnetica sia accurata nel valutare gli impianti di silicone per la rottura, la risonanza magnetica non è prontamente disponibile o non può essere utilizzata in una serie di circostanze. Ad esempio, la rottura degli impianti può essere valutata con l’ecografia. Negli Stati Uniti, un impianto intatto ha una parete ecogena e il suo contenuto è anecoico. Si possono vedere pieghe normali nella parete dell’impianto. gli Stati Uniti possono dimostrare il segno della scala a gradini, costituito da più linee nell’impianto quando si verifica una rottura intracapsulare o quando si verifica una rottura extracapsulare, producendo il segno della tempesta di neve di una maggiore ecogenicità. Gli Stati Uniti possono fornire ulteriori informazioni sugli impianti e possono anche aiutare a valutare le masse mammarie che non sono correlate all’impianto.
Masse Maschili Al Seno
Nel paziente di sesso maschile, gli Stati Uniti possono aiutare a distinguere le condizioni benigne, come la ginecomastia, dal carcinoma mammario. Molti credono che l’aggiunta di US alla mammografia aumenti l’accuratezza diagnostica. Tuttavia, i risultati statunitensi di malignità nel seno maschile possono essere sottili e le apparenze di malattia benigna e malattia maligna si sovrappongono.
Masse mammarie pediatriche
US è particolarmente utile nel caratterizzare le lesioni cistiche, infiammatorie e neoplastiche nei bambini. I fibroadenomi sono i tumori al seno più comuni nelle ragazze adolescenti e possono diventare grandi. Sebbene la maggior parte delle masse che si verificano nel seno pediatrico siano benigne, i tumori dei fillodi possono essere benigni o maligni. Negli adolescenti, i fillodi del cistosarcoma sono rari, ma sono ancora i tumori maligni al seno più comuni. I tumori dei fillodi sono di solito tumori ben circoscritti, ovali o lobulati e possono avere aree cistiche. In uno studio che ha coinvolto adolescenti, Kronemer et al hanno scoperto che gli ecografi hanno dimostrato 36 fibroadenomi, 12 cisti, 7 ascessi, 1 adenoma in allattamento e 1 tumore fillodici. [91]
Dopo aver utilizzato gli Stati Uniti per valutare le masse mammarie in pazienti pediatrici e adolescenti, Weinstein et al. hanno riportato risultati su ginecomastia, cisti, fibroadenoma, linfonodo, galattocele, ectasia del dotto e infezione. [10] Non avevano pazienti con malignità, ma hanno avvertito che, in rari casi, il rabdomiosarcoma, il linfoma non-Hodgkin e la leucemia possono metastasizzarsi al seno; hanno anche riferito che nei pazienti di questa fascia d’età, queste malattie hanno maggiori probabilità di essere trovate rispetto a un cancro al seno primario.
Elastografia ad ultrasuoni
La World Federation of Ultrasound in Medicine and Biology (WFUMB) ha pubblicato linee guida sull’uso dell’elastografia ad ultrasuoni per l’esame del seno per misurare la rigidità del tessuto mammario. Secondo il WFUMB, l’elastografia ad ultrasuoni ha dimostrato di essere altamente accurata nel caratterizzare le lesioni al seno come benigne o maligne. Il tessuto tumorale è più rigido del normale tessuto mammario e si ritiene che l’irrigidimento dei tessuti inizi nella fase iniziale del cancro. Il punteggio di Tsukuba è una scala di 5 punti per classificare la rigidità di una massa, ma altri metodi di interpretazione (ad esempio, il rapporto lesione-grasso) si sono dimostrati efficaci. [92]
Sono disponibili molte tecniche di elastografia diverse per misurare e visualizzare l’elastografia qualitativamente o quantitativamente utilizzando il modus visualizzato e le diverse forze. Le tecniche comunemente utilizzate sono l’elastografia a deformazione (SE), l’imaging dell’impulso della forza di radiazione acustica (ARFI), l’elastografia transitoria (TE), l’elastografia a onde di taglio a punti (pSWE) e l’elastografia a onde di taglio (SWE). [93]
Gli studi hanno dimostrato che l’elastografia di deformazione e l’elastografia a onde di taglio possono avere un’elevata sensibilità e specificità per caratterizzare le lesioni mammarie come benigne o maligne. L’elastografia di deformazione ha mostrato la massima sensibilità e l’elastografia ad onde di tesa la massima specificità. [94, 95, 96]
L’elastografia a cesto è una tecnica qualitativa che valuta i cambiamenti nei tessuti quando viene applicata una forza esterna, con tessuti più morbidi che si deformano più dei tessuti più rigidi. I 2 metodi di applicazione dello stress nell’elastografia da deformazione sono la compressione e il rilascio manuali e un impulso di impulso di forza della radiazione acustica (ARFI). L’elastografia della deformazione produce un’immagine basata sullo spostamento relativo del tessuto. [94, 95, 96]
L’elastografia ad onde di tesa, utilizzando la forza di radiazione acustica indotta dall’impulso di spinta ad ultrasuoni generato dal trasduttore, fornisce parametri quantitativi di elasticità e visualizza una sovrapposizione di colori visiva di informazioni elastiche in tempo reale. Oltre a dimostrarsi utile per la diagnosi del cancro al seno, l’elastografia a onde di sensura ha dimostrato di essere preziosa come predittore preoperatorio della prognosi o della risposta alla chemioterapia. [94, 95, 96]
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RISORSE AGGIUNTIVE
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BIBLIOGRAFIA
• 1. Tagliafico, Massimo Calabrese et al, Journal of Clinical Oncology 2016 34:16, 1882-1888.
• 2. Pisano et al. NEJM 2005; 353: 1773.
• 3. Engmann NJ, et al, JAMA Oncol. 2017;3(9):1228-1236
• 4. Mandelson et al. J Natl Cancer Inst 2000; 92:1081–1087.
• 5. FDA PMA P110006 summary of safety and effectiveness.
• 6. https://www.who.int/news-room/
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Risonanza magnetica
Le principali indicazioni per la risonanza magnetica del seno sono lo screening per il cancro al seno nelle donne a rischio maggiore, la stadiazione del cancro noto e la valutazione della risposta alla chemioterapia neoadiuvante. La risonanza magnetica del seno si basa sull’imaging ponderato T1 con contrasto, ma la valutazione multiparametrica, tra cui l’imaging ponderato T2, ultraveloce e ponderato per diffusione, pu
Gestione del rischio e Prevenzione
Due modulatori selettivi del recettore degli estrogeni (SERM), tamoxifene e raloxifene, sono approvati per la riduzione del rischio di cancro al seno nelle donne ad alto rischio. Gli inibitori dell’aromatasi sono anche approvati per la riduzione del rischio nelle donne in postmenopausa. La mastectomia profilattica è anche un’opzione per la riduzione del rischio.
