Prevenzione primaria

La prevenzione si configura come una questione di primaria importanza: si possono riscontrare a questo proposito due tipologie differenti di prevenzione per il cancro al seno (primaria e secondaria). La prevenzione primaria, ha come obiettivo quello di prevenire l’insorgere della patologia e consiste nell’adozione di uno stile di vita sano, un’adeguata alimentazione (pochi grassi e molti vegetali), attività fisica regolare (almeno tre volte ogni settimana con sessioni di 60 minuti) e l’astensione dal fumo.La prevenzione primaria dovrebbe ridurre l’incidenza dei tumori intervenendo sulla rimozione delle cause determinanti il cancro. Numerosi sono i fattori associati ad un maggiore rischio di sviluppare un tumore, la maggior parte di questi non sono modificabili. Il tumore comunque è un processo che necessita dell’interazione di più fattori. La maggior parte dei fattori conosciuti che modulano il rischio di tumore della mammella (familiarità, aspetti legati alla storia riproduttiva e personale) appaiono del tutto o sostanzialmente non modificabili. Sarebbe opportuno impegnarsi promuovendo la prevenzione primaria, quella che però non attira i grandi capitali delle multinazionali della sanità. Attualmente alla prevenzione primaria. vi sono dedicate solo le briciole. L’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo e il cibo che mangiamo sono tutti abbondantemente ricchi di sostanze tossiche e addirittura cancerogene: non esiste più un cibo sano, ma tra tutti i cibi, a causa di quello che in linguaggio tecnico si chiama “bioaccumulo”, i prodotti animali (latte, carne e derivati) sono sicuramente i  meno sostenibili ed i peggiori per la loro capacità di essere promotori delle patologie metaboliche e del cancro. La ricerca epidemiologica ha identificato alcuni fattori legati all’alimentazione e allo stile di vita che appaiono potenzialmente modificabili rendendo quindi possibili interventi di prevenzione primaria. L’alimentazione errata, la sindrome metabolica e la vita sedentaria hanno un nesso causale con l’incidenza del tumore al seno. L’alimentazione può influenzare l’insorgenza del tumore modificando l’ambiente interno dell’organismo che promuove e attiva sostanze od ormoni che favoriscono il tumore e la sua progressione. C’è da ritenere che il cibo favorisca l’insorgenza di alcuni tumori sia attraverso l’uso di conservanti e l’introduzione dei cancerogeni come le amine eterocicliche che si formano nella cottura della carne, sia attraverso l’influenza della dieta nel modificare il quadro ormonale e il metabolismo degli estrogeni circolanti, del testosterone e dei fattori di crescita legati all’insulina (Igf-1).

Meccanismi con cui l’alimentazione può influenzare l’insorgenza dei tumori:

i vari processi industriali di produzione del cibo modificano le caratteristiche nutrizionali degli alimenti;

esposizione a cancerogeni presenti nei cibi o formatisi durante la cottura o nella conservazione degli alimenti;

capacità di fornire sostanze che favoriscono la formazione dei radicali liberi responsabili di danni cellulari (sostanze pro o anti-ossidanti) o al contrario forniscano sostanze che riparano i danni del DNA;

attivazione di meccanismi di morte cellulare programmata.

Le analisi geografiche di incidenza dei tumori e studi su animali dimostrano che la dieta ipercalorica e iperlipidica con grassi saturi e zuccheri è un fattore di alto rischio. Il sempre maggiore quantitativo di carboidrati raffinati nella dieta aumenta i livelli di insulina, spingendo le cellule adipose ad aumentare la loro attività di immagazzinamento dei zuccheri e favorendo le risposte biologiche che promuovono l’obesità in un gran numero di persone. I cibi ad alto indice glicemico – patatine, crackers, bevande zuccherate, cereali per la colazione e anche pane e riso bianchi e quindi pizza, lasciano in bocca un gusto dolce che deriva dalla scomposizione degli zuccheri dell’amido: questa sensazione stimola a consumarne ancora e causa sbalzi dei valori glicemici nel sangue. Ratti alimentati con una dieta basata su carboidrati rapidamente digeribili accumulano il 71% in più grasso rispetto ad altri ratti, che consumavano più calorie, ma attraverso carboidrati lentamente digeribili. Più alta è la glicemia, più alto è il rischio di cancro al seno. Per tenere bassa la glicemia bisognerebbe evitare l’uso di cibi a indice glicemico alto ad esempio il pane bianco da farine raffinate. Il consumo elevato di cibi che fanno aumentare molto la glicemia, è associato ad un rischio aumentato del 50% di sviluppare un tumore dell’intestino (Sieri S et al. 2014 Int J Cancer Nov 18) o della mammella (Sieri S et al. 2007 Am J Clin Nutr 86:1160). I cibi ricchi di carboidrati a basso indice glicemico; la pasta di grano duro, i cereali integrali, i legumi, al contrario, conferiscono una protezione. Il meccanismo con cui la glicemia elevata aumenta il rischio è probabilmente duplice: da un lato perché le cellule tumorali, per vivere, hanno bisogno di circa 20 volte più glucosio delle cellule normali, dall’altro perché glicemia alta implica insulina alta, che a sua volta aumenta la disponibilità di ormoni sessuali e dei fattori di crescita che stimolano la proliferazione delle cellule tumorali.

 UNA DIETA SANA È UNA DIETA AMICA DELL’AMBIENTE! 

Fai la scelta giusta e scegli cibo buono per te e buono per l’ambiente! 

Le nostre scelte quotidiane contano! Imbandisci la tua tavola con cibo buono pulito giusto e sano! Ecco i nostri consigli 

Anche i pesci hanno una stagione! Seguila e scegli pescato di piccola taglia e locale, che non abbia percorso lunghe tratte. Evita, per quanto possibile, i pesci allevati. 

Preferisci uova locali e biologiche! Per la tua salute e quella delle galline! 

Segui la stagione! Preferisci prodotti freschi e locali, coltivati con metodi agroecologici.

Preferisci formaggi a latte crudo e provenienti da animali allevati al pascolo. 

Privilegia cereali integrali e farine poco raffinate e cerca varietà locali o tradizionali. 

Riduci lo zucchero aggiunto e modera il consumo di alimenti processati, preferisci cibi freschi e integrali. 

Evita un eccessivo consumo di sale: sfrutta l’incredibile varietà delle erbe aromatiche e delle spezie per insaporire i tuoi piatti. 

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Mangiamo troppa carne, riducine il consumo! Scegli tagli e specie differenti. Rivolgiti a produzioni attente all’impatto ambientale e alla salute degli animali. 

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Come la produzione industriale del cibo incide sull’antibiotico resistenza

Carne e pesticidi contribuiscono alla crisi sanitaria in atto. Ma l’Unione europea non se ne sta occupando. La rubrica di Nicoletta Dentico

© By Otwarte Klatki – Fot.Andrew Skowron, CC BY 2.0

Ci siamo lasciati l’ultima volta con un focus puntato sulla silente pandemia dell’antibiotico resistenza che, da almeno una quindicina d’anni, erode e sgretola in silenzio la possibilità di utilizzare gli strumenti della medicina a nostra disposizione, non solo gli antibiotici. Come disse nel 2015 la direttrice generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), Margaret Chan, il problema è così grave -per la prospettiva di non riuscire più a fare in sicurezza interventi chirurgici e trattare malattie ordinarie- che potrebbe produrre “in poche parole, la fine della medicina moderna come noi la conosciamo”.