L’approccio generale alla valutazione del cancro al seno è stato formalizzato come tripla valutazione: esame clinico, imaging (di solito mammografia, ecografia o entrambi) e biopsia con l’ago. Una maggiore consapevolezza pubblica e un miglioramento dello screening hanno portato a una diagnosi precoce, in fasi suscettibili di completare la resezione chirurgica e le terapie curative. I miglioramenti nella terapia e nello screening hanno portato a un miglioramento dei tassi di sopravvivenza per le donne con diagnosi di cancro al seno.
La chirurgia e la radioterapia, insieme all’ormone adiuvante o alla chemioterapia quando indicato, sono oggi considerati il trattamento primario per il cancro al seno. Per molte pazienti con carcinoma mammario in fase iniziale a basso rischio, la chirurgia con radiazioni locali è curativa.
Le terapie adiuvanti per il cancro al seno sono progettate per trattare le malattie micrometastatiche o le cellule del cancro al seno che sono sfuggite ai linfonodi al seno e ai linfonodi regionali ma non hanno ancora stabilito una metastasi identificabile. A seconda del modello di riduzione del rischio, è stato stimato che la terapia adiuvante sia responsabile del 35-72% della diminuzione della recidiva del cancro.
Prognosi
Dal 1990 al 2015, i tassi di mortalità per cancro al seno negli Stati Uniti sono diminuiti del 39%. La diminuzione si è verificata sia nelle donne più giovani che in quelle anziane, ma è rallentata tra le donne di età inferiore ai 50 anni dal 2007. [78]
Si ritiene che la diminuzione dei tassi di mortalità per cancro al seno rappresenti un progresso sia nella diagnosi precoce che nelle migliori modalità di trattamento. [8]Le stime del 2022 sono di 43.780 decessi previsti per cancro al seno (43.250 nelle donne, 530 negli uomini). [8]
Fattori prognostici e predittivi
Numerosi fattori prognostici e predittivi per il cancro al seno sono stati identificati dal College of American Pathologists (CAP) per guidare la gestione clinica delle donne con cancro al seno. I fattori prognostici del cancro al seno includono quanto segue:
• Stato del linfonodo ascellare
• Dimensione del tumore
• Invasione linfatica/vascolare
• Età del paziente
• grado istologico
• Sottotipi istologici (ad esempio, tubolari, mucinosi [colloide] o papillari)
• Risposta alla terapia neoadiuvante
• Stato del recettore degli estrogeni/recettore del progesterone (ER/PR)
• Amplificazione o sovraespressione del gene HER2
Il coinvolgimento canceroso dei linfonodi sotto l’ascella è un’indicazione della probabilità che il cancro al seno si sia diffuso ad altri organi. La sopravvivenza e il ripetersi sono indipendenti dal livello di coinvolgimento, ma sono direttamente correlati al numero di nodi coinvolti.
I pazienti con malattia nodo-negativa hanno un tasso di sopravvivenza complessivo a 10 anni del 70% e un tasso di recidiva a 5 anni del 19%. Nei pazienti con linfonodi positivi al cancro, i tassi di recidiva a 5 anni sono i seguenti:
• Uno o tre linfonodi positivi – 30-40%
• Da quattro a nove nodi positivi – 44-70%
• ≥10 nodi positivi – 72-82%
I tumori positivi al recettore ormonale generalmente hanno un decorso più indolente e sono reattivi alla terapia ormonale. I saggi ER e PR vengono eseguiti regolarmente su materiale tumorale dai patologi; l’immunoistochimica (IHC) è una tecnica semiquantitativa dipendente dall’osservatore e dagli anticorpi.
Queste informazioni prognostiche possono guidare i medici nel prendere decisioni terapeutiche. La revisione patologica del tessuto tumorale per il grado istologico, insieme alla determinazione dello stato ER/PR e dello stato HER2, è necessaria per determinare la prognosi e il trattamento. La valutazione del coinvolgimento dei linfonodi mediante la biopsia dei linfonodi sentinella o la dissezione dei linfonodi ascellari è generalmente necessaria. [82] (Vedi la sezione Staging in questo articolo e la stagiazione del cancro al seno.)
In passato, la sovraespressione di HER2 era associata a un fenotipo tumorale più aggressivo e a una prognosi peggiore (tasso di recidiva più elevato e aumento della mortalità), indipendentemente da altre caratteristiche cliniche (ad esempio, età, stadio e grado del tumore), specialmente nei pazienti che non hanno ricevuto chemioterapia adiuvante. La prognosi è migliorata con l’uso di routine di terapie mirate a HER2, che consistono in quanto segue:
• Trastuzumab – Anticorpo monoclonale
• Pertuzumab – Anticorpo monoclonale
• Lapatinib – Un inibitore della tirosin-chinasi orale a piccola molecola
• Neratinib – Un inibitore orale della tirosina chinasi a piccole molecole
• Ado-trastuzumab emtansine – Un coniugato anticorpo-farmaco diretto specificamente al recettore HER2
• Trastuzumab deruxetacan – Un coniugato anticorpo-farmaco specificamente diretto contro il recettore HER2
È stato anche dimostrato che lo stato HER2 prevede la risposta a determinati agenti chemioterapici (ad esempio, doxorubicina). I risultati retrospettivi analizzati di studi clinici hanno dimostrato che i pazienti HER2-positivi beneficiano di regimi a base di antraciclina, forse a causa della frequente coamplificazione della topoisomerasi II con HER2. (Vedi Cancro al seno e HER2.)
Test di profilazione molecolare
Nelle pazienti con carcinoma mammario precoce – ER-positivo, HER2-negativo e nodo-negativo o con 1-3 nodi positivi – il test genetico del tumore può essere utilizzato per determinare il rischio di recidiva e il probabile beneficio della chemioterapia. Test multipli che sono stati sviluppati e convalidati a questo scopo; vedi Workup/Tumor Genetic Testing.
Prognosi per tipo di cancro
Il DCIS è un cancro al seno non invasivo allo stadio 0 che inizia nei dotti. In situ significa in pratica di un tumore fermo nella sua sede di sua insorgenza. La condizione è non invasiva perché non è diffusa oltre i dotti in altri tessuti sani. Il DCIS non è pericoloso per la vita, ma le persone a cui è stata diagnosticata la condizione hanno un rischio superiore alla media di sviluppare un cancro al seno invasivo nel corso della vita.
Secondo l’American Cancer Society, circa il 20% dei nuovi tumori al seno sono DCIS. Ci sono tre gradi di DCIS: Le cellule di basso grado o di grado I sembrano solo un po’ diverse dalle cellule sane e crescono lentamente. Il DCIS di basso grado ha meno probabilità di ricorrenza rispetto al DCIS di grado moderato o alto. Le cellule di grado moderato o di grado II (chiamate anche di grado intermedio) crescono più velocemente. Il DCIS di livello moderato ha maggiori probabilità di ricorrenza rispetto al DCIS di basso grado, ma ha meno probabilità rispetto al DCIS di alto grado. Le cellule di alto grado o di grado III sembrano molto diverse dalle cellule mammarie sane e tendono a crescere più velocemente. High-grade può anche essere descritto come come comedo o necrosi comedo, il che significa che ci sono aree di cellule tumorali necrotizzate all’interno del DCIS. I trattamenti standard per il CISD sono: lumpectomia seguita da radioterapia lumpectomia da sola, se il DCIS è molto piccolo e di basso grado mastectomia, se il DCIS è grande o ci sia multifocalità o multicentricità; terapia ormonale, se il DCIS è ormono-positivo
DCIS è diviso in sottotipi comedi (cioè cribriformi, micropapillari e solidi) e non comedi, una divisione che fornisce ulteriori informazioni prognostiche sulla probabilità di progressione o recidiva locale. Generalmente, la prognosi è peggiore per il DCIS comedo che per il DCIS non comedo .
Alcuni medici hanno proposto di togliere la parola “carcinoma” dalla diagnosi carcinoma duttale in situ e hanno suggerito una formulazione alternativa, come “lesioni indolenti di origine epiteliale (IDLE)”.
“È stato suggerito che l’uso del carcinoma (se non sia un DCIS una condizione non invasiva) può contribuire alle preoccupazioni e all’ansia sperimentate dopo una diagnosi di DCIS”, commentano Rosenburg e colleghi.
In effetti, alcuni studi hanno dimostrato che quando la parola “cancro” non è stata usata per descrivere il DCIS, le donne avevano maggiori probabilità di optare per una gestione non chirurgica rispetto a quando è stata usata la parola “cancro”, come precedentemente riportato da Medscape Medical News.
“È difficile sapere se la sola modifica della nomenclatura avrà un impatto sul modo in cui il DCIS viene percepito”, ha detto Rosenberg a Medscape Medical News in un’e-mail.
“Data l’eterogeneità del DCIS, le decisioni sulla [sua] gestione dovrebbero essere prese dialogando con le pazienti considerando i fattori che possono influire sulla prognosi”.
Allo stesso tempo, Rosenberg ha ritenuto che non si trattasse solo di fornire ai pazienti più informazioni, ma piuttosto di fornire strumenti migliori per aiutare a comunicare informazioni ai pazienti. “Strumenti come gli ausili decisionali possono spesso essere utili in questo contesto e fornire ai pazienti informazioni equilibrate sui danni e sui benefici delle diverse opzioni di gestione”, ha osservato.
C’è stata molta discussione sul fatto che queste lesioni non invasive siano sovratrattate. Ci sono state anche proposte di rinviare il trattamento immediato per il DCIS e invece seguire queste lesioni con sorveglianza “attiva e vigile”, come si fa nei casi di cancro alla prostata a basso rischio.
Molte risposte si sono concentrate sulle conseguenze negative a breve e lungo termine del trattamento, tra cui la perdita di un seno, capezzoli, seni irregolari, cicatrici e deturpazione. “Le emozioni andavano dalla depressione grave e dai pensieri suicidi a livelli più bassi di angoscia, paure, dubbi, ansia, imbarazzo… e un riconoscimento generale di un peso emotivo generale”.
L’indagine ha anche rivelato molteplici preoccupazioni sul rischio di recidiva del cancro. Ad esempio, alcuni intervistate hanno espresso preoccupazione per lo sviluppo di un cancro nel seno controlaterale. Altri avevano paura di sviluppare un cancro più aggressivo o più dannoso, mentre altri ancora esprimevano paura che il cancro si diffondesse ad altre parti del corpo.
Confusione condivisa dai medici
In questo sondaggio, l’incertezza tra i pazienti sul fatto che il DCIS sia un cancro è “forse non sorprendente”, dato che anche i medici sembrano condividere parte di questa incertezza, commentano Bethany Anderson, MD, University of Wisconsin School of Medicine and Public Health, Madison, Wisconsin, e Julia White, MD, Ohio State University, Columbus, Ohio, in un editoriale di accompagnamento.
L’incertezza tra i pazienti sul fatto che il DCIS sia un cancro è “forse non sorprendente”, dato che anche i medici sembrano condividere parte di questa incertezza. L’attuale trattamento per il DCIS è simile a quello per il cancro al seno invasivo, che di solito include una combinazione di chirurgia, radioterapia e/o terapia endocrina. Alcuni hanno proposto di togliere la parola “carcinoma” dalla diagnosi e hanno suggerito una formulazione alternativa, come “lesioni insolenti di origine epiteliale (IDLE)”.
Allo stesso tempo, Rosenberg ha ritenuto che non si trattasse solo di fornire ai pazienti più informazioni, ma piuttosto di dotare di strumenti migliori per aiutare a comunicare informazioni ai pazienti. “Strumenti come gli ausili decisionali possono spesso essere utili in questo contesto e fornire ai pazienti informazioni equilibrate sui danni e sui benefici delle diverse opzioni di gestione”, ha osservato.
Queste lesioni non invasive non dovrebbero essere sovratrattate. Ci sono state anche proposte di rinviare il trattamento immediato per il DCIS e invece seguire queste lesioni con sorveglianza attiva o “attesa vigile”, come si fa nei casi di cancro alla prostata a basso rischio.
Molte risposte si sono concentrate sulle conseguenze negative a breve e lungo termine del trattamento, tra cui la perdita di un seno, capezzoli, seni irregolari, cicatrici e deturpazione. “Le emozioni andavano dalla depressione grave e dai pensieri suicidi a livelli più bassi di angoscia, paure, dubbi, ansia, imbarazzo… e un riconoscimento generale di un peso emotivo generale”.
L’indagine ha anche rivelato molteplici preoccupazioni sul rischio di recidiva del cancro. Ad esempio, alcuni intervistati hanno espresso preoccupazione per lo sviluppo di un cancro nel seno controlaterale. Altri avevano paura di sviluppare un cancro più aggressivo o più dannoso, mentre altri ancora esprimevano paura che il cancro si diffondesse ad altre parti del corpo.
“Ogni anno negli Stati Uniti, a quasi 50.000 donne viene diagnosticato un carcinoma duttale in situ (DCIS), una condizione mammaria non invasiva che ha poco potenziale di diffondersi oltre il seno”, commenta l’autrice principale Shoshana Rosenberg, ScD, MPH, Weill Cornell Medicine, New York e colleghi.
Sebbene vi sia una sostanziale eterogeneità tra le lesioni DCIS, le stime attuali sono che solo il 20-30% dei casi di DCIS avanzerà verso il cancro invasivo nel corso della vita.