Sarebbe un errore però attribuire la crisi sanitaria dell’antibiotico resistenza al solo abuso di prescrizioni di antibiotici da parte dei medici, come abbiamo denunciato nella scorsa rubrica in relazione all’Italia. Il fenomeno, sia chiaro, esiste e va esplicitato ma tutto sarebbe più facile se l’antibiotico resistenza dipendesse solo da come i medici somministrano gli antibiotici nel mondo. La questione invece è molto più complessa e sistemica. Il modello di produzione industriale del cibo è una delle principali fonti di questa pandemia.

1,2 milioni. È il numero rivisto e aggiornato dei decessi dovuti ad antibiotico resistenza nel 2019 nel mondo. Fonte: The Lancet, 2022

In Inghilterra, una campagna del ministero della Salute invita da anni a “non lavare mai un pollo crudo” perché il batterio Gram-negativo Campylobacter finisce nelle acque reflue ampliando la resistenza. Studi recenti hanno registrato che più del 50% dei polli venduti in Inghilterra porta questo batterio. Gli antibiotici sono utilizzati anche nell’agricoltura industriale. Diversi pesticidi sono antibiotici, tra questi l’erbicida glifosato, registrato da Monsanto come antibiotico nel 2014. Considerando il quasi miliardo di tonnellate di questo erbicida riversato in agricoltura ogni anno, si può affermare con evidenza, come fa uno studio del Journal of Antimicrobial Chemotherapy (2021) che “il glifosato è un agente di antibiotico resistenza nei Paesi in cui questo erbicida è usato diffusamente, per la modificazione dell’ambiente microbico. L’emergenza della resistenza a batteri e funghi è correlata all’uso massiccio di glifosato nel mondo negli ultimi 40 anni”.

Come se non bastassero i molteplici studi sulla tossicità e la persistenza ambientale del glifosato, risulta sempre più evidente che il principio attivo del prodotto Monsanto scatena attivamente nuove pandemie, un argomento che dovrebbe convincere l’Europa a bandirne definitivamente l’uso. Sarà bene non pensare solo alla ricerca di nuovi antibiotici per fermare la crisi sanitaria già in atto. Se non cambiamo il paradigma economico che distrugge animali, suoli e ambiente, non sarà certo la riduzione degli antibiotici somministrati dai medici a cambiare lo scenario. Tragicamente, il Next Generation Eu non si occupa affatto di tutto questo. 

Nicoletta Dentico è giornalista ed esperta di diritto alla salute. Già direttrice di Medici Senza Frontiere, dirige il programma di salute globale di Society for International Development

Ceci, fagioli, lenticchie… Leguminose: alimento chiave per una dieta bilanciata e un ambiente sano

L’assunzione di proteine vegetali è in aumento in molte regioni dell’UE, in particolare nell’Europa occidentale e settentrionale. A tale dato corrisponde uno sviluppo del mercato delle alternative alla carne e ai prodotti lattiero-caseari con tassi di crescita annua che toccano rispettivamente il 14% e l’11% (dato europeo). In questa panoramica che include un cambiamento delle abitudini alimentari, i legumi giocano un ruolo fondamentale essendo un’importante fonte vegetale di proteine, oltre che di minerali, vitamine, amidi a basso indice glicemico e fibre. Il trend positivo di produzione dei legumi arriva dopo una drastica diminuzione che ha colpito l’Italia a partire dagli anni ’60 e che ha raggiunto il suo picco peggiore nel cinquennio 2010-2015. Non è un caso se il calo di produzione di leguminose alimentari sia avvenuto in contemporanea al boom economico data la loro fama di “cibo povero” dovuta al basso costo, ma accanto al problema di percezione bisogna ricordare come la scarsa richiesta da parte dei consumatori abbia portato i contadini ad abbandonare la loro coltura sebbene storicamente il consumo di legumi fosse molto diffuso nell’area Mediterranea.

Oltre alla motivazione che riguarda la promozione di una dieta bilanciata ricca di legumi anche utilizzati come ingrediente principale per prodotti quali pasta 100% legumi, la loro coltivazione è da incentivare perché rappresentano un presidio ecologico. Capaci di assorbire l’azoto presente nell’atmosfera e di trasformarlo in azoto organico grazie ai loro microrganismi, la coltura delle leguminose è definita “miglioratrice”, cioè in grado di migliorare sia la fertilità sia la struttura fisica del terreno. Tale caratteristica la rende una coltivazione particolarmente adatta alla rotazione – pilastro di un’agricoltura sostenibile –, oltre ad attribuirle un ruolo importante nella riduzione delle emissioni di Ghg (greenhouse gases: gas serra). Le leguminose, infatti, fissano l’azoto lasciandolo nel suolo a disposizione della coltura successiva, rendendo così possibile un’importante riduzione delle fertilizzazioni azotate – grande fonte di inquinamento ambientale da nitrati – senza compromettere la produttività.

Ceci
Ceci, fagioli, lenticchie e lupini sono i quattro legumi tradizionali europei

Il problema del gas a effetto serra è strettamente legato alla dieta dato che il 23% delle emissioni umane di Ghg deriva dalle deforestazioni e dalle trasformazioni del suolo connesse all’agricoltura industriale. L’approfondito studio dell’Ipcc (comitato intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite) del 2019 intitolato Climate Change and Land sottolinea come siano necessarie delle modifiche nell’uso del suolo nell’agricoltura e nelle abitudini alimentari per far fronte ai cambiamenti climatici. La perdita di produttività della terra, infatti, ha come conseguenza il degrado del terreno che porta all’erosione e, successivamente, alla desertificazione. La gestione sostenibile del territorio, considerata utile per la conservazione della terra, include tra le misure suggerite anche la rotazione delle colture e le colture di copertura; entrambe tecniche che vedono nella coltivazione dei legumi una valida scelta.

Le leguminose svolgono, difatti, un ruolo importante nel miglioramento strutturale del suolo, nell’aumento della sostanza organica anche negli strati più profondi del terreno, oltre che essere particolarmente consigliate per tenere il terreno coperto nell’intervallo di tempo che intercorre tra le colture principali. Un incremento di tali coltivazioni deve inevitabilmente corrispondere a una richiesta di mercato che riflette una dieta ricca di cibi a base vegetale. Gli esperti dell’Ipcc sottolineano come le scelte alimentari influiscano sull’ambiente a partire dal dato che vede il consumo di carne a livello mondiale più che raddoppiato negli ultimi 60 anni. Un’informazione, quest’ultima, da leggere ricordando il peso dell’allevamento in termini di risorse, quali acqua e terra.

Le leguminose svolgono un ruolo importante nel miglioramento strutturale del suolo

A fronte del report dell’Ipcc che indica la transizione alimentare verso diete a base prevalentemente vegetale come una delle “più importanti opportunità di adattamento e mitigazione ai cambiamenti climatici generando significativi benefici in termini di salute umana”, i legumi e il loro sfruttamento in agricoltura rappresentano un elemento chiave tanto da far nascere Increase (Intelligent Collections of Food-Legume Genetic Resources for European Agrofood Systems), un nuovo progetto di ricerca europeo che coinvolge 28 partner, tra cui la Fao, di 14 paesi diversi. Partendo dall’analisi dello stato delle risorse genetiche vegetali di 4 importanti legumi tradizionali europei (ceci, fagioli, lenticchie e lupini), l’iniziativa ha come obiettivo la creazione di strumenti e metodi di conservazione per favorire la biodiversità agricola in Europa e promuovere la coltivazione e il consumo di leguminose alimentari. Increase intende anche intervenire nell’attuale carenza che costringe l’Italia a dipendere dall’importazioni di legumi per soddisfare la propria domanda. Tra gli scopi di Increase c’è anche quello di mettere alla prova un approccio decentralizzato per la conservazione delle risorse genetiche e di aumentare la conoscenza dei cittadini sulla biodiversità dei legumi. A partire dal 2021, a chi ne farà richiesta saranno distribuite più di 1000 diverse varietà locali di fagiolo comune da coltivare nei campi, negli orti o nei giardini di casa. Questo coinvolgimento attivo nelle attività di conservazione, coltivazione, condivisione e scambio di sementi verrà veicolato tramite un’App mobile appositamente creata per Increase.

Come risposta all’emergenza climatica, oltre che alla questione di salute alimentare, la partecipazione reale è forse il mezzo più efficace per condividere la responsabilità che ognuna e ognuno di noi si deve assumere davanti al futuro del Pianeta. Aumentare la sensibilità nei riguardi dell’ecosistema terrestre a partire dalla diffusione di conoscenze fa sì che i vari strati della popolazione possano riconoscere il peso delle scelte individuali: evitare di rendere la dieta equilibrata e sana nonché la coltura delle leguminose appannaggio dei consumatori coscienziosi o degli agricoltori lungimiranti rappresenta una forma di equità sociale nonché una misura di sicurezza ambientale e alimentare. In un contesto di cambiamento climatico, lo sfruttamento senza freni del terreno può portare a conseguenze pericolose per il destino di molti popoli – se si pensa che la desertificazione è strettamente connessa alla mancanza di cibo e dunque alla denutrizione. Nell’urgenza di azioni mirate necessarie per salvare il suolo e le foreste, le diete bilanciate fanno da perno e in questo sistema di connessioni la coltivazione e il consumo dei legumi rappresentano un punto di partenza non trascurabile.

Dieta mima-digiuno, dal modello animale ai primi risultati nei pazienti oncologici

di Cristian Ferrario, Daniela Ovadia – Agenzia Zoe

Un regime di forte restrizione calorica, la cosiddetta dieta “mima-digiuno”, è sicura e tollerata dai pazienti oncologici e porta a modifiche metaboliche e immunitarie che potrebbero rivelarsi preziose alleate dei trattamenti anti-cancro.

Lo scrivono sulla rivista Cancer Discovery i ricercatori italiani guidati da Claudio Vernieri, oncologo presso la Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e direttore del laboratorio di Riprogrammazione metabolica nei tumori solidi presso IFOM, sempre nel capoluogo lombardo.

“Studi su modelli sperimentali murini hanno dimostrato che il digiuno intermittente o le diete mima-digiuno aumentano l’attività dei trattamenti antineoplastici attraverso una modulazione del metabolismo e un incremento dell’immunità antitumorale” esordiscono gli autori, che hanno valutato gli effetti di simili regimi dietetici nell’uomo.

Nello studio sono stati coinvolti 101 pazienti in trattamento per diversi tipi di tumore, ai quali è stato chiesto di seguire un regime mima-digiuno di cinque giorni nei quali venivano consumate in totale 1800 chilocalorie (600 il primo giorno e fino a 300 nei 4 giorni successivi). “Il regime è stato ripetuto ogni 3-4 settimane e tra un ciclo e l’altro ai pazienti non veniva imposta alcuna restrizione, ma veniva comunque suggerito di seguire le classiche raccomandazioni per una dieta sana” precisano Vernieri e colleghi.

A differenza di quanto registrato in studi precedenti, la quasi totalità dei pazienti è riuscita a seguire il regime alimentare di restrizione, con una compliance globale del 91,8% considerando tutti i cicli. “Inoltre, la dieta mima-digiuno è riuscita a modificare il metabolismo e la risposta immunitaria sia sistemica che intra-tumorale” spiegano i ricercatori.

In particolare, dal punto di vista metabolico sono state osservate riduzioni del 18,6% nelle concentrazioni plasmatiche di glucosio, del 50,7% nell’insulina sierica e del 30,3% nei livelli sierici di IGF-1, con un effetto mantenuto nel corso dei cicli.

Rassicuranti i dati relativi alla perdita di peso, che potrebbe rappresentare un problema in questi pazienti: il calo ponderale è stato recuperato nei periodi compresi tra due cicli di regime mima-digiuno.

Come spiegano gli autori, però, la novità maggiore dal punto di vista biologico e più rilevante dal punto di vista traslazionale è la scoperta che il regime mima-digiuno ha un ampio effetto di immunomodulazione. “Di fatto i nostri risultati forniscono la prima prova che questo regime produce nell’uomo effetti immunomodulatori sistemici che si associano all’attivazione di numerosi programmi anti-cancro a livello del tumore” scrivono.

“Nell’ottica di raggiungere gli effetti biologici desiderati, siano essi metabolici o immunitari, è fondamentale definire la durata ottimale dei regimi di digiuno o mima-digiuno. Un argomento ancora aperto” concludono Vernieri e colleghi.

Secondo Licia Rivoltini, responsabile dell’Unità di Immunoterapia dei Tumori Umani presso l’Istituto Nazionale dei Tumori, “l’intensa restrizione calorica ha generato uno shock metabolico che ha attivato diverse popolazioni di cellule immunitarie che potrebbero potenziare l’attività antitumorale dei trattamenti standard”.

Per studiare gli effetti della dieta mima-digiuno sull’immunità intratumorale, Vernieri e colleghi hanno eseguito un’analisi ad interim di un altro studio in corso (DigesT) che stava sperimentando un ciclo di cinque giorni di dieta da sette a 10 giorni prima dell’intervento chirurgico in pazienti con cancro al seno in fase iniziale e in pazienti con melanoma. Nello specifico, hanno valutato le cellule immunitarie infiltranti il ​​tumore e il trascrittoma in 22 pazienti con cancro al seno, per le quali era stato raccolto abbastanza tessuto tumorale prima e dopo il periodo di restrizione calorica.

Questa analisi ha rivelato un aumento significativo delle cellule T CD8+ infiltranti il ​​tumore e altri cambiamentiche vanno nella direzione di un microambiente immunitario antitumorale. Secondo gli autori, questio effetti immunomodulatori desiderabili indotti sono stati osservati sia a livello sistemico sia nel tessuito tumorale, indicando una risposta immunitaria sistemica.

Si può quindi già passare all’uso in clinica di questa strategia? Non proprio, perché il principale limite di questo studio è che non consente ai ricercatori di trarre conclusioni sull’efficacia antitumorale della restrizione calorica, avendo arruolato un gruppo eterogeneo di pazienti con diversi tipi di tumore e diverse terapie antitumorali, il che impedisce una valutazione quantitativa della dieta sugli esiti delle cure. Per questo sono in corso altri studi )tra i quali lo studio BREAKFAST) che dovrebbero permettere di capire se gli effetti metabolici e immunologici indotti dalla restrizione calorica hanno conseguenze clinicamente rilevanti.

Lo studio pubblicato è stato finanziato dalla Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, dall’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (AIRC) e dal Programma Quadro dell’Unione Europea Horizon 2020. Vernieri, Rivoltini e de Braud sono hanno messo a punto il regime mima digiuno usato in questo studio e che è in attesa di brevetto.

La dieta mima digiuno contro il tumore della mammella triplo negativo

di Elena Riboldi (Agenzia Zoe)

Nuovi esperimenti di laboratorio mostrano il potenziale della cosiddetta “dieta mima digiuno” nel tumore della mammella triplo negativo. I ricercatori dell’Istituto FIRC di Oncologia Molecolare (IFOM) di Milano hanno osservato che questo tipo di protocollo alimentare riduce il numero e la capacità rigenerativa delle cellule staminali e attiva nelle cellule tumorali differenziate alcune vie molecolari che possono essere bloccate da farmaci specifici. Il risultato finale, almeno nel modello animale, è la regressione del tumore con ridotta tossicità.