Eppure l’attuale trattamento per il DCIS è simile a quello per il carcinoma al seno invasivo, che di solito include una combinazione di chirurgia, radioterapia e/o terapia endocrina. Le risposte nel sondaggio mostrano che le donne si preoccupano se hanno avuto abbastanza o troppo trattamento. L’indagine mostra che “i partecipanti con una storia di DCIS hanno riportato confusione e preoccupazione per la diagnosi e il trattamento che hanno causato preoccupazione e incertezza significativa”, concludono gli autori.
È il carcinoma o no? Molte delle risposte “riflettevano l’incertezza sul fatto che il DCIS fosse cancro o meno”, riferiscono Rosenberg e colleghi.
C’è stato un certo dibattito su questo tra gli esperti. Alcuni hanno proposto di togliere la parola “carcinoma” dalla diagnosi e hanno suggerito una formulazione alternativa, come “lesioni indolenti di origine epiteliale (IDLE)”.
“È stato suggerito che l’uso della parola carcinoma (nonostante il DCIS sia una condizione non invasiva) possa contribuire alle preoccupazioni e all’ansia sperimentate dopo una diagnosi di DCIS”, commentano Rosenburg e colleghi.
In effetti, alcuni studi hanno dimostrato che quando la parola “cancro” non era usata per descrivere DCIS, le donne avevano maggiori probabilità di optare per la gestione non chirurgica rispetto a quando veniva usata la parola “cancro”, come precedentemente riportato da Medscape Medical News.
“È difficile sapere se cambiare la nomenclatura da sola avrà un impatto sul modo in cui viene percepito il DCIS”, ha detto Rosenberg a Medscape Medical News in una e-mail.
“Data l’eterogeneità del DCIS, le decisioni sulla [sua] gestione dovrebbero essere prese in collaborazione con i fornitori e [considerando] i fattori che possono avere un impatto sulla prognosi”, ha aggiunto.
Allo stesso tempo, Rosenberg ha ritenuto che non si trattasse solo di fornire ai pazienti maggiori informazioni, ma piuttosto di fornire strumenti migliori per aiutare a comunicare informazioni ai pazienti. “Strumenti come gli ausili decisionali possono spesso essere utili in questo contesto e fornire ai pazienti informazioni equilibrate sui danni e sui benefici delle diverse opzioni di gestione”, ha osservato.”E penso che questo approccio possa aiutare con l’incertezza che molti pazienti sperimentano [sulla loro diagnosi DCIS] e supportare meglio i pazienti quando stanno prendendo in considerazione le opzioni di trattamento”, ha sottolineato Rosenberg.
Indagine basata sul web. Il sondaggio era basato sul web e ha coinvolto 1832 intervistati a cui era stato diagnosticato il DCIS. L’età media alla diagnosi era di 60 anni e il 90% degli intervistati era bianco. Il tempo mediano dalla diagnosi al completamento dell’indagine è stato di 6 anni.
Oltre a riflettere l’incertezza sul fatto che il DCIS fosse un cancro o meno, alcuni intervistati ritenevano che il loro medico avesse ridotto al minimo la diagnosi o non fosse riuscito a riconoscerne l’impatto sulla loro vita. Altri hanno espresso preoccupazione sul fatto che il DCIS possa essere o meno un precursore del “cancro in piena regola” nel tempo.
Inoltre, le preoccupazioni erano spesso legate alle incertezze e alle difficoltà nella scelta delle opzioni di trattamento. Alcuni intervistati hanno espresso rammarico per le decisioni di trattamento molto tempo dopo averne passate.
Molti intervistati si sono chiesti se il livello di trattamento scelto fosse appropriato: sono stati trattati in modo eccessivo o avevano fatto abbastanza?
Insieme al dibattito sul cambiamento del nome del DCIS, si è discusso molto sul fatto che queste lesioni non invasive vengano trattate eccessivamente. Ci sono state anche proposte per posticipare il trattamento immediato per il DCIS e invece seguire queste lesioni con sorveglianza attiva o “attesa vigile”, come si fa nei casi di cancro alla prostata a basso rischio.
Ma gli autori riferiscono che tra le donne a cui è stato diagnosticato il DCIS, le “prospettive riguardanti l’attesa vigile” come strategia erano miste”.
Da un lato, gli intervistati hanno espresso dubbi e confusione sul fatto che un approccio di guardia e attesa fosse adeguato. Altri hanno indicato che volevano abbracciare una tale strategia, ma che i loro fornitori l’avevano scoraggiata. Un piccolo numero di intervistati ha rifiutato il trattamento DCIS standard e un numero altrettanto piccolo di partecipanti si è chiesto se avrebbero scelto un’attesa vigile ora se avessero dovuto prendere le stesse decisioni sul trattamento.
Molte risposte si sono concentrate sulle conseguenze negative a breve e lungo termine del trattamento, tra cui la perdita di seno, capezzoli, seni irregolari, cicatrici e deturpazione. “Le emozioni andavano da una grave depressione e pensieri suicidi a livelli più bassi di angoscia, paure, dubbi, ansia, imbarazzo… e un riconoscimento generale di un carico emotivo complessivo”, elaborano gli autori.
L’indagine ha anche rivelato molteplici preoccupazioni sul rischio di recidiva del cancro. Ad esempio, alcuni intervistati hanno espresso preoccupazione per lo sviluppo del cancro nel seno controlaterale. Altri temevano di sviluppare un cancro più aggressivo o più dannoso, mentre altri ancora esprimevano paura che il cancro si diffondesse ad altre parti del corpo.
Confusione condivisa dai medici.In questo sondaggio, l’incertezza tra i pazienti sul fatto che il DCIS sia un cancro è “forse non sorprendente”, dato che anche i medici sembrano condividere parte di questa incertezza, commenta Bethany Anderson, MD, University of Wisconsin School of Medicine and Public Health, Madison, Wisconsin, e Julia White, MD, Ohio State University, Columbus, Ohio, in un editoriale di accompagnamento.
Citano uno studio su medici coinvolti nella cura delle donne con DCIS basato su interviste telefoniche dettagliate, che hanno scoperto che molti usavano una terminologia contrastante. Ad esempio, un oncologo delle radiazioni ha riferito di non essere d’accordo con la descrizione del chirurgo mammario del DCIS come “pre-cancro” e ha trascorso del tempo a “chiarire che si tratta di cancro al seno, ma è molto presto”.
Inoltre, gli editorialisti sottolineano che questo sondaggio aveva uno scopo specifico: i ricercatori hanno cercato di comprendere gli aspetti negativi dell’esperienza del paziente in un gruppo di donne che hanno ricevuto in gran parte un trattamento DCIS standard in modo da informare meglio una futura sperimentazione clinica di sorveglianza attiva. Sottolineano che è stata posta solo una domanda neutrale e gli autori non hanno chiesto aspetti del viaggio DCIS che sono andati bene.
Tuttavia, il sondaggio offre informazioni sull’esperienza delle donne con DCIS e dovrebbe aiutare a provocare una comunicazione più empatica tra i fornitori e i loro pazienti, commentano gli editorialisti.