La dieta mima digiuno (DMD) è un protocollo alimentare in base al quale periodicamente si riduce l’apporto calorico, simulando quindi la situazione di digiuno. In precedenza, il laboratorio “Longevità & Cancro” guidato da Valter Longo in IFOM aveva dimostrato in modelli sperimentali che la DMD aumenta l’efficacia della chemioterapia nel tumore alla mammella triplo negativo. Il nuovo studio, sostenuto dalla Fondazione AIRC e pubblicato sulla rivista Cell Metabolism, suggerisce che abbinando questa dieta e terapie farmacologiche mirate si possa arrivare anche a far regredire il tumore.

Nei loro esperimenti condotti su topi di laboratorio, i ricercatori hanno scoperto che le cellule staminali all’interno del tumore sono molto sensibili alla riduzione dei livelli di glucosio causata dalla DMD: la dieta riduce sia il numero delle cellule staminali tumorali sia la loro capacità di crescere. In linea con questa scoperta, un’analisi retrospettiva, condotta in collaborazione con l’Istituto Nazionale Tumori di Milano su un campione di un’ottantina di pazienti, ha evidenziato che le pazienti con TNBC metastatico con livelli di zuccheri nel sangue più bassi avevano una sopravvivenza maggiore rispetto a pazienti con più alti livelli di glicemia.

“Tuttavia – spiega Longo – abbiamo notato che utilizzando la DMD come unico intervento si ottiene sì un rallentamento nella progressione tumorale, ma senza arrivare a una completa remissione della malattia, in quanto le cellule tumorali sopravvivono durante il digiuno”. Il passo successivo è stato perciò studiare i meccanismi di sopravvivenza attivati dalle cellule tumorali differenziate. Sono stati identificati con la tecnica dell’RNA seq i pathway molecolari attivati dalle cellule del TNBC per sopravvivere al ridotto apporto nutrizionale, tra cui PI3K/AKT, mTOR, e CDK4/6. Utilizzando farmaci che bloccano questi specifici pathway, già in uso in molteplici sperimentazioni cliniche, i ricercatori hanno osservato una regressione del tumore e un aumento della sopravvivenza degli animali trattati. Inoltre, con la DMD diminuivano gli effetti collaterali dei farmaci, causa di tossicità importanti, indipendentemente dalla crescita del tumore.

“Il nostro studio – conclude Longo – identifica quindi un metodo che, se validato clinicamente in studi clinici con ampie casistiche, potrebbe essere potenzialmente utilizzabile contro molti tipi di tumore. Il metodo consisterebbe nell’usare la tecnica di RNA seq per valutare quali meccanismi di fuga siano stati attivati dalle cellule tumorali per sopravvivere in caso di mancanza di nutrienti”. Ciò permetterebbe di selezionare le terapie farmacologiche che agiscono su quei meccanismi di fuga e indurre la regressione del tumore. In più, la DMD, riducendo le cellule staminali tumorali, consentirebbe di prevenire l’insorgere della resistenza ai farmaci.

 

l Fondo mondiale per la ricerca sul cancro (World Cancer Research Fund), a distanza di circa dieci anni dall’edizione precedente, ha pubblicato un’impegnativa revisione di tutti gli studi scientifici dedicati al rapporto tra alimentazione, stili di vita e tumori. Alla revisione hanno collaborato ricercatori, epidemiologi e biologi di alcuni dei centri di ricerca oncologica più prestigiosi del mondo. Le conclusioni di questo imponente lavoro influenzeranno le strategie politiche e i programmi di prevenzione promossi dai singoli Paesi. La speranza è che possano anche indirizzare le scelte dei cittadini per condurre una vita più sana. Gli scienziati che hanno preso parte a questo progetto di revisione hanno preso in considerazione i fattori che possono avere un effetto preventivo oppure di promozione dei tumori. Per la popolazione generale gli esperti raccomandano dieci cose da fare per prevenire le malattie oncologiche. Si tratta di consigli utili anche per i pazienti che hanno superato una diagnosi di tumore e sono a rischio di recidiva.

Obesità in Europa al 59% negli adulti. Chianelli (AME): «Non è una questione di volontà, è una malattia e va curata»

Secondo l’ultimo Rapporto europeo sull’obesità regionale dell’OMS 2022 l’obesità ha raggiunto “proporzioni epidemiche” in Europa. L’organizzazione mondiale della sanità, dopo la presentazione del suo ultimo report mostra che la malattia sta causando 200.000 casi di cancro e 1,2 milioni di decessi all’anno

di Stefano Piazza

Obesità in Europa al 59% negli adulti. Chianelli (AME): «Non è una questione di volontà, è una malattia e va curata»

Nel primo studio di questo tipo da 15 anni, l’OMS afferma che i tassi di sovrappeso e obesità hanno raggiunto livelli mortali e che stanno ancora aumentando. Nessun paese della regione è sulla buona strada per raggiungere l’obiettivo globale delle malattie non trasmissibili (NCD) dell’OMS che è quello di fermare l’aumento dell’obesità entro il 2025.

In Europa, il 59% degli adulti è in sovrappeso o obeso, così come l’8% dei bambini sotto i cinque anni e un bambino su tre in età scolare. La prevalenza dell’obesità in Europa è più alta che in qualsiasi altra parte del mondo ad eccezione delle Americhe, secondo il rapporto presentato al Congresso europeo sull’obesità. «In modo allarmante, ci sono stati aumenti consistenti della prevalenza di sovrappeso e obesità nella regione europea dell’OMS e nessuno Stato membro è sulla buona strada per raggiungere l’obiettivo di fermare l’aumento dell’obesità entro il 2025», afferma il rapporto. L’obesità è collegata a una serie di altre malattie, tra cui complicazioni muscolo-scheletriche, diabete di tipo 2, malattie cardiache e almeno 13 tipi di cancro. Il rapporto afferma «che il grasso corporeo in eccesso ha portato a morte prematura ed è stato un importante fattore di rischio per la disabilità».

Cosa succede in Europa con il problema obesità

Per alcuni paesi della regione, si prevede che l’obesità supererà il fumo come principale fattore di rischio per il cancro prevenibile. «In tutta la regione europea dell’OMS, è probabile che l’obesità sia direttamente responsabile di almeno 200.000 nuovi casi di cancro all’anno, con una cifra destinata ad aumentare nei prossimi decenni» si legge nel rapporto. Di tutti i paesi della regione Europa, il Regno Unito è al quarto posto per avere gli adulti più in sovrappeso e obesi, dietro Israele, Malta e Turchia, secondo lo studio. Solo per quanto riguarda i tassi di obesità, il Regno Unito è terzo dopo Turchia e Malta.

Avere un indice di massa corporea (BMI) da 25 a 29,9 è classificato come sovrappeso, mentre 30 o superiore è definito obeso. Il rapporto ha rilevato che gli uomini europei avevano maggiori probabilità di essere in sovrappeso o obesi in generale, sebbene più donne convivessero con l’obesità (24%) in Europa rispetto agli uomini (22%). Le persone che convivono con l’obesità sono state colpite in modo sproporzionato dall’impatto della pandemia di Covid-19, afferma il rapporto inoltre «ci sono stati cambiamenti sfavorevoli nel consumo di cibo e nei modelli di attività fisica che avranno effetti duraturi sulla salute delle persone per molti anni e richiederanno uno sforzo significativo per invertire la tendenza».