“Va notato… che molte donne con DCIS sono altrimenti abbastanza sane e qualsiasi grado di rischio di cancro al seno appena introdotto può essere comprensibilmente preoccupante”, sottolineano.
“Quindi, la missione dei fornitori potrebbe non essere quella di eliminare la preoccupazione, ma piuttosto di educare meglio le donne sul loro effettivo rischio di cancro, impegnarsi in un processo decisionale condiviso per quanto riguarda le opzioni di trattamento e fornire ulteriore supporto emotivo”, aggiungono. Non Sempre BenignoGli editorialisti aggiungono anche una nota che fa riflettere: mentre il potenziale sovratrattamento viene sempre più discusso, “la diagnosi di DCIS non sempre preannuncia un esito benigno”.
Citano una recente analisi che ha rilevato che il rischio di morire di cancro al seno era tre volte più alto per le donne con DCIS rispetto alle donne libere dal cancro. Questo rischio era particolarmente notevole nelle donne di età inferiore ai 40 anni (un aumento di 12 volte) e nelle donne nere (un aumento di 7,5 volte), osservano.
Circa il 15/20%dei tumori al seno rilevati dallo screening nelle donne di età compresa tra 50 e 74 anni non avrebbe causato sintomi o segni nella vita di una donna. Meno di quanto si pensasse in precedenza.
L’identificazione di tali tumori allo screening è considerata sovradiagnosi.
“Sappiamo da tempo che le stime più importanti della sovradiagnosi del cancro al seno negli Stati Uniti sono state gonfiate”, ha affermato il dott. Ruth Etzioni del Fred Hutchinson Cancer Research Center di Seattle ha detto a Reuters Health via e-mail. “Mentre i nostri risultati confermano che la sovradiagnosi del cancro al seno è reale, rassicurano anche che non è così allarmante o frequente come hanno suggerito gli studi più importanti”.
Autore principale Dr. Anche Marc Ryser della Duke University di Durham ha commentato via e-mail. “Mentre la mammografia ha dimostrato in studi randomizzati di essere efficace nel ridurre il rischio di morire di cancro al seno, il problema della sovradiagnosi ha creato confusione per molte donne sul valore dello screening del cancro al seno”.
“Ora che abbiamo un numero più affidabile per il rischio di sovradiagnosi”, ha detto, “speriamo che renderà molto più facili le conversazioni tra medici e pazienti su benefici e danni durante lo screening per il cancro al seno”.
“In questo studio non siamo stati in grado di discernere la percentuale sovradiagnosticata tra tumori al seno in situ e invasivi”, ha aggiunto “Ma altri studi che noi e i nostri coautori abbiamo pubblicato mostrano che, biologicamente, i tumori in situ hanno meno probabilità di progredire e questo li renderebbe più propensi a essere sovradiagnosticati”.
Come riportato negli Annals of Internal Medicine, i dottori Etzioni, Ryser e colleghi hanno analizzato i dati delle strutture del Breast Cancer Surveillance Consortium (BCSC) dal 2000-2018 per stimare il tasso di sovradiagnosi del cancro al seno nella pratica mammografica contemporanea. La coorte comprendeva quasi 36.000 donne, 82.677 mammografie e 718 diagnosi di cancro al seno.
Tra le donne il 64,4% erano bianche, il 19,0% asiatiche e il 12,1% nere. Tra le donne di etnia nota, l’11,0% si è identificato come ispanico.
L’età media al primo screening era di 56 anni, con un picco locale a 65 anni, corrispondente all’età iniziale dell’ammissibilità Medicare. Ogni donna ha ricevuto in media 2,3 test di screening.
Gli autori hanno utilizzato i dati sull’incidenza del cancro sullo schermo e sull’intervallo per stimare la latenza sottostante e la frazione del cancro indolente. Hanno quindi usato queste stime insieme alle tabelle di vita sul rischio di morte per cause diverse dal cancro al seno per prevedere l’entità della sovradiagnosi.
Tra tutti i casi preclinici, il 4,5% è stato stimato non progressivo. In un programma di screening biennale dai 50 ai 74 anni, si stima che il 15,4% dei casi di cancro rilevati dallo schermo sia sovradiagnosticato, con il 6,1% dovuto alla rilevazione di un cancro preclinico indolente e il 9,3% a causa della rilevazione di un cancro preclinico progressivo nelle donne che sarebbero morte per una causa non correlata prima della diagnosi clinica.
Gli autori osservano che poiché le donne con un primo schermo mammografico al di fuori del BCSC sono state escluse, i numeri erano troppo bassi per produrre modelli che spiegavano le caratteristiche del paziente come razza, etnia e densità del seno, o sottotipi di tumore istologico o molecolare.
Riassumendo, affermano: “Sulla base di un autorevole set di dati sulla popolazione degli Stati Uniti, l’analisi ha previsto che tra le donne sottoposte a screening biennale di età compresa tra 50 e 74 anni, circa 1 caso su 7 di cancro rilevato viene sovradiagnosticato”.
Dr. Katrina Armstrong del Massachusetts General Hospital di Boston, coautrice di un editoriale correlato, ha commentato via e-mail a Reuters Health: “Il tasso di sovradiagnosi è inferiore a quello riscontrato in studi recenti e dovrebbe essere rassicurante per le donne che considerano lo screening mammografico”.
“Tuttavia”, ha detto, “l’onere della sovradiagnosi a livello di popolazione è grande, dato il numero di donne sottoposte a screening ogni anno, e si dovrebbe fare di più per ridurre tale rischio facendo strumenti di screening migliori, modi migliori per prevedere quali tumori progrediranno e approcci migliori all’attuazione della prevenzione primaria”.
“Mentre la sovradiagnosi riceve molta attenzione nello screening del cancro, è anche un problema importante per altre malattie in cui usiamo i test di screening nelle cure primarie, come il diabete, ed è spesso trascurata nell’entusiasmo per i programmi di rilevamento precoce”, ha aggiunto. “Trovare una malattia che non avrebbe mai causato un problema non aiuta nessuno”.
Lo screening mammografico di popolazione per il cancro al seno ha portato a grandi aumenti nella diagnosi e nel trattamento del carcinoma duttale in situ (DCIS). La sorveglianza attiva è stata proposta come strategia di gestione per il DCIS a basso rischio per mitigare la potenziale sovradiagnosi e il sovratrattamento. Tuttavia, i medici e i pazienti rimangono riluttanti a scegliere la sorveglianza attiva, anche all’interno di un contesto di studio. La ricalibrazione della soglia diagnostica per il DCIS a basso rischio e/o l’uso di un’etichetta che non includa la parola “cancro” potrebbe incoraggiare l’adozione della sorveglianza attiva e di altre opzioni di trattamento conservative. Abbiamo mirato a identificare e raccogliere le prove epidemiologiche pertinenti per informare ulteriori discussioni su queste idee.