Il report OMS parla chiaro

Il rapporto mostra inoltre «che le cause dell’obesità sono più complesse di una dieta malsana e dell’inattività fisica, inoltre, i fattori ambientali unici per vivere nelle società altamente digitalizzate dell’Europa moderna sono anche fattori di obesità, come la commercializzazione online di cibo malsano per i bambini e la proliferazione del gioco online sedentario». Il dottor Hans Kluge, direttore regionale dell’OMS per l’Europa, ha affermato «che è ancora possibile invertire l’epidemia di obesità in Europa Creando ambienti più abilitanti, promuovendo investimenti e innovazione nella salute e sviluppando sistemi sanitari forti e resilienti, possiamo cambiare la traiettoria dell’obesità nella regione».

Ne parliamo con l’esperto

Del rapporto parliamo con il Dott. Marco Chianelli, coordinatore della Commissione AME Obesità e Metabolismo (Associazione Medici Endocrinologi AME). «L’obesità è un problema che sta diventando sempre più grande e va avanti in tutto il mondo. Prende le sue radici da condizioni culturali, politiche e sociali. Attualmente inizia ad osservarsi un tenue cambio di passo: per la prima volta frena nei Paesi Scandinavi – però siamo arrivati a un livello altissimo in altri stati: negli Stati Uniti il 42% della popolazione è obesa (in Italia l’11,7%, nel Regno Unito il 20,1%) e il 31% è sovrappeso (in Italia il 34% e il 35% nel Regno Unito)».

«L’obesità non è riconducibile semplicemente a uno stile di vita scorretto e per curarla non bastano impegno e forza di volontà: è una malattia cronica e come tale va trattata. In effetti – prosegue – il paziente obeso non è obeso perché mangia però mangia perché è obeso, mangia, cioè sotto la spinta di alterazioni metaboliche geneticamente determinate. Il paziente obeso non è una persona priva di volontà ma deve combattere contro stimoli ormonali: gli arriva un messaggio al cervello dicendogli che deve mangiare e chiunque mangerebbe nella sua situazione. L’obesità è una malattia cronica multifattoriale molto complessa che dipende da fattori metabolici geneticamente determinati, ambientali e psicologici ed è associata allo sviluppo di malattie croniche non trasmissibili come diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari, ipertensione, malattie del fegato e almeno 12 tipi di tumori».

L’obesità si può curare

«Da qualche anno sono disponibili medicine per la terapia dell’obesità – continua l’esperto – prima non c’erano. Queste sono spesso in grado di riequilibrare almeno in parte lo squilibrio ormonale presente nel paziente; alcune reintegrano l’ormone mancante per poter poi resistere alle tentazioni. Però non sono rimborsate dal Sistema Sanitario Nazionale mentre un intervento di chirurgia bariatrica lo è. Il paziente obeso deve assumersi i costi dei farmaci che sono abbastanza alti, spesso superiori a 200€ al mese, e questo limita l’uso di questi farmaci. I farmaci per l’obesità, tuttavia, riducono le complicanze tipiche dei pazienti obesi e determinano un risparmio in termini di assistenza sanitaria e di ricoveri ospedalieri. Si può considerare, quindi, che i costi risparmiati dal SSN in conseguenza dell’uso di questi farmaci sarebbero superiori rispetto al costo dei farmaci stessi. Questo accade oggi nei pazienti diabetici, dove le nuove medicine per la cura del diabete, seppur costose, riducono fortemente l’incidenza delle complicanze, determinando una contrazione dei costi legati all’assistenza dei pazienti diabetici. Ogni paziente obeso e ogni chilo in più in un paziente ne aumenta il costo sociale».

Cosa c’è da fare

«Per contenere il problema, si deve agire almeno su due fronti: quello politico e quello culturale. Sarebbe necessario riconoscere l’obesità come malattia. e approvare il rimborso delle terapie per l’obesità. Nelle scuole andrebbe curata la cultura dell’attività fisica: tutte le linee guida sono concordi nel dire che sono necessari almeno 150 minuti di attività fisica moderata con 3 sessione di 50 minuti l’una. Questo, oltre ad avere effetti sulla salute, determinerebbe una diversa attitudine verso l’attività sportiva: chi non ha mai fatto sport avrà difficolta a iniziare in età adulta. E’ necessaria anche un’educazione alimentare per poter mangiare sano iniziando dalla famiglia. Potrebbe essere utile, inoltre, come avviene già in altri Paesi, applicare una “Sugar Tax”, ovvero una tassa sulle bevande e gli alimenti ad elevato tenore di zuccheri semplici, le sostanze più responsabili, probabilmente, di contribuire allo sviluppo dell’obesità; in Italia, dovrebbe essere applicata dal 2023».

Per concludere l’obesità è il risultato di una complessa interazione tra un ambiente obesogeno e una predisposizione genetica; non possiamo prevenire l’alterazione genetica, ma possiamo modificare l’ambiente obesogeno se iniziamo il percorso virtuoso che abbiamo descritto. Solo così, attraverso i cambi culturali e politici necessari, potremo puntare sulla prevenzione: perché quando un soggetto è diventato obeso, farlo diventare magro è molto più difficile che non evitare che diventi obeso».

 

Mantenersi normopeso per tutta la vita. Molti pensano che si tratti di un numero che debba apparire sulla bilancia, ma questo non è esatto. Per valutare se una persona ha un peso nella norma, gli esperti utilizzano il cosiddetto indice di massa corporea (in sigla IMC o BMI dall’inglese “body mass index”). L’IMC si ottiene calcolando il rapporto tra il peso dell’individuo, in chilogrammi, e la sua altezza, in metri al quadrato (kg/m2). Per esempio, una persona che pesa 70 kg ed è alta 1,74 ha un BMI pari a 70/(1,74 x 1,74) = 23,1. Quando l’IMC rientra nell’intervallo fra 18.5 e 24.9 significa che il peso è nella norma. Si tratta di un semplice modo di autovalutazione che però non vale in alcune le situazioni. Per esempio, persone che hanno una massa muscolare molto sviluppata, come gli atleti professionisti, possono avere un IMC simile a quello di individui sovrappeso o addirittura obesi.

cibo anticancro
Quando l’IMC rientra nell’intervallo fra 18.5 e 24.9 significa che il peso è nella norma

Mantenersi fisicamente attivi tutti i giorni. Seguire uno stile di vita attivo può sembrare complicato se si pensa a uno sport da praticare in giornate e in orari fissi . In realtà  secondo gli esperti che hanno lavorato per redigere questo rapporto precisano che per ridurre il rischio oncologico è sufficiente un impegno fisico pari a una camminata veloce per almeno mezz’ora al giorno. Man mano che le prestazioni migliorano e ci si sente più in forma, sarebbe bene prolungare l’esercizio fisico fino a un’ora a sessione, oppure passare ad attività e sport più impegnativi. Come mettere in pratica questa raccomandazione? Aumentando le occasioni di movimento: fare una passeggiata per raggiungere il luogo di lavoro o per andare a trovare un amico, scegliere di fare le scale anziché prendere l’ascensore, trascorrere meno tempo davanti a uno schermo come tv, pc e cellulare e così via.

Seguire una dieta ricca di cereali integrali, verdura, frutta e legumi contribuisce a ridurre il rischio di tumori. Per seguire un’alimentazione salutare basta tenere a mente la dieta mediterranea, il modello più studiato al mondo per i suoi effetti sanitari positivi.Dal punto di vista nutrizionale, cereali integrali, verdura, frutta e legumi sono ricchi di sostanze, chiamate in gergo “fitocomposti”, che sono esclusivi del mondo vegetale. Si tratta di un ampio gruppo di molecole sempre più studiate in laboratorio per i loro potenziali effetti su meccanismi cellulari protettivi per l’organismo. Questi alimenti sono anche ricchi di micronutrienti, vitamine e minerali, e sono sopratutto l’unica fonte di fibre alimentari, irrinunciabili in una dieta sana. Le fibre dovrebbero essere introdotte quotidianamente (circa 30 g/giorno) poiché hanno un ruolo protettivo contro i tumori dell’ultimo tratto dell’intestino. In particolare, un loro consumo regolare riduce fortemente il rischio di sviluppare il cancro del colon-retto, una forma tumorale tra le più frequenti non solo nel nostro Paese.

Cino anticancro
Limitare il consumo del cibo “fast food” e di altri alimenti ultraprocessati in genere  ricchi di grassi e zuccheri e sale

Limitare il consumo del cibo “fast food” e di altri alimenti ultraprocessati in genere  ricchi di grassi e zuccheri e sale. Se una sana alimentazione si basa prevalentemente sul consumo di alimenti di origine vegetale, va da sé che sarebbe buona norma consumare di rado gli alimenti lavorati con uno scarso valore nutrizionale. Snack, merendine e altri cibi di questo tipo, pur se consumati in piccole dosi, hanno un’alta densità energetica e possono dunque contribuire a un eccesso di peso, favorendo le condizioni di sovrappeso e obesità che sono noti fattori di rischio oncologico.

Le carni rosse non sono raccomandate. Stiamo parlando di carne suina, bovina (compreso il vitello), capra, pecora, agnello e cavallo. Per chi è abituato a mangiarne, il Fondo mondiale per la ricerca sul cancro raccomanda di non superare le tre porzioni a settimana, che equivalgono a un totale di circa 350-500 g. Inoltre è suggerito di limitare al massimo la carne lavorata (carni, rosse e bianche trasformati come salumi, affettati, wurstel e carni in scatola). Consumarne in quantità superiori può aumentare il rischio di tumori, in particolare del colon retto. È preferibile il consumo di carne bianca, in tagli magri e cotture che non comportino la produzione di composti cancerogeni  come avviene per esempio quando la carne alla griglia risulta bruciacchiata. Inoltre è bene sempre accompagnare il pasto con la verdura e consumare anche la frutta,  alimenti ricchi di fibre e antiossidanti che possono contrastare l’effetto dei composti che si formano durante la cottura, e ridurre i tempi di transito nell’intestino.

Limitare il consumo di bevande zuccherate. Il gruppo di lavoro del Fondo mondiale per la ricerca sul cancro ha le idee molto chiare  sulle bevande zuccherate: non devono far parte di una sana alimentazione. In molti Paesi, tuttavia, si registra un aumento del consumo di queste  bevande ricche di zucchero che forniscono abbondanti calorie senza aumentare il senso di sazietà, e per questo favoriscono direttamente la probabilità di sviluppare sovrappeso e obesità. A tavola si dovrebbe bere solo acqua. Le bevande che non contengono zuccheri aggiunti possono essere consumate occasionalmente.L’obiettivo è comunque quello di abituare il palato a sapori meno dolci, malgrado la massiccia commercializzazione di bevande dolcificate con edulcoranti.

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Le bevande zuccherate: non devono far parte di una sana alimentazione.

Limitare il consumo di bevande alcoliche. Dal punto di vista della prevenzione oncologica, le bevande alcoliche non dovrebbero essere consumate affatto. Si consiglia di limitarne la quantità consumando a pasto un bicchiere di vino (125 ml) al giorno per le donne e due per gli uomini. La quantità di alcol presente in un bicchiere di vino è circa pari a quella contenuta in una lattina di birra e in un bicchierino di un distillato o di un liquore. È importante ricordare che non esiste una quantità di alcol che si possa bere a rischio zero. Il consumo di bevande alcoliche dovrebbe essere occasionale. È stato inoltre dimostrato che bere grandi quantità di bevande alcoliche in un’unica occasione è rischioso quanto berne quantità moderate in momenti diversi.

Assicurarsi un apporto sufficiente di tutti i nutrienti. Variare la dieta è una regola valida per prevenire i tumori. A oggi non ci sono prove che l’uso di integratori al posto di alimenti che contengono le stesse sostanze, sia un’abitudine salutare. Né è dimostrato che assumere integratori possa ridurre l’incidenza di cancro. Solo il medico curante, dopo un’attenta valutazione, potrà consigliare se sia o meno opportuno integrare la dieta con prodotti specifici, indicando anche le quantità necessarie a bilanciare la carenza di uno o più nutrienti.

Allattare i bambini al seno per almeno sei mesi.  Gli studi sulla popolazione femminile mostrano che le donne che allattano i figli fino ai sei mesi hanno un rischio minore di sviluppare un tumore al seno. Oltre a essere protettivo per le mamme, l’allattamento offre molti benefici ai neonati. In particolare, sembrerebbe contribuire a prevenire l’eccesso di peso in età pediatrica.

Le raccomandazioni per la prevenzione dei tumori elencate valgono anche per chi ha già ricevuto una diagnosi di tumore. Seguire un’alimentazione varia ed equilibrata e mantenersi attivi sono tra le principali abitudini che dovrebbero essere messe in pratica sia da chi è malato, previa consultazione con il proprio medico curante, sia da chi ha superato la malattia ed è a rischio di recidiva.

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Roberto La Pira

 

Che cos’è la PTI?

Infiammazione normale e infiammazione protumorale (PTI)

L’infiammazione è la naturale risposta del sistema immunitario a infezioni e malattie3-5

  • Se non viene controllata in modo adeguato, l’infiammazione può diventare nociva6
  • Da oltre 150 anni i ricercatori studiano il collegamento tra infiammazione non controllata e tumori. La PTI è stata riconosciuta come una delle caratteristiche distintive del cancro7,8
  • Evidenze preliminari indicano che la PTI è associata al carcinoma polmonare non a piccole cellule (NSCLC)9

Si ritiene che, attraverso i mediatori dell’infiammazione, la PTI contribuisca a:1,2

Favorire i processi oncogeni, promuovendo la proliferazione delle cellule tumorali e la progressione del tumore

Sopprimere la risposta immunitaria contro il tumore alterando il microambiente tumorale

Nella PTI sono coinvolti numerosi tipi di cellule e citochine che fungono da mediatori dell’infiammazione nel microambiente tumorale. Tra questi vi sono macrofagi, interleuchine e il fattore di necrosi tumorale alfa (TNF-α).1

Il microambiente tumorale10-12

A mano a mano che crescono, i tumori creano un proprio ecosistema, denominato “microambiente tumorale”. Tra le funzioni che svolge, tale microambiente aiuta il tumore a sopravvivere proteggendolo dal sistema immunitario, in parte grazie al reclutamento di cellule immunosoppressive come i linfociti T regolatori (Treg), i macrofagi e le cellule soppressorie di derivazione mieloide (MDSC) che inibiscono i linfociti T citotossici.


 

Il ruolo dell’IL-1ß

L’interleuchina-1 beta (IL-1ß) svolge un ruolo fondamentale nella PTI13

Evidenze preliminari indicano che l’IL-1ß favorisce la PTI attraverso l’attivazione dei processi tumorali e il reclutamento di cellule immunosoppressive.14-16

La segnalazione mediata dall’IL-1ß contribuisce alla crescita e alla progressione tumorale tramite l’attivazione di numerosi fattori di trascrizione, tra cui l’NF-kB (nuclear factor kappa-light-chain-enhancer of activated B cells).15,17

L’IL-1ß aiuta a inibire la risposta immunitaria contro il tumore attraverso il reclutamento di cellule immunosoppressive nel microambiente tumorale. L’infiltrazione di MDSC, Treg e macrofagi associati al tumore (TAM) contribuisce alla disattivazione dei linfociti T citotossici nel microambiente tumorale.16,18

Secondo dati preclinici l’IL-1ß, una citochina fondamentale nel microambiente tumorale, è uno dei fattori che innescano la PTI necessaria per la crescita, la sopravvivenza e la metastatizzazione dei tumori.9,15

Sono coinvolti anche molti altri tipi di cellule e citochine, come i macrofagi, le interleuchine e il TNF-α.1

Sulla base di evidenze preliminari, l’espressione dell’IL-1ß può essere elevata nel NSCLC ed essere correlata a una prognosi sfavorevole19-21


 

Una caratteristica distintiva del cancro

Da oltre 150 anni i ricercatori studiano il collegamento tra infiammazione non controllata e tumori. La PTI è stata riconosciuta come una delle caratteristiche distintive del cancro7,8

Adattato per gentile concessione da Hanahan D et al, 2011.