Metodi: abbiamo cercato i database PubMed ed EMBASE per studi DCIS a basso rischio in quattro categorie: (1) storia naturale; (2) cancro subclinico trovato all’autopsia; (3) riproducibilità diagnostica (due o più interpretazioni del patologi in un unico momento); e (4) deriva diagnostica (due o più interpretazioni del patologiche in diversi punti temporali). Laddove abbiamo identificato una revisione sistematica preesistente, la ricerca è stata limitata agli studi pubblicati dopo il periodo di inclusione della revisione. Due autori hanno esaminato i record, estratto i dati ed eseguito la valutazione del rischio di bias. Abbiamo intrapreso una sintesi narrativa delle prove incluse all’interno di ogni categoria.
Risultati: Storia naturale (n = 11): sono state incluse una revisione sistematica e nove studi primari, ma solo cinque hanno fornito prove sulla prognosi delle donne con DCIS a basso rischio. Questi studi hanno riferito che le donne con DCIS a basso rischio avevano esiti comparabili indipendentemente dal fatto che avessero o meno un intervento chirurgico. Il rischio di carcinoma mammario invasivo nelle pazienti con DCIS a basso rischio variava dal 6,5% (7,5 anni) al 10,8% (10 anni). Il rischio di morire di cancro al seno in pazienti con DCIS a basso rischio variava dall’1,2 al 2,2% (10 anni). Cancro subclinico all’autopsia (n = 1): una revisione sistematica di 13 studi ha stimato la prevalenza media del carcinoma mammario subclinico in situ all’8,9%. Riproducibilità diagnostica (n = 13): due revisioni sistematiche e 11 studi primari hanno trovato al massimo un accordo moderato nel differenziare il DCIS di basso grado da altre diagnosi. Deriva diagnostica: non sono stati trovati studi.
Conclusione: le prove epidemiologiche supportano la considerazione della rietichettatura e/o della ricalibrazione delle soglie diagnostiche per il DCIS a basso rischio. Tali modifiche diagnostiche richiederebbero un accordo sulla definizione di DCIS a basso rischio e una migliore riproducibilità diagnostica.
C’è una preoccupazione di lunga data tra gli oncologi che molte donne con carcinoma duttale in situ (DCIS), un potenziale precursore del cancro al seno invasivo, ricevano più trattamento di quello di cui hanno bisogno. Il potenziale di sovratrattamento ruota in gran parte attorno all’estensione della chirurgia e all’uso delle radiazioni.
Radioterapia… non sempre
cinoma duttale in situ è un carcinoma non invasivo ed è spesso trattato con BCS seguito da radioterapia, eventualmente seguito da terapia endocrina. BCS, noto anche come lumpectomia, mira a rimuovere il cancro al seno lasciando il più normale tessuto mammario possibile. Per quanto riguarda l’IBTR, la Society of Surgical Oncology-American Society for Radiation Oncology-American Society of Clinical OncologyConsensusGuideline on Margins for Breast-Conserving Surgery With Whole-Breast Irradiation in Ductal Carcinoma in Situ afferma:
- I margini positivi hanno un rischio doppio per l’IBTR
- I margini più ampi non diminuiscono significativamente l’IBTR rispetto ai margini di 2 mm
- I sottotipi biologici non richiedono margini più larghi delle marcature a inchiostro
- I tassi di IBTR sono abbassati con l’uso della terapia sistemica
Gli studi non hanno mostrato alcun beneficio di sopravvivenza rispetto alla mastectomia rispetto al BCS. Tuttavia, la timorectomia la BCS è associata a migliori risultati estetici, a un carico psicologico inferiore e a complicazioni postoperatorie ridotte
L’uso del test Oncotype DX Breast DCIS Score, un test di laboratorio che stima il rischio di recidiva DCIS, può aiutare a identificare i pazienti con DCIS a basso rischio che possono evitare in modo sicuro le radiazioni adiuvanti dopo l’intervento chirurgico, secondo una nuova ricerca (abstract GS03-01) presentata l’8 dicembre al San Antonio Breast Cancer Symposium 2023.
I ricercatori hanno scoperto che il punteggio Oncotype DX ha aiutato a identificare i pazienti che sono a basso e alto rischio di recidiva DCIS. Le pazienti a basso rischio che hanno saltato la radioterapia adiuvante dopo un intervento chirurgico di conservazione del seno hanno dimostrato tassi di recidiva simili a 5 anni rispetto ai pazienti ad alto rischio che hanno ricevuto radioterapia adiuvante.
Questo è il primo studio prospettico per valutare le decisioni sulle radiazioni tra i pazienti con DCIS.
L’autrice principale Seema Khan, MD, che ha presentato la ricerca, ha definito i risultati “rassicuranti”.
Per ridurre il rischio di recidiva DCIS o progressione al cancro al seno invasivo, la maggior parte delle pazienti con DCIS si sottopone a chirurgia conservativa del seno seguita da radioterapia adiuvante, ha spiegato Khan. Invece di un intervento chirurgico di conservazione del seno, circa 1 paziente su 4 opta per la mastectomia.
I risultati precedenti di questo studio hanno rivelato che la risonanza magnetica ha aiutato a identificare i pazienti che possono ricevere in sicurezza un intervento chirurgico di conservazione del seno invece della mastectomia
Lo studio ha incluso 171 pazienti con DCIS che hanno avuto ampie escissioni locali dopo che la risonanza magnetica ha confermato che potevano rinunciare a un intervento chirurgico più esteso.
I campioni chirurgici sono stati quindi inviati per il test per determinare il punteggio DCIS utilizzando il test 12-gene Oncotype DX.
Le donne che hanno ottenuto un punteggio inferiore a 39 punti sulla scala Oncotype DX a 100 punti sono state considerate a basso rischio di recidiva e sono state consigliate di saltare le radiazioni. Alle donne che hanno ottenuto un punteggio > 39 è stato consigliato di sottoporsi a radiazioni. Complessivamente, il 93% dei pazienti ha seguito le raccomandazioni sulle radiazioni: 75 su 82 pazienti (91,4%) considerati a basso rischio ha saltato la radioterapia adiuvante e 84 su 89 pazienti (94,4%) ritenuti ad alto rischio hanno avuto la radioterapia. Lo studio ha incluso 171 pazienti con DCIS che hanno avuto ampie escissioni locali dopo che la risonanza magnetica ha confermato che potevano rinunciare a un intervento chirurgico più esteso.
I campioni chirurgici sono stati quindi inviati per il test per determinare il punteggio DCIS utilizzando il test 12-gene Oncotype DX.
Le donne che hanno ottenuto un punteggio inferiore a 39 punti sulla scala Oncotype DX a 100 punti sono state considerate a basso rischio di recidiva e sono state consigliate di saltare le radiazioni. Alle donne che hanno ottenuto un punteggio > 39 è stato consigliato di sottoporsi a radiazioni. Complessivamente, il 93% dei pazienti ha seguito le raccomandazioni sulle radiazioni: 75 su 82 pazienti (91,4%) considerati a basso rischio ha saltato la radioterapia adiuvante e 84 su 89 pazienti (94,4%) ritenuti ad alto rischio hanno avuto la radioterapia.
A un follow-up mediano di 5 anni, il 5,1% (quattro su 82) dei pazienti a basso rischio ha avuto una recidiva contro il 4,5% (quattro su 89) dei pazienti a più alto rischio.
I tassi di recidiva tra i pazienti che hanno seguito le raccomandazioni sulle radiazioni hanno rispecchiato questi risultati complessivi: il 5,5% dei 75 pazienti con DCIS a basso rischio che hanno saltato la radioterapia ha sperimentato una recidiva della malattia rispetto al 4,8% degli 84 pazienti con DCIS ad alto rischio che hanno ricevuto la radioterapia.
L’età non sembrava avere un impatto sui risultati. Tra le 33 donne di età inferiore ai 50 anni, due hanno sperimentato una recidiva (4%), entrambe invasive. Uno si è verificato nel gruppo a basso rischio e l’altro nel gruppo a più alto rischio. Tra le 138 donne anziane, sei hanno avuto recidive, tre in ogni gruppo, e una recidiva in ciascuna era invasiva.
In breve, “le donne che hanno saltato le radiazioni in base a questo punteggio non hanno sperimentato un rischio eccessivo di” recidiva ipsilaterale in 5 anni, ha detto Khan.
Nel complesso, lo studio offre “forti prove” che il punteggio DCIS potrebbe aiutare a “prevenire un trattamento eccessivo per alcuni pazienti”, ha concluso, aggiungendo che saranno riportati i risultati di 10 anni.
I risultati dello studio PROSPECT forniscono prove convincenti che la risonanza magnetica preoperatoria di alta qualità e anche la CEM in combinazione con l’analisi postoperatoria delle caratteristiche patologiche può identificare un sottoinsieme sostanziale di donne con cancro al seno precoce localizzato che potrebbero tranquillamente saltare la radioterapia.
L’omissione della radioterapia dopo un intervento chirurgico di conservazione del seno in pazienti senza neoplasie occulte e patologia favorevole ha portato a un tasso di recidiva locale molto basso (1%) a 5 anni, ha riferito il ricercatore principale Gregory Bruce Mann, MBBS, PhD, del Royal Women’s Hospital, Melbourne, Australia, il 5 dicembre al San Antonio Breast Cancer Symposium (SABCS) 2023 (abstract PS02-03).
Inoltre, le donne che hanno saltato le radiazioni avevano una qualità di vita correlata alla salute superiore rispetto ai coetanei che hanno subito il trattamento e, inaspettatamente, la loro paura di recidiva del cancro è stata “drammaticamente ridotta”, ha detto Mann a Medscape Medical News.
L’ipotesi era che meno trattamento [avrebbe] portato a una maggiore paura della recidiva del cancro” perché i pazienti si sarebbero preoccupati di non aver ricevuto un trattamento standard, “ma i pazienti che hanno omesso la RT in realtà avevano meno paura della recidiva del cancro”, ha detto.
Ciò potrebbe essere attendo a percezioni positive sulla cura e la fiducia su misura, ha spiegato. “Se il paziente ha avuto l’impressione che il medico non fosse preoccupato per la recidiva, allora il paziente non era preoccupato. Se si fidavano di te e tu avessi quella relazione con il paziente, avevano meno probabilità di provare la paura di ripetersi”.
PROSPECT era uno studio prospettico e non randomizzato che valutava se la risonanza magnetica del seno 3-Tesla con contrasto bilaterale preoperatoria e la patologia tumorale postoperatoria potessero identificare i pazienti con malattia “veramente localizzata” che potrebbero saltare la radioterapia dopo un intervento chirurgico di conservazione del seno.
I ricercatori hanno ipotizzato che la radioterapia riduca il rischio di recidiva locale trattando la malattia sincrona occulta che non è stata identificata dalle tecniche di imaging convenzionali. L’esclusione di tale malattia occulta utilizzando la risonanza magnetica preoperatoria, in associazione con la patologia a basso rischio, potrebbe definire un gruppo di pazienti con cancro al seno precoce in cui le radiazioni possono essere omesse senza compromettere sostanzialmente i tassi di recidiva locali.
Le donne di età pari o superiore a 50 anni con cancro al seno cT1N0 non triplo-negativo erano idonee per lo studio. Tra 443 pazienti, la risonanza magnetica preoperatoria ha rilevato 61 lesioni occulte maligne separate dal cancro indice in 48 pazienti (11%) della coorte totale.
I pazienti con cancro apparentemente unifocale hanno subito un intervento chirurgico di conservazione del seno e, se pT1N0 o N1mi, non sono state sottoposte a radioterapia (gruppo 1: 201 donne). Il trattamento standard, compresa la radioterapia, è stato offerto agli altri (gruppo 2: 242 donne). Tutte le donne sono state raccomandate per la terapia sistemica. L’endpoint primario era il tasso di recidiva invasiva ipsilaterale a 5 anni, con follow-up che continua a 10 anni.
Con un follow-up mediano di 5,4 anni, il tasso di recidiva invasiva ipsilaterale nel gruppo 1 era estremamente basso – solo l’1,0% (IC 95% superiore, 5,4%) – con una recidiva locale a 4,5 anni e una seconda a 7,5 anni. Nel gruppo 2, anche la recidiva locale a 5 anni è stata bassa, all’1,7% (IC 95% superiore, 6,1%).
L’unico caso di metastasi a distanza nell’intera coorte era geneticamente distinto dal cancro indice.
Omettere la radioterapia ha portato a una migliore qualità della vita correlata alla salute e a risultati funzionali e estetici, e le donne hanno considerato il non avere le radiazioni come un trattamento altamente accettabile e appropriato, non un sottotrattamento.
L’omissione delle radiazioni non è stata associata a una qualità della vita avversa correlata alla salute o all’aumento della paura della recidiva, e c’è stato anche un “basso rimpianto decisionale” nelle donne che non hanno ricevuto radiazioni, ha detto Gerber, che non è stato coinvolto nello studio.
Scrivendo in un commento per The Lancet, Lior Z. Braunstein, MD, con il Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York, afferma che nel complesso, PROSPECT e studi comparabili di omissione della radioterapia, “piuttosto che impostare una pratica clinica uniforme, consentiranno ai pazienti di delineare la loro tolleranza al rischio individuale e le loro preferenze personali”.