Bibliografia:

  1. Grivennikov SI, Greten FR, Karin M. Cell. 2010;140(6):883-899.
  2. Greten FR, Grivennikov SI. Immunity. 2019;51(1):27-41.
  3. Ward PA. Chapter 1. In: Fundamentals of Inflammation. 2010:1-16.
  4. Medzhitov R. Cell. 2010;140(6):771-776.
  5. Akira S, Uematsu S, Takeuchi O. Cell. 2006;124(4):783-801.
  6. Fleit HB. Part I. In: Pathobiology of Human Disease: A Dynamic Encyclopedia of Disease Mechanisms. 2014:300-314.
  7. Virchow R. Lecture XIV. In: Cellular Pathology. 1863:321-355.
  8. Hanahan D, Weinberg RA. Cell. 2011;144(5):646-674.
  9. Yano S, Nokihara H, Yamamoto A, et al. Cancer Sci. 2003;94(3):244-252.
  10. Demaria S. Chapter 11. In: Cancer Immunotherapy. 2013:149-164.
  11. Joyce JA, Fearon DT. Science. 2015;348(6230):74-80.
  12. Jin MZ, Jin WL. Signal Transduct Target Ther. 2020;5(1):166.
  13. Carmi Y, Dotan S, Rider P, et al. J Immunol. 2013;190(7):3500-3509.
  14. Takahashi H, Sakakura K, Kudo T, et al. Oncotarget. 2017;8(5):8633-8647.
  15. Chaudhry SI, Hooper S, Nye E, Williamson P, Harrington K, Sahai E. Oncogene. 2013;32(6):747-758.
  16. Bunt SK, Sinha P, Clements VK, Leips J, Ostrand-Rosenberg S. J Immunol. 2006;176(1):284-290.
  17. Taniguchi K, Karin M. Nat Rev Immunol. 2018;18(5):309-324.
  18. Chen L, Huang CF, Li YC, et al. Cell Mol Life Sci. 2018;75(11):2045-2058.
  19. Elaraj DM, Weinreich DM, Varghese S, et al. Clin Cancer Res. 2006;12(4):1088-1096.
  20. Kim JW, Koh Y, Kim DW, et al. Cancer Res Treat. 2013;45(4):325-333.
  21. Millares L, Barreiro E, Cortes R, et al. Lung Cancer. 2018;122:124-130.

Il ruolo della vitamina D nel tumore al seno

Il recettore della vitamina D, in particolare della sua forma 1,25 D, è presente sia nella ghiandola mammaria sia nelle cellule del tumore mammario. Il legame della vitamina D con tale suo recettore regola il normale sviluppo della ghiandola mammaria e la sua sensibilità alla cancerogenesi.

La vitamina D è implicata in meccanismi che sopprimono l’attività proliferativa e che inibiscono l’effetto anti-apoptotico, cioé quella capacità delle cellule tumorali di sopravvivere di più di quelle sane. In particolare, il complesso recettore-vitamina D inibirebbe la replicazione delle cellule maligne,  attiva l’apoptosi cioé il suicidio programmato della cellula, l’autofagia (meccanismo di rimozione selettiva di componenti cellulari danneggiati) e la differenziazione.

Si tratta di vantaggi molto importanti, ma non sono i soli. L’attivazione del recettore pare in grado di proteggere le cellule dal danno del DNA, inoltre attiva il sistema immunitario e sopprime infiammazione e angiogenesi e  quindila formazione di metastasi.

Si è notato, infine, che la carenza di vitamina D è comune nelle pazienti con tumore al seno e che il suo deficit è associato a un maggiore rischio di sviluppo e progressione della malattia.

Prevenire il cancro anche a tavola

La globalizzazione nel nostro modo di mangiare ha sostituito la cucina tradizionale basata sul cibo agricolo, quel cibo povero per le tasche ma ricco per la salute. Con la globalizzazione sta scomparendo la biodiversità alimentare, gastronomica e culturale del cibo.Troppa carne, troppi grassi saturi, troppi cereali raffinati, troppi latticini, troppo poca frutta, troppo poca verdura, troppo pochi legumi, troppo poco pesce azzurro, che contrastano con i dettami di una vera e sana dieta mediterranea. Con una omologazione anche nel gusto facendoci perdere sapori, salute, memoria, tradizioni e sostenibilità. Nonostante le difficoltà di affrontare sperimentazioni analitiche, data l’interazione complessa tra alimenti e metabolismo insulinico ed ormonale, è ragionevole ritenere che l’aumento del consumo di frutta, verdura, cereali integrali, legumi, e la riduzione di grassi specie saturi sia una strada da percorrere a livello preventivo nella lotta ai cancri più diffusi, colon e mammella.
L’ American Institute for Cancer Research ha stimato che circa un terzo di tutte le morti per tumore siano legate all’adozione di stili di vita inadeguati (sovrappeso, sedentarietà, fumo). Sulla base di queste evidenze scientifiche la prima strategia di difesa di cui disponiamo è fare scelte più salutari, come mantenere il peso forma, adottare una corretta alimentazione, praticare attività fisica e non fumare.

   Le associazioni mediche nazionali e internazionali hanno sottolineato l’importanza di adottare strategie preventive efficaci per combattere i tumori, non solo sottoponendosi a controlli medici periodici (prevenzione secondaria) ma anche attraverso l’adozione di stili di vita più salutari (prevenzione primaria).

   L’espressione stile di vita si riferisce prevalentemente alle scelte alimentari ed alla attività fisica  che contraddistinguono il modo di vivere dell’individuo nel quotidiano. Il Fondo Mondiale per la Ricerca sul Cancro il cui compito principale è favorire la prevenzione dei tumori dopo un lungo lavoro di revisione ha stabilito delle raccomandazioni per la prevenzione alimentare del cancro

Obiettivi da perseguire per una corretta alimentazione: 

Ridurre le calorie

Limitare le proteine di origine animale eccetto il pesce

Limitare il consumo di carni rosse e di grassi saturi

Evitare le carni conservate comprendenti carne in scatola, salumi, prosciutto, wurstel etc

Limitare il consumo di alcool

Evitare il consumo di bevande zuccherate

Privilegiare cereali non raffinati, legumi, frutta, verdura, pesce azzurro e olio di oliva extravergine

Altro:

La vitamina D costituisce un caso particolare perché i suoi livelli nell’organismo non dipendono solamente dalla quantità assunta con il cibo. Trascorrendo del tempo all’aria aperta, sotto i raggi del sole, questa vitamina viene prodotta proprio a livello della cute. La sua produzione dipende, quindi, in gran parte da quanta ne viene sintetizzata nell’organismo, mentre solo in minima parte (circa il 10%) è assunta con la dieta. Scopriamo ora quali sono i cibi che contengono vitamina D.