Osserva, tuttavia, che “l’uso della risonanza magnetica preoperatoria tra i pazienti a basso rischio rimane in qualche modo controverso. In effetti, l’intervento di risonanza magnetica in PROSPECT non è stato del tutto benigno, provocando quasi 200 biopsie e cinque delle nove mastectomie osservate”.
Braunstein conclude che con numerosi approcci alla profilazione del rischio, “i pazienti informati potrebbero scegliere molto ragionevolmente percorsi diversi. In effetti, è proprio questo approccio individualizzato alla gestione del cancro al seno che è stato a lungo la promessa della medicina personalizzata – PROSPECT aggiunge lodevolmente a questa tradizione”.
Circa il 10-20% delle donne con LCIS sviluppa un cancro al seno invasivo entro 15 anni dalla diagnosi di LCIS. Pertanto, LCIS è considerato un biomarcatore di aumento del rischio di cancro al seno.
Il carcinoma duttale infiltrato è il tumore mammario più comunemente diagnosticato e ha la tendenza a metastatizzare attraverso i vasi linfatici. Come il carcinoma duttale, il carcinoma lobulare infiltrato in genere metastata prima ai linfonodi ascellari. Tuttavia, ha anche la tendenza ad essere più multifocale. Tuttavia, la sua prognosi è paragonabile a quella del carcinoma duttale.
I carcinomi midolari tipici o classici sono spesso associati a una buona prognosi nonostante le caratteristiche prognostiche sfavorevoli associate a questo tipo di cancro al seno, tra cui la negatività ER, l’alto grado tumorale e gli alti tassi proliferativi. Tuttavia, un’analisi di 609 campioni di cancro al seno midollare da vari protocolli di fase I e II del National Surgical Adjuvant Breast and Inteste Project (NSABP) indica che la sopravvivenza e la prognosi complessive non sono buone come riportato in precedenza. I carcinomi midollari atipici comportano anche una prognosi peggiore.
Nel complesso, i pazienti con carcinoma mucinoso hanno una prognosi eccellente, con una sopravvivenza migliore dell’80% a 10 anni. Allo stesso modo, il carcinoma tubulare ha una bassa incidenza di coinvolgimento dei linfonodi e un tasso di sopravvivenza complessivo molto alto.
Il carcinoma papillare cistico ha una bassa attività mitotica, che si traduce in un decorso più indolente e una buona prognosi. Tuttavia, il carcinoma duttale micropapillare invasivo ha un fenotipo più aggressivo, anche se circa il 70% dei casi è ER-positivo. Una revisione retrospettiva di 1400 casi di carcinoma invasivo ha identificato 83 casi (6%) con almeno una componente di carcinoma duttale micropapillare invasivo. [83]
Inoltre, la metastasi dei linfonodi è spesso osservata in questo sottotipo (incidenza, 70-90%) e il numero di linfonodi coinvolti sembra essere correlato alla sopravvivenza.
Per il carcinoma mammario metaplastico, la maggior parte delle serie di casi pubblicati ha dimostrato una prognosi peggiore rispetto al carcinoma duttale infiltrante, anche se aggiustato per stadio, con un tasso di sopravvivenza complessivo di 3 anni del 48-71% e un tasso di sopravvivenza privo di malattia di 3 anni del 15-60%. [84] Nella maggior parte delle serie di casi, le grandi dimensioni del tumore e lo stadio avanzato sono emersi come predittori di scarsa sopravvivenza e prognosi complessiva. [85] Lo stato nodale non sembra influire sulla sopravvivenza nel carcinoma mammario metaplastico.
La malattia di Paget del seno è associata a un cancro al seno sottostante nel 75% dei casi. La chirurgia che conserva il seno può ottenere risultati soddisfacenti, ma a rischio di recidiva locale. I fattori prognostici scarsi includono un tumore al seno palpabile, coinvolgimento dei linfonodi, tipo istologico ed età inferiore a 60 anni. La malattia di Paget con una massa palpabile di solito ha una componente invasiva e un tasso di sopravvivenza inferiore a 5 anni (20-60%). Quelli che non hanno una massa palpabile sottostante hanno un tasso di sopravvivenza di 5 anni più alto (75-100%). [86,87]
Malattia cardiovascolare
Il rischio di malattie cardiovascolari (CVD) è aumentato nelle donne con cancro al seno. L’aumento è dovuto in parte agli effetti cardiotossici di alcuni trattamenti per il cancro al seno (ad esempio, chemioterapia, radioterapia, terapie ormonali, terapia mirata come trastuzumab). Inoltre, il cancro al seno e la CVD condividono diversi fattori di rischio, tra cui il fumo, l’obesità e la tipica dieta occidentale. [88]
Nelle sopravvissute al cancro al seno più anziane, il rischio per lo sviluppo del CVD fattori di rischio obesità e dislipidemia è superiore al rischio di recidiva del tumore. Nella popolazione di donne anziane in postmenopausa, le sopravvissute al cancro al seno sono a più alto rischio di mortalità attribuibile al CVD, rispetto alle donne senza una storia di cancro al seno. L’aumento del rischio si manifesta circa 7 anni dopo la diagnosi di cancro al seno. [88]
Panoramica del cancro al seno maschile
L’eziologia, la diagnosi e il trattamento del cancro al seno nei maschi sono simili a quelli delle femmine. A differenza del cancro al seno nelle donne, tuttavia, il cancro al seno negli uomini è raro. Sebbene la sua frequenza sia aumentata negli ultimi decenni, in particolare negli Stati Uniti urbani, in Canada e nel Regno Unito, il cancro al seno negli uomini rappresenta solo circa l’1% dei tumori al seno. [1, 2, 3] Negli Stati Uniti, ci si aspetta che i maschi rappresentino solo 2800 dei circa 300.590 casi di cancro al seno previsti nel 2023. [4] Eziologia
Sono stati identificati i fattori di rischio ambientali e genetici per il cancro al seno maschile. Si segnala che i tumori al seno maschile siano associati ai seguenti [5, 6, 7]:
• Età avanzata (l’età media alla diagnosi è di 60-70 anni, anche se i giovani possono essere colpiti)
• Trasporto di mutazioni BRCA1 e BRCA2
• Storia familiare di cancro al seno
• Radioterapia toracica
• Sindrome di Klinefelter
• Ginecomastia
• Cirrosi
• Sovrappeso e obesità
• Storia della patologia testicolare
Eziologia
Sono stati identificati i fattori di rischio ambientali e genetici per il cancro al seno maschile. Si segnala che i tumori al seno maschile siano associati ai seguenti [5, 6, 7]:
• Età avanzata (l’età media alla diagnosi è di 60-70 anni, anche se i giovani possono essere colpiti)
• Trasporto di mutazioni BRCA1 e BRCA2
• Storia familiare di cancro al seno
• Radioterapia toracica
• Sindrome di Klinefelter
• Ginecomastia
• Cirrosi
• Sovrappeso e obesità
• Storia della patologia testicolare