Alimenti ricchi di vitamina D

Tra gli alimenti che contengono vitamina D una nota di merito va all’olio di fegato di merluzzo. In realtà non si tratta di un vero e proprio cibo, ma viene ancora oggi utilizzato come una delle principali fonti di questa vitamina.

Vitamina D

Ci sono poi altri cibi ricchi vitamina D che possiamo introdurre nella nostra dieta, perlopiù dobbiamo concentrare la nostra attenzione sempre sul pesce. Tra le fonti principali di vitamina D ci sono, infatti, i pesci grassi che comprendono il salmone, l’anguilla, il tonno, la trota e lo sgombro. E oltre al pesce, la vitamina D dove si trova?

Altri cibi con vitamina D

La vitamina D è presente anche in altri alimenti, anche se le quantità sono spesso inferiori rispetto ai tipi di pesce che abbiamo menzionato. Tra questi abbiamo il latte e i suoi derivati, tra cui i formaggi grassi, ma anche nel burro.

Un’altra fonte di vitamina D è nelle uova, specialmente nel tuorlo, per quanto riguarda la carne, invece non ci sono livelli sufficienti. Fa eccezione però il fegato, che oltre a essere ricco di ferro e proteine contiene anche in parte questa vitamina. Spesso i mix di cereali e muesli venduti per la prima colazione sono arricchiti con diverse vitamine, tra cui proprio la vitamina D.

 

  • Alcune cose da sapere sulla Diagnosi precoce

Da più di 20 anni la ricerca sta tentando di identificare i gruppi di donne a più alto rischio, quelle che con più probabilità svilupperanno il tumore, se non interverranno studi conclusivi, poiché una donna su otto si ammalerà di tumore nel corso della vita tutte le donne occidentali, sono da considerarci ad alto rischio.  Il rischio è probabilità, è statistica, è una misura relativa è come tale ha una   rilevanza indiretta e non causale sullo sviluppo della malattia.

Le donne corrono il rischio di essere ammalate di “rischio di ammalarsi” con stati psico-emotivi di paure e disagio. L’analisi genica molecolare è un test genetico che analizza regioni specifiche del DNA genomico o di Rna o di prodotti genici estratti estratti da tessuti e da linfociti allo scopo di identificare anomalie presenti nel patrimonio genetico responsabili di patologie ereditarie o di predisposizione a patologie tumorali quando la storia familiare el l’anamnesi della paziente siano a rischio per un tumore eredo-familiare. Si calcola che che il 5-10% dei tumori della mammella e dell’ovaio siano eredo-familiari perchè correlati ad alterazioni genetiche che predispongono all’insorgenza della malattia. I soggetti portatori di alterazioni genetiche hanno una probabilità su due di trasmettere tale alterazione ai figli indipendentemente dal sesso. Una donna portatrice di mutazione genica in uno dei due geni BRCA1 o BRCA2 ha una probabilità del 40-60% di sviluppare un carcinoma mammario nel corso della vita. Nel caso di mutazione genica del gene BRCA2 il rischio diventa alto anche per i soggetti di sesso maschile.Il rischio di sviluppare il tumore dell’ovaio è del 30-40% se vi è una mutazione nel gene BRCA1 e del 20-25% se c’è una mutazione nel gene BRCA2. La genetica ha fatto notevoli passi in avanti nei test diagnostici e predittivi. La donna quindi che eredita una mutazione in due geni Brca1 nel cromosoma 17 e Brca2 nel cromosoma 13 ha una possibilità cinque volte superiore di sviluppare il tumore mammario rispetto alla donna che non ha questa mutazione. Il rischio è insito nella condizione umana, non potrà sempre essere controllato e non si può curare quello che si può solo predire. I test genetici che danno risultati probabilistici in molti casi aumentano l’angoscia riguardo alla malattia che può presentarsi dopo anni o non presentarsi affatto. Il rapporto medico-paziente già critico rischia di essere portato all’estremo quando si tratta di comunicare diagnosi di modificazione genica con un rischio alto di una patologia tumorale che potrebbe svilupparsi.

Cosa proporre ad una donna con mutazione genica? stretta sorveglianza, mastectomia profilattica o farmacoprevenzione?              La donna ed il medico sono investiti da responsabilità che riguardano non solo la portatrice di mutazione ma anche il nucleo famigliare in particolare i figli . E’ giusto ricercare nelle figlie il rischio per patologie tumorali che forse si svilupperanno in età adulta? Anche oggi l’area di ricerca che riguarda il counselling genetico è da considerarsi un’area di ricerca in larga parte sperimentale che ha vincoli di tipo etico e psicologico. E’ quindi giusto che qualsiasi iniziativa di studio sia limitata a strutture pubbliche ed a donne autoreferenti cui viene richiesto un consenso dopo una dettagliata analisi dei rischi e dei benefici, considerando lo stato psicoemotivo della donna, l’età, le possibili dinamiche famigliari e la progettualità di vita. Le donne devono sentirsi protette e seguite dalla struttura che propone il test genetico. Spesso le mode e gli interessi economici fanno perdere di vista le linee di ricerca più promettenti sulla prevenzione e sull’impatto a livelli di sanità pubblica, non valorizzando i veri determinanti del tumore al seno .

Negli Stati Uniti, 4 Cancri su 10 potrebbero essere prevenuti

Pam Harrison

 Più di 4 casi di cancro su 10 tra gli adulti negli Stati Uniti e quasi la metà di tutti i decessi correlati al cancro sono associati a fattori di rischio potenzialmente modificabili, secondo uno studio della American Cancer Society. “Si stima che il 42% di tutti i casi di cancro e quasi la metà di tutti i decessi per cancro negli Stati Uniti nel 2014 siano attribuibili a fattori di rischio valutati, molti dei quali potrebbero essere stati mitigati da efficaci strategie preventive”, dice Farhad Islami, MD, Dottorato di ricerca, direttore strategico, ricerca sulla sorveglianza del cancro, American Cancer Society, Atlanta, Georgia e colleghi.

“I nostri risultati sottolineano la continua necessità di una diffusa implementazione di misure preventive note nel paese per ridurre la morbilità e la mortalità prematura da tumori associati a fattori di rischio potenzialmente modificabili”, aggiungono.

Lo studio è stato pubblicato online il 21 novembre in CA: A Cancer Journal for Clinicians.

In considerazione del nesso causale tra alimentazione e tumore qualcosa sta cambiando sulla riduzione dei rischi modificabili: stili di vita, obesità, sovrappeso, insulino-resistenza, alimentazione errata. Andrebbe superata l’idea dominante che considera impossibile la prevenzione del tumore senza il supporto di farmaci, farmaci usati a scopo preventivo  ma costosi e gravati da  effetti collaterali. Le donne e le loro Associazioni pretendono che gli sforzi della ricerca debbano essere canalizzati e concentrati sulla prevenzione primaria. Ribadendo come campagne di sensibilizzazione per mutare abitudini di vita errate ed iniziative che valorizzino e promuovano la qualità del cibo  potrebbero avere ricadute positive, per la salute e per la prevenzione, di portata superiore a quelle ipotizzabili con interventi medicalizzati, costosi e con conseguenze a lunga distanza non ben valutabili.

Da rimarcare infine l’importanza della comunicazione e della conoscenza per una corretta strategia di prevenzione con interventi tesi a favorire i bisogni informativi ed emotivi. Non basta solo l’intervento sanitario e il miglioramento dei servizi, ma bisogna creare sinergie tra quanti operano nel campo dell’ambiente e dell’alimentazione. 

Le Associazioni femminili vogliono mettere a disposizione conoscenze diffondere esperienze per una società più solidale, più umana, più colta e con pari dignità per la donna che superi le  non più tollerabili disuguaglianze nella salute e nella sanità.